L’alfiere

– Va bene! Ok! Fai come vuoi! Non muovermi! Continua pure la tua strategia senza senso. Continua pure a far finta

di averne una, povero idiota –

Pensava così, dentro di sé, uno dei due alfieri di Tizio disposti sulla scacchiera – Lasciami ancora qui, rinchiuso

tra questi inutili pedoni, che fra l’altro non sai nemmeno usare. Li mandi al macello senza una logica. Lasciami

pure qua, a guardare la tua sconfitta dal mio posto! – continuava..

Erano già passate diverse mosse dall’inizio della partita, e ancora, Tizio, non lo aveva nemmeno sfiorato.

L’alfiere nonvedeva l’ora di entrare in battaglia; era un guerriero valoroso, che raramente aveva perso un duello,

e smaniava per poter dar sfogo alla sua bravura.

Per anni fu posizionato sul campo dall’ormai defunto padre di Tizio, senza mai venir riposto nella scatola da

sconfitto. Solo qualche volta aveva perso, quando il padre di Tizio giocava con Tizio e lo faceva vincere di

proposito. Ma sapeva che in quel caso non contava.

 

L’alfiere adorava il vecchio, che lo utilizzava sempre con amore e maestria. Giocava col cuore, e ogni vittoria

era in realtà per lui una sconfitta per non essere riuscito a vincere solo per gioco. Al contrario, Tizio,

giocava freddamente,con la bramosia di vincere, e non di poter imparare di più dal suo avversario. Lui aveva

studiato molti libri, e giocava applicando regole e schemi, e l’alfiere non sopportava questa cosa, era un guerriero!

Gli ripeteva sempre – Sei un idiota! Ma che gioco sarebbe? Non lo sai che un computer ha battuto il miglior giocatore

del mondo? Le tue complicate strategie battute da qualcosa che nemmeno può sapere cosa esse siano! – Ma Tizio non

poteva sentire l’alfiere, perchè ovviamente era solo un pezzo degli scacchi sul tavolo, e continuava con le sue

mosse calcolate nel tempo.

L’alfiere allora, ormai sconfortato, si rifugiò nei suoi ricordi, impregnati di nostalgia verso il suo precedente

amico..

 

Il padre di Tizio era una persona semplice e di cuore, e per tutta la sua vita aveva tentato di estrapolare dagli

scacchi alcune teorie su ciò che chiamava “procedure dinamiche non lineari”. Difficile spiegare di cosa si trattasse

con esattezza. Comunque, in due parole, il padre di Tizio, si era posto una strana domanda: E’ possibile applicare

una strategia senza che il suo svolgersi la renda riconoscibile? Sembra impossibile, specie se si considera che

l’obbiettivo di tale subdola strategia è già noto in partenza: Uccidere il re.

Eppure il padre di Tizio ci era riuscito. Non chiedete a me come. Io sono solo una narratore di racconti che

risiedono nella mia fantasia. Non c’entro nulla! Però posso raccontare quello che il vecchio diceva a chi chiedeva

cosa fosse questa storia – E’ molto semplice in realtà – diceva – Se prendiamo un qualsiasi fenomeno, quel fenomeno

avrà un’azione precedente e una reazione a posteriori. Fin qui niente di eccezionale. Ora. Prendiamo due fenomeni

conseguenti. E supponiamo che uno sia la reazione all’altro. Avremo un’ azione, il fenomeno uno, il fenomeno due e

la sua reazione, ovvero una procedura lineare. Ma questo allora vorrebbe dire che l’esito della reazione è

strettamente legata alla prima azione. La prima cosa che devi fare per alzarti dal letto è alzare la testa. Accaduta

la prima azione, il resto sarà un risultato di questa. Allora, dato che non si può eliminare la reazione, l’obbiettivo

finale, l’unica possibilità iniziale è quella di non fare la prima azione attraverso una scelta lineare. Ad esempio,

potrei trovare il modo di alzare dal letto la testa per ultima. In poche parole, rinunciare alla strategia – E qui

molti rimanevano in silenzio.

Rinunciare alla strategia là dove l’obbiettivo è palese.

 

Chiaramente solo il vecchio ci aveva capito qualcosa, e nessuno mai lo prese seriamente. Ma lui ci era riuscito,

e i pezzi degli scacchi con cui giocava sembravano che durante la partita si muovessero da soli, con una intelligenza

propria. Come se ogni pezzo sapesse già cosa doveva fare.

Lui si limitava solo a spostarli sulla scacchiera ascoltando i loro consigli.

Faceva da interprete, abbandonandosi ai suoi pezzi con amore. Tutto il contrario di suo figlio.

Questi pensieri continuavano a passare per la testa di plastica dell’alfiere. E oltre a questi, gli venne in mente

di quella volta in cui il vecchio stava molto male, e colto da uno strano misto di malinconia e lucidità, prese a

parlare ai suoi pezzi, raccontando loro un gran segreto che io non riporterò, ma che rimase stampato in modo indelebile nel cuore di plastica dell’alfiere. Allora una piccola lacrima invisibile scivolò dai suoi occhi che non aveva. E ci

vuole a far piangere un guerriero senza occhi. Ma adesso anche lui sapeva che cosa fare.

 

Tizio allungò la sua mano verso l’alfiere per muoverlo, ma l’alfiere era già pronto. Si fece sollevare dalla

scacchiera,quell’assurdo luogo dove regnano schemi e regole, di quadratini alternati, e appena raggiunse il punto più

alto possibile, con un colpo di reni che non aveva, si gettò verso il bordo della scacchiera con tutta la forza che

aveva in sé, ribaltandola e scaraventando tutti i pezzi sul pavimento, che risuonarono plasticamente per il silenzio

della sala. E mentre l’alfiere rotolava per terra, rideva pensando al suo caro vecchio compagno di battaglie, felice

come non mai, e sicuro di aver applicato anche questa volta quel segreto che nessuno oltre a lui e gli altri pezzi

volle ascoltare; l’unica strategia che ha senso perseguire..

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