Solfeggio

Un atmosfera dalle note basse.
Una buona armonia tra di loro rende non-cupa, la situazione, ma all’altezza dello spessore nero che è proprio di quando la luna in cielo è nuova.
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L’intuizione della forma

Parlavo in vecchi scritti del fatto di cambiare occhi.

Ho avuto soventemente momenti alterati nella percezione delle cose, un alteramento malevolo, accompagnato spesso a un senso di incomprensione della realtà condita da un certo disagio nel vivere e passeggiare lo spazio. Continua a leggere

Galateo Truce

Soffro come un mare arginato da paludi, come l’acqua racchiusa in tutta la potenza di un temporale.
Parole espresse nei sotterranei, alghe marine rimaste tra i denti di un crotalo morto.
La luce racchiusa nei denti marci di un fumatore d’oppio, l’altalena spezzata di quell’orfano.
Mi voglio togliere gli occhi dalle orbite e pulirli con petali di rosa,
profumarli.
Mi manca l’amore e l’affetto di quella donna, mi manca tutto.
Taglierei alla base l’Himalaya o chi per lei se potesse rendermela, farei appassire tutte le creature viventi, e invertirei l’ordine del cielo e della terra, della vita e della morte, dell’asciutto e del bagnato.
Darei acqua tutti i giorni a quelle piante grosse e la toglierei a quei ciclamini se servisse.
Toglierei il bastone a quel vecchio cieco e l’amore a, no, l’amore non lo toglierei a nessuno che ce l’abbia, come la poesia, non la toglierei a nessuno, nemmeno a quella vecchia decrepita tarantola.
Per il resto farei a meno della mia vita se servisse.
Castrerei il gallo che il mattino canta la sveglia e mozzerei le dita delle scimmie bonobo.
Arriverei fino a munire di seghe gli abitanti della giungla e poi gliene insegnerei l’utilizzo funesto.
Già sto pregando, sbaglio intento, non mi riesce.
Voglio abbandonare tutti i porti, farli abbandonare. Creare confini insormontabili.
Rendere schiavi tutti l’uno dell’altro finchè il più nobile non diventi il più cannibale. Lodare chi sbaglia e rendere merito a chi è meno umano a chi non scava ma infanga e basta.
Uccidere tutte le bestie o lasciarle ferite, violentare i bambini del vicino di casa, deturpare la propria immagine fino a renderla il forcone dell’abisso e succhiare dal seno della vergine la sua linfa e la sua morbidezza.
Poi strangolarla.

Non succhiare merda a Primavera

Mi chiedo a questo punto che cazzo abbia mai da raccontare. Ho iniziato a usare le parolacce nella scrittura, segno di avvicinamento al mio superficiale contesto, segno di de/nobilizzazione da quell’eterno modo di scrivere che ho spesso inseguito, eterno nel senso che possa essere letto in un posto senza tempo, senza che si badi al fatto di essere in un duemila avanzato o in un mille e poco più. Continua a leggere