I Bimbi Sperduti – Giorno 11

Giorno 11

Un altro mezzo giro e avrebbe finito. Mezzo giro soltanto e avrebbe potuto riposarsi dalle faticose ore passate tra grasso e olio per motori. Nel capanno, gli attrezzi sparsi, riflettevano la luce del sole che filtrava tra le crepe delle lamiere di metallo arrugginito, mentre la primavera, tutta intorno, colorava le piante di fiori e rendeva l’erba ancora più soffice.

Un ultimo minuto di lavoro e Azzurro sarebbe stato libero, e ancora più libero per aver compiuto un buon lavoro. Ma si sa, c’è sempre un telefono pronto a squillare quando meno te lo aspetti. Azzurro corse a pulirsi le mani con uno straccio ormai più che nero, e rispose alla chiamata ancora col fiatone – Uè! Ciao bello! Che combini? – Era il Brucaliffo, ed il Brucaliffo non chiama mai a vuoto – Mah, ero a rimettere a posto la vecchia numero 2, che l’ultima volta s’è presa una bella botta. Te invece? – rispose Azzurro – Sto sbrigando un paio di cosucce, e per una di queste mi servirebbe il tuo aiuto. Hai da fare stasera? -. – No, non credo, dimmi -, – Devo far arrivare un pacco a degli amici, un pacco importante, puoi passare da me più tardi? -, – Va bene, appena posso arrivo, stai sempre in quella casa dove sono stato mesi fa? -, – Si, è proprio quella. Allora ti aspetto, a dopo! – Disse infine il Brucaliffo.

Azzurro aveva capito che cosa stava succedendo. Aveva capito che c’era qualcosa in più da capire. Aveva capito che c’erano di mezzo le Lucertole. Un gruppo organizzatissimo di persone, una specie di setta che viveva in modo autonomo, suddiviso in piccole comunità, tutte collegate e in perenne comunicazione. Erano invisibili, ed erano ovunque. Avresti potuto incontrarne uno che ti cambiava i soldi in banca, o uno che ti chiedeva gli spiccioli per strada, era uguale. Vivevano come un unico organismo. Possedevano mezzi e tecnologie per lo più inventate e modificate da loro, e in poche parole avevano creato uno strato parallelo dove poter vivere secondo la loro filosofia, di cui in pochi erano a conoscenza. E tra questi pochi c’era il Brucaliffo, che per quanto se ne sapeva, era stato una Lucertola anche lui, prima di venir cacciato via dalla comunità.

Così, Azzurro, sempre più incuriosito, andò a togliersi gli abiti unti e neri, lasciando quel mezzo giro in attesa, dato che la sua attenzione ormai si era spostata su qualcos’altro. Mangiò qualcosa svogliatamente, si fumò una sigaretta e con passo sicuro andò in garage, dove riposava la bellissima numero 1. Diede una carezza al serbatoio. Si mise la giacca spessa da moto, si infilò il casco, e accese il motore. Ci fu musica. Musica comprensibile a pochi. Musica di acciaio, tubi e ingranaggi.

Non c’era cosa al mondo che Azzurro amasse di più di due ruote, un telaio e un cilindro che gira. Si diceva che i suoi genitori lo avessero concepito sulla sella di una moto da strada. C’è chi diceva invece che fosse stato partorito in un’officina. Storie. Ma non era troppo importante da dove fosse venuto, tanto, ovunque sarebbe andato, ci sarebbe andato in moto.

Non era una passione, o un hobby, non per Azzurro. Era un prolungamento del suo essere, inseparabile. Era semplicemente amore. Ne capiva le gioie e i lamenti. Le moto, erano per lui, esseri viventi. Sapeva domarle come cavalli selvaggi, e nessuno, di cui si era a conoscenza, poteva stare dietro ad Azzurro mentre cavalcava col suo cavallo a due cilindri. Ed era proprio per questa dote che spesso riceveva chiamate come quella che lo aveva distratto da quell’ultimo, faticoso, mezzo giro.

Il tempo stringe, pensava, come sempre. E fu l’ultimo suo pensiero. Il prossimo si sarebbe fatto vedere a motore spento. Frizione, prima, e via come il vento.

Avete presente come si vede il mondo quando si viaggia a velocità folli, e la pressione dell’aria ti schiaccia il torace? Sembra di entrare in un tunnel dimensionale, dove ciò che è fermo si trasforma in una sfuocata striscia colorata. Dove ciò che ti appare distante è in realtà troppo vicino. Quello era il mondo di Azzurro, un mondo che una volta raggiunto risulta impossibile vederlo. Un mondo dove occorre essere silenti e attenti per sopravvivere. Un mondo fatto di istanti troppo ravvicinati. E in quegli attimi prolungati di silenzio e solitudine, Azzurro, era cresciuto.

I suoi occhi spiritati e il tono dolce della sua voce ti trasmettevano una calma e rilassata inquietudine, come se nessuna preoccupazione mai potesse scalfirlo, e mai niente potesse calmarlo. Quando andava a dormire, non è che si addormentava. Dormiva. Dormiva subito. Niente, nessun pensiero. E appena si svegliava, era sveglio. Non mezzo sveglio. Pronto alla giornata, senza un attimo di esitazione. Calmo, inquieto.

E calmo e inquieto correva per raggiungere la meta.

Correva forte. Col suo cavallo nero senza targa. Come mai senza targa? Beh, a cosa ti serve un documento se nessuno mai potrà fermarti a chiedertelo?

Le macchine che sorpassava apparivano come inconsistenti, fantasmi, ma pur sempre ostacoli da superare, materia statica in apparente movimento. Correva veloce, e non perchè fosse in ritardo, ma per poter accedere a quella sua pace interiore mentre il mondo gli schizzava via dalla visiera del casco, lasciando posto solo alle nuvole e al cielo, elementi costanti, al contrario delle strade che sfumavano via rapidamente.

E lo stesso cielo e le stesse nuvole si trovò sopra la testa davanti al portone dell’appartamento del Brucaliffo, che si aprì all’istante dopo aver suonato il citofono – E tu che ci fai qui? – domandò Azzurro ritrovandosi davanti Violetto che se ne stava impettito sull’uscio – Hehe, entra che ti spieghiamo – gli rispose.

Il dialogo fra i tre fu uno di quei soliti dialoghi dove si parla di cosa si deve fare, come e quando. Vai li, incontra questo, lui ti porta da un altra parte, ti mettono un cappuccio sulla testa, consegna il pacco, prendi i soldi e scappa. Il resto del dialogo invece si concentrò sull’avanzare della calvizia sulla testa del Brucaliffo. Sfottere qualcuno è sempre un gesto di grande amicizia, non con tutti ci si può permettere. E chi non sa farsi sfottere dai propri amici, o è troppo innocente, o troppo colpevole. Azzurro apparteneva ad un altra categoria ancora. Eccessivamente innocente per poter capirne la differenza. Infine prese parola Violetto – Dunque, io verrò con te, nel caso qualcosa vada storto. Il pacco sarà nel mio zaino -, – Ma si può sapere che cosa contiene? – Chiese Azzurro – Te lo spiegherà l’uomo che devi incontrare. Mi raccomando, non cercatelo, verrà lui da voi.. Ah, chi vuole un po’ di the verde? Stamattina ho fatto dei biscotti favolosi, mi diede la ricetta una vecchia zingara tre anni fa – Disse infine il Brucaliffo.

Dopo un paio di tazze di the coi biscotti, i due giovani corrieri si diressero alla moto – Ce la fai ad andare piano? O almeno a una velocità normale? – Domandò Violetto – Tranquillo, ci proverò – Rispose Azzurro.

La strada da percorrere era piena di curve e strettoie che si arrampicavano lungo le colline. Paesaggi rilassanti, con la luce del sole negli occhi, e le urla di terrore di Violetto nelle orecchie, mentre il conta giri della moto si muoveva all’impazzata.

Prati e distese di alberi senza fine si srotolavano davanti a loro, mezzi agricoli ormai quasi fossili di un passato che fa fatica ad adeguarsi, case diroccate e abbandonate dai moderni latifondisti come scheletri di giganti, e piccoli paesi aggrovigliati da stradine impropriamente asfaltate, dove stare all’ombra fa freddo anche ad agosto. Tutto immobile, mentre la numero 1 squarciava l’aria col rumore dei cilindri al massimo dei giri. Poi il rumore si placò, e una piccola piazza di paese si manifestò davanti ai loro occhi. Il luogo dove incontrare il misterioso destinatario.

Non sapendo chi cercare, si sedettero su una panchina che si affacciava su un monumento ai caduti dove c’era una targa con dei nomi scritti. Nomi, che anche se impressi su una targa, sono stati dimenticati molto tempo fa, e che ormai nessuno sa più cosa ci siano a fare se non a decorare piazze e dare riparo agli uccelli. Intorno a loro c’erano solo persone anziane, con visi consumati, a tratti tristi, a tratti felici, ma sicuramente non era fra questi chi dovevano incontrare. Nella panchina di fronte c’era un vecchio signore con una bambina, tutti presi da una partita a carte. Azzurro li osservava, incuriosito da che tipo di rapporto si crei fra chi è all’inizio e chi è alla fine, e dal come possa un mazzo di carte riunire due linguaggi così diversi. Poi, dal fondo della strada apparve un signore, alto, vestito bene, che si incamminava nella loro direzione – Forse è quel tipo laggiù – bisbigliò Violetto. Il tale in giacca raggiunse la piazza, con fare discreto, ma non si diresse verso i due, si fermò invece alla panchina del vecchio e della bambina. Lei, come lo vide, lasciò le carte che aveva in mano per saltargli in collo e abbracciarlo. L’uomo alto allora strinse la mano del vecchio, e con la bimba ancora appesa, girò i tacchi e se ne andò. Fu allora che il vecchio si girò verso i due, lanciandogli un ambiguo sorriso. Azzurro e Violetto si guardarono con complicità, lasciandosi scappare dalla bocca un – Ma dai.. –

Il non più giovane uomo, con tanto di coppola e bastone, una volta radunate le carte, raggiunse i due amici, e senza perdere troppo tempo gli disse – Seguitemi – e così fecero. Una macchina di grossa cilindrata, coi vetri oscurati, li stava aspettando poco lontano – Accomodatevi – disse il vecchio, e una volta dentro, un altro uomo, decisamente enorme, gli mise in testa un cappuccio – Non preoccupatevi, è solo una precauzione – aggiunse infine il vecchietto. La macchina partì, e durante il viaggio, nessuno disse una parola. Si sentiva solamente la radio locale a basso volume, che trasmetteva i risultati delle partite. Dopo una decina di minuti la macchina si fermò, i cappucci furono tolti e la voce gracchiante del vecchio disse – Scendete pure –

Si ritrovarono in un garage, o almeno poteva sembrarlo, senza finestre, senza niente, solo una lampada che scendeva dal soffitto – Là dentro – indicò il misterioso vecchio. Azzurro aprì la porticina indicata che si trovava sulla parete opposta all’entrata, e un ampio salotto, arredato come le case in montagna, apparve davanti ai suoi occhi. Il vecchio si sedette su una poltrona, invitando i due a fare lo stesso, mentre il tizio enorme posò sul tavolino al centro tre bicchieri di vetro spesso e una bottiglia anonima con del liquido nerastro dentro – Prendetene pure, questo è un liquore che faccio io da delle erbe di campo, è molto forte, ma fa molto bene alla salute.. Adesso posso vedere il pacco? -, – Certo, ecco qua – esclamò Violetto, tirando fuori questo pacchettino tutto incartato come fosse un regalo di compleanno, con tanto di bigliettino di auguri e fiocco rosso, ovviamente, un altra precauzione. Il vecchio lo prese e lo scartò, come fosse un bambino, e al suo interno, avvolta nella bambagia, apparve una musicassetta di un noto gruppo musicale – Tutto qui? Tutto questo per una cassetta? – Borbottò Violetto. Il vecchio sorrise e disse – Già! Ma non è una cassetta normale. Ciò che contiene al suo interno è una delle cose più preziose che una persona come me possa desiderare in questo momento. Bene. Mettevi comodi, che ci sono un paio di cose di cui vi devo parlare. Una riguarda me, una riguarda loro, e una, riguarda voi.. –

Ciò che raccontò non fu una storia che si ascolta tutti i giorni, ovviamente dipende da chi sei, ma andiamo con calma. Il vecchio si presentò come un architetto, o meglio un infiltrato tra gli architetti, col preciso compito di rubare informazioni e compiere azioni di sabotaggio. A questo sarebbe servita la cassetta. Infatti questa conteneva una sequenza binaria, che una volta tradotta, avrebbe fornito una serie di codici per potere entrare in alcuni database degli architetti e sabotare delle strutture che agiscono a livello internazionale. Disabilitate queste strutture, il potere di controllo degli architetti sarebbe notevolmente diminuito, permettendo così di accedere ad altre sovrastrutture più importanti. Il vecchio disse anche che molto presto, avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di loro, dei bimbi sperduti, e che gli architetti si sarebbero messi in contatto con loro per proporre un patto di alleanza, anche se sarebbe prematuro parlare di questo. Disse anche di non temere gli architetti in sè, poiché loro sono solo una prima gerarchia, che non prende decisioni, ma anzi, esegue ordini. Ma il vecchio non parlò oltre, consapevole del fatto che tutto assume un senso a tempo debito.

Ma perchè ci sveli tutto questo? Che senso ha dirci qualcosa di apparentemente così segreto? – chiese Azzurro – Ve l’ho già spiegato. Voi ci siete dentro, ci siete sempre stati. E poi, non c’è niente di segreto, tutti i giochi di potere in realtà si giocano a carte scoperte. Noi sappiamo degli architetti, e loro sanno di noi. Vedete, quando si ha un segreto, e lo si scopre, si può essere sicuri che quella sia la verità, ma quando la verità viene resa palese, allora si che si può nascondere i propri segreti. Ciò che è vero o ciò che è falso poco conta in questo gioco. Ciò che conta e se si subisce o si domina il gioco dell’altro – Rispose il vecchio – Ma potrebbero intercettare anche questo, in questo momento! – replicò Violetto – Uhm.. Questo ci porrebbe solo in una situazione di vantaggio. Sapere che loro sanno è un informazione che può solo agevolarmi. Poi loro potrebbero sapere che noi sappiamo che loro sanno. Ma cosa vi ho detto prima. Sapere la verità porta sempre a perdere l’attenzione su ciò che abbiamo dato per scontato che sia falso. E’ un gioco di dominio, non di logica, non di spionaggio. Giocando a carte scoperte occorre domandarsi se il mazzo di carte sia truccato o no.. – Sorrise il vecchio. Lo scambio di parole si concluse, e il vecchio li accompagnò di nuovo alla macchina – Bene, questi sono i soldi, e questa è una bottiglia speciale del liquore fatto da me, bevetela quando vi sentite amareggiati, vi darà la carica. Addio, per ora – e se ne andò. Fu così che i due conobbero il famigerato Gatto Detto Volpe.

La grande macchina nera coi vetri oscurai si fermò nei pressi della piazza con le panchine dove la numero 1 aspettava alla penombra di alcuni cipressi. I due si tolsero i cappucci, salutarono l’omaccione alla guida e scesero senza dare troppo nell’occhio. Nella testa di Azzurro i pensieri si mischiavano fra loro, una serie di punti interrogativi si alternavano come note musicali su uno spartito. Allegretto in tre quarti. Ma la sua mente troppo innocente era turbata da un pensiero sopra tutti. Quel mezzo giro che aveva lasciato in sospeso nel capanno – Dobbiamo rintracciare gli altri e raccontargli tutto – Esclamò Violetto prima di infilarsi il casco – E se magari vai un po’ più piano adesso posso provare a non morire d’infarto -, – Dobbiamo prima portare questi soldi, così prendiamo la nostra parte, poi passiamo dagli altri – Disse Azzurro mettendo in moto.

Il mondo riprese così a scorrere veloce dietro le spalle di due bimbi sperduti, rendendo palese il fatto che le misure di spazio e tempo siano, oltre che relative, qualcosa da vivere e non da calcolare.

Azzurro aveva smesso ormai di calcolare il tempo da quando i medici gli trovarono una malattia degenerativa al cervello che lo avrebbe portato alla morte prima, appunto, del tempo. Anche per questo correva, non aveva, tempo, da perdere. Non aveva tempo per cure. Non aveva tempo per la società, i doveri o altro. Ne aveva solo per sé, per chi e cosa amava, per ogni cosa che lo aiutasse ad andare più veloce delle lancette di un orologio. Azzurro però non viveva il peso di questa sua situazione, anzi. Quasi gli pareva che l’universo gli avesse fatto un favore, eliminando per lui il domani, quel domani troppo lontano, quel futuro che porta con sé solo ansie e paure e vani sogni di gloria e di abitudine. Si poteva dire che fosse felice, molto più di altri che fanno del loro futuro l’unica speranza di vita. Azzurro non aveva altra scelta, poteva vivere solo adesso, e nulla gli avrebbe impedito di farlo. A modo suo. Calmo, inquieto e veloce.

Portarono i soldi al Brucaliffo, senza metterlo al corrente della conversazione scambiata col Gatto Detto Volpe. E presa la loro parte, Violetto compose il numero della casa di Rosso da una cabina – Hei, siamo noi, quell’altro è con te? – disse riferendosi ad Arancione – Troviamoci al parco vicino casa tua che dobbiamo parlare di un paio di cose -. – Lo so – rispose Rosso con tono quasi paterno – Comunque ci vediamo li tra un oretta, contatto io tutti gli altri. A dopo! – e riattaccò lasciando Violetto un po’ perplesso – Ha detto di trovarci fra un ora al parco.. Che facciamo intanto? Andiamo a prendere un gelato? – disse Violetto ad Azzurro scuotendo le spalle.

Dopo un ora e un paio di gelati si diressero al parco. Rosso ed Arancione erano li, distesi sul prato, a guardare le nuvole mutare forma, a prendersi beffa del tempo che cambia. Arancione, vedendoli arrivare, cominciò a tirar loro dei sassolini. Allora Azzurro e Violetto iniziarono a correre per avvicinarsi più velocemente e schivare i sassi. Anche Rosso a quel punto spostò la sua attenzione dal cielo, e si mise in cerca di sassi da tirare. In due minuti, tutto si trasformò in una guerriglia, tra gli occhi increduli dei passanti. I quattro sembravano dei bimbetti presi a giocare alla guerra, con tanto di fortini immaginari, trincee e bombe a grappolo – Non ci avrete mai! – gridavano – Non potete nulla contro di noi – rispondevano. Finalmente la squadra d’attacco riuscì a catturare Arancione, che si dimenava e urlava – Non vi dirò niente, potete anche torturarmi! – e il gioco finì.

Violetto allora preparò uno spinello per placare gli animi e poter parlare dell’accaduto. Raccontarono del Gatto Detto Volpe e di quello che aveva detto su di loro, gli architetti e la cassetta.

Ma Rosso e Arancione non sembravano sorpresi. In effetti, pensandoci un po’, non aveva mai visto quei due sorprendersi di qualcosa. Per loro era sempre tutto naturale. Poi Arancione prese parola – Guarda questa. E’ una carta dei tarocchi, quella del diavolo. Sul retro c’è scritto a penna un indirizzo, una data e un’ora. Quindi tre giorni fa, come diceva la data, siamo andati all’appuntamento. Il posto era una piccola chiesa, anche se non propriamente una chiesa. Una volta entrati, un signore dall’abito scuro, tutto elegante ci chiama da una parte per parlarci.. – e Arancione iniziò a raccontare agli altri che quell’uomo era una persona importante tra gli architetti, fondatore di questo e di quell’altro, che era a conoscenza di tutto quello che i bimbi sperduti combinavano e che erano continuamente monitorati – E perchè ci spiate? – Chiese Rosso all’architetto elegante – Perchè avete dentro di voi una conoscenza che non deve esser saputa, che non deve trapelare. Sono secoli che tramandiamo tra di noi questo sapere e lo teniamo occulto. Non so come voi ci siate arrivati, ma non possiamo permettere che tutti lo sappiano. Perciò sono qui a proporvi un patto. Voi smettete di giocare con questa conoscenza e noi smettiamo di darvi la caccia. Semplice no? Noi abbiamo degli impegni da rispettare con chi sta sopra di noi, e non sono persone che è bene deludere. Perciò sarebbe bene per tutti che anche voi non deludiate noi, altrimenti inizieremo seriamente a mettervi i bastoni fra le ruote -, – E voi che gli avete risposto – Domandò Azzurro – Che le nostre ruote girano troppo veloci per poterci infilare dei bastoni in mezzo – disse Rosso ridendo. Arancione poi disse anche che l’Architetto sapeva del piano che le lucertole vogliono mettere in atto e che non funzionerà perchè chi sta sopra di loro non è gente così sprovveduta – Sono al potere da sempre – Disse.

Lo spinello finì, e anche i racconti dei giorni precedenti. I quattro si distesero sul prato, pieni di pensieri, o forse no, a guardare il cielo che andava a colorarsi di rosa e giallo. Nel parco erano rimasti solo loro, gli alberi e i cespugli. Un attimo di pace dove poter ridimensionare se stessi con l’universo. Con il sole e le formiche, con lo spazio e i fili d’erba. Attimi di silenzio. Poi Azzurro si alzò di scatto – Te ne vai? – chiesero gli altri – Si. Ho lasciato una cosa in sospeso da fare nel capanno a casa – Un rombo che si allontana, poi silenzio di nuovo.

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