Il filo, il labirinto e il minotauro

Dove ci portano le nostre azioni, i nostri sogni, i desideri e i nostri vorremmo di quando eravamo bambini. Credo, dopo tanti anni, credo, di averlo capito.

Cosa ne fa il mondo di noi, che teneri fanciulli, con occhi dolci e sorrisi infiniti, eravamo e ora non siamo più. Induriti dal freddo, in perenne riparo dalla pioggia.

Rabbia, odio, dolore. Il pane quotidiano che gli unti dal signore ci lascia lievitare, farcito di una agonizzante e maniacale gioia stantia. E cresciamo aridi come deserti, gocciolanti di sabbia e vento. Con sempre più motivo per allontanarci, per disperderci, poiché in questo mondo non resta che voltare le proprie spalle a chiunque per evitare di fare ancora più del male.

Non credo proprio che le nostre azioni ci abbiano voluto portare a questo. O meglio, portarci lontani dalle motivazioni che hanno spinto quelle azioni, quei pensieri, quei desideri, nati insieme alla nostra nascita, a manifestarsi tali.

Un labirinto, un minotauro, un filo di seta.

Entrare, e non sapere come uscire.

E mentre vaghi girando a caso, tentando di tracciare un sentiero, di ricordare una rotta, col freddo che si arrampica dai piedi, una sola parola si accosta al cuore del debole e del forte, dell’avido e del retto. Una sola parola. Casa.

Non è un luogo dove potersi riposare, dove poter tornare dopo ore di lavoro e smettere di pensare ai problemi di ieri e di domani. Non ci sono mattoni, o paglia, o legno, o cemento armato. E’ fatta di sinapsi, di ricordi, di gesti, di quando, a casa, c’eravamo davvero.

Gli anni passano se vuoi, e devo ammetterlo, in alcuni casi non me ne sono nemmeno accorto. Ho cercato un posto che in realtà non esisteva, perchè in quel posto c’ero già.

Di occhi di ogni colore, di ogni umore, quanti ne sono sfilati davanti ai nostri. Non siamo riusciti a placarli, a chiedergli di restare con noi, ancora un pò. Quante mani abbiamo stretto, e quanti pugni abbiamo sferrato per voler arrivare all’uscio di una dimora che non sappiamo com’è fatta. Un posto invisibile, impalpabile, dove poter custodire dentro tutto ciò a cui teniamo. Stupidi siamo a non capire che ci siamo già nati dentro.

Un labirinto, un minotauro, un filo di lana.

Tutti quegli abbracci, quelle pacche sulle spalle, quei sorrisi e quei bronci che solo perchè siamo stati bambini siamo in grado di riconoscere. Quanto grande dovrebbe essere questa dimora per contenerli tutti. Grande quanto ciò che mi sta attorno..

E guardo una ad una le mie cicatrici. Quella volta che sei caduto in bici, la bruciatura di quando hai voluto accedere il primo fuoco, quel coltello che non eri ancora in grado di maneggiare. Sono sempre tutte dove le avevo lasciate. A casa. Le ossa rotte, la schiena a pezzi, le slogature, i tagli profondi fuori e dentro. Gli acciacchi di una vita sregolata o quelli di una vita di buona condotta, è uguale. Questa casa che appare e scompare, che è sempre qui e che non sempre riesco a vedere. Che mi giudica e mi attira a sé. Maledetto sia l’interruttore che rende visibile ogni volta un luogo migliore, e i sentieri scuri che per raggiungerlo occorre sorpassare.

Un labirinto, un minotauro, un filo di cotone.

Le stelle sono le mie tegole, e la notte il mio abat-jour. Gli alberi i miei archi, e i prati il parquet. Non posso mentirmi. La nebbia che vedo fuori è più rassicurante di quella che vedo qui dentro, dove appaiono solo distanze, anzi, stanze di un labirinto ben curato, e ben celato.

Separati da strade tortuose, quando in realtà siamo al di là dello stesso muro, e basterebbe un piccolo buco per toccarti la mano. Ma non puoi saperlo finchè non ti arrampichi sulle pareti, finchè le dita non sanguinano, e le schegge e i tagli sul corpo saranno un dolore minore rispetto a quello di voler uscire. E nonostante il continuo blaterare, non hai visto nessuno volerci davvero riuscire.

Va bene. Va tutto bene. Lo capisco. Riesco anche io a volerlo ignorare, a sperare che un giorno scompaia da sé. E’, diciamo, normale. Ma ciò che mi affligge, è questo incessante rumore di tutti che convincono tutti a voler restare. E un dilemma mi si para sempre davanti quando il dubbio mi fa sospirare. Cercare un posto migliore, o un posto migliore da dove iniziare a cercare.

Un labirinto, un minotauro, un filo di lino.

Vorrei rapire quegli occhi, quei sorrisi, quei bambini che so che ci sono ancora, mostrargli la loro casa, la loro dimora, e quanto sia grande e buia e lucente, e quanti ancora potrebbe ospitare. Spero che un giorno possiate capire queste vaghe parole, che a stento hanno senso per me, e che spesso anche io mi rifiuto di ricordare. Va tutto bene. Va sempre tutto un po’ bene e un pò male. Quando saremo pronti, saprete dove ci potremo incontrare. E chi è arrivato per primo che cominci a spolverare, che accenda le stufe se sarà inverno, che approfitti del silenzio per capire cosa fare. Getta via il filo intanto se puoi, ridi in faccia al mostro toro, non c’è altro da fare. Un labirinto ci separa, ma guarda bene, guarda in alto e in basso. Anche se grigio, anche se lontano, lo stesso cielo, la stessa terra, ci tendono la mano..

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2 thoughts on “Il filo, il labirinto e il minotauro

  1. grazie per quello che hai scritto.
    anche per mio figlio.
    anche per la bambina che sono stata.
    mi viene in mente il ‘Sermone per i cuccioli della mia specie’ di Mariangela Gualtieri.
    farò un reading musicale con incluso questo testo il 22 aprile alle 20.30 all’Associazione Alma in via dei Ginori 19, Firenze. Sarei onorata tu venissi. Avrai un biglietto omaggio.

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