Voodoo

Un cavallo di razza, un uomo straordinario ai limiti dell’assurdo.
Arrivò in Italia a bordo di un frigo merci, tra maiali sgozzati e giganteschi manzi appesi.
Partì dal Benin, un lungo viaggio con tanta strada da lasciarsi alle spalle.
Senza voltarsi, alle spalle.
Partì per lavorare, per cercare fortuna in terre lontane. Dal Benin gli dissero che in Costa D’Avorio c’era lavoro, dalla Costa D’Avorio gli dissero che in Senegal c’era lavoro e così via fino ad arrivare alla Costa Sud Italica, sul tacco dello stivale, dove prosperità e ricchezza lo attendevano a braccia aperte.
Almeno così pensava.
Di sicuro soffrire quel freddo in mezzo a maiali e manzi sarebbe servito a qualcosa: sarebbe stato ricompensato dalla vita. Pensava.
E così fu, o meglio, e così trovò lavoro come raccoglitore di pomodori in un campo per una cifra di due monete l’ora o poco più.
La svolta della vita, il grande sogno che si realizza. Roba da matti.

E invece quel cavallo di razza, del Benin, Jean era il suo nome, era avanti anni luce. Era avanti anni luce pure rispetto a chi offriva lavoro sottopagato a giovani prestanti uomini africani più o meno Voodoo. Già perché era nato nella terra madre del Voodoo.
Pensate che aveva visto comunicare suo nonno aldiquà di un fiume con un’altra persona aldilà.
Grande Jean, era convinto che, quando tu vai a fare la spesa, le fotocellule che permettono l’aprirsi automatico della porta non si attivino perché ti riconoscano, ma bensì, aprono la porta, perché il tuo cervello, la tua mente, fa sì che loro funzionino in questo modo.

Questa è roba da fisici quantistici che hanno girato il mondo per più di quaranta anni.

Ai limiti dell’assurdo Jean lavorava una decina di ore al giorno, spaccandosi la schiena per una ventina di sporche monete.
Un uomo straordinario. Le altre ore della giornata venivano impiegate a studiare. Con quei soldi si pagò le scuole serali, dalle medie, studiando l’italiano, arrivò fino ad iscriversi alla Facoltà di Scienze Politiche.
Un cavallo di razza, bruciò tutte le tappe, una decina di ore al giorno lavorava, un paio di ore erano bonus per lavarsi nutrirsi e spostamenti vari, tre o quattro per mangiare e tutto l’avanzo era dedicato allo studio, anche se capitava di notte.
Jean era avanti anni luce.
Sempre con il sorriso, anche con la sveglia alle quattro del mattino. Anni luce ripeto.

 

“Devi andare per la tua strada, non voltarti, lascia stare la famiglia, gli amici, le fidanzate, lascia stare tutto, non voltarti, vai per la tua strada.”

 

Questo mi disse l’ultima volta che lo vidi, prima che mi addormentassi quell’ultima volta che lo andai a trovare. Mi rifugiavo da lui a volte, in quella specie di bunker, per stare tranquillo a farmi i fatti miei. Lo conobbi per caso anni prima.
Jean, con la foto del Papa e di Hitler attaccate sul muro, oltre la morale, messi lì solo come esempi di successo, Jean, con nove lingue diverse nel bagaglio, una futura laurea in Scienze Politiche da terminare all’estero, per aggiungere una decima lingua, e con un sogno Il sogno, maiuscolo, nel cassetto, di diventare presidente del Benin.

Fu l’ultima volta che lo vidi quella mattina, uscì sbattendo l’uscio, non mi salutò nemmeno, sparì così, senza salutare. Non scorderò mai quelle parole.

“Va per la tua strada.”
Eravamo amici.

Ogni tanto adesso, dopo anni, accendo il computer e vado a controllare la situazione del Benin, ancora niente, non c’è.

Quando accendevo il computer impazziva e mi urlava addosso: “Sempre connessi! Sempre connesso!”

Ma era sottile, non mi prendeva in giro, era un consiglio.. – Voodoo –

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