Lettera al Fratello

“Albeggia,
alla vecchia maniera.
Credevano.”

Sembra una poesia, sembra che ho ripreso in mano la penna, rossa, non mi piace, ci penso, la cambio, se la trovo.
Trovata, non fa..
Trovata, scivola da Dio. E adesso scrivo.

Fa freddo, saranno le sei passate, ho già detto: albeggia. Ci vuole tempo perchè la stufa riscaldi la stanza.
Me ne sto a casa, a Casa, allo Shamano e che sia un coglione o no, non penso che sia arrivato qui per caso. In questa casa intendo. La mia mano è chiusa a pugno, l’indice e il pollice creano un cerchio come un fomentato della meditazione usa fare poggiando sulle ginocchia l’estremità del suo braccio, ma non medito adesso, adesso scrivo.
Queste pagine sono fredde, lo sento scorrendo con l’inchiostro, e più che altro lo sento con il lato del mignolo mentre scivola sui fogli. Non medito, anche se ho cominciato da un pò di tempo, non medito, scrivo.
Torno sui miei passi.
Addormentato dopo la sveglia? No, piuttosto sveglio dopo la dormita.

I demoni che ti punzecchiano alle spalle.

Quasi mi scordavo di questo fardello da portare, come se fosse male, come se fosse colpa mia, e colpe non ce ne sono mi sa, la colpa, il suo senso, è tipica roba da cattolico-cristiani con abbonamento premium in Chiesa.
L’amor proprio sì, va bene, ci siamo, il salto quantico ok, pure qui. La condotta con disciplina di una vita garbata, pulita e lineare.. fanculo. Ma guarda te quanto mi son dovuto perdere per ritrovarmi. La ultima ossessione, mi vien da dire, più che fidanzata, che detta regole e mi tiene in pugno. Per cosa?
Abbandonare me stesso per la visione spensierata di un telefilm felice? Che tristezza.
E io, che mi abbasso a un compromesso, che dico, a un milione di compromessi, abbandonando il mio gioco, smettendo di creare, di vivere, di rinnovare, di frequentare il presente piantando semi infiniti, per il futuro, tornando conservazionalista, distruggendo e mantenendo vivo il passato, che tutti attaccano e di cui tutti si lamentano.

Non più coniare parole, non più giocare con le carte che trovo, non più muovere passi incerti, ricercare, non più spingersi oltre. Para Gate. Traduci, è sanscrito.

E dov’è quella donna che affianco a me vuole stare? Quella donna che mette legna tra la mia schiena e i forconi di quei demoni. Dov’è quella donna in grado di Essere fra tutte queste belle femmine?
Ammaliato dalle sue gesta, dalla sua educazione, dal suo profumato sesso fuori dalla mia portata, addormentato mi ha.
Bacchettate sulle mani che cercano fuori quando dentro dovevo tenerle, niente bacchettate.
Non Esso- ma Eso-. Che stupido.
Il suo profumo, da troppo, lontano dalla mia stanza, che stupido, come se mai ci fosse venuta. Il mio profumo, da troppo, lontano dalla sua. Che stupido, pagine meno fredde. Volano animali e ancora qui che scrivo quasi per lei, che stupido!
Di là un’altra donna dorme e io scrivo. Niente sesso, scrivo.
Un fante di picche e uno di fiori ho trovato l’ultima volta che sono stato a casa sua. L’Amore defunto e quello lontano, niente di più vero, e come mi prendeva in giro per le carte! Che stupido.
Me ne torno a dormire, questa era solo una minuscola parentesi in un oceano senza terre.

Albeggia.

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