Il punto di rottura

Finalmente. Ho sfogliato fogli per arrivare qui, pensavo di non arrivarci, e alla fine, qui, sono arrivato.
Per il successo ho sfogliato fogli? Fogli per il successo ho sfogliato?
Non potete capire.
Sono ad un bel punto arrivato. Che stile.
Potevo scrivere: Sono arrivato ad un bel punto, e invece altra metrica ho usato.
Volevo cambiare stile, ordinare, ordinarmi.

Mi sa che ho bisogno dell’Universo. Mi sa che la gestione dei fenomeni deve essere dinamica, ma non come in una partita di ping-pong, come in una partita di pallanuoto.
Non conosco la pallanuoto.
Non conosco la password di questa connessione, eppure sono qui.

La gente che incontro, nei posti dove fisicamente ci incontriamo, mi chiede: “Scrivi ancora poesie?”
Che cazzo di domanda è? Ne ho scritte al massimo tre di poesie.
Ce l’avete presente le poesie o no?
Continuo a bere il mio vino, che mio non è. Qualcuno mi dice che la vita che faccio serve al mio scrivere, ovvero che vivo per poter raccontare storie.
Va bene.
Anche se fosse? Meglio di chi vive per raccontare. Almeno io lo faccio per scriverlo.

Ho scopato con una figa che aveva delle tette enormi e me lo ha succhiato nel mezzo di un bosco, iniziava a piovere, e lei continuava, dai pantaloni bagnati faceva finta di succhiarmelo. L’emozione di quando si è tolta i pantaloni, lasciandoli a me, per strusciare la sua coscia sul mio promontorio duro è indescrivibile. Il sole c’era e verso nord senza i pantaloni iniziò a muoversi.

Io non sono un arrapato e non sono nemmeno un tipo che si porta a casa le tipe per penetrarle e per poi raccontare l’episodio ai broder.
Io sono un tipo tranquillo. Mettendomi a piangere ho addirittura smesso di fumare le canne d’erba che tanto onoravo e che tanto in giro spargevo. Insomma inizio a cambiare stile nella mia opera incompleta.
A me dispiace se questa è la prima cosa che leggi. Mi dispiace tanto, sono pretenzioso. E mi dispiace davvero. Quello che tu adesso stai leggendo fa parte della mia Opera Incompleta. E’ un opera problematica che non avrà fine e che io sono sicuro avrà successo. Una merda. La Merda. Il successo. Tiro su col naso i residui di cocaina. Smetto.

Un punk a bestia sono stato. Adesso smetto, è troppo facile essilo. Essilo è una parola scritta che oramai conio e copio dall’hip-hop. Lo dico perchè altrimenti pensate che ho sbagliato a scriverlo. Unico gesto ‘mo, Essilo.
Sembra uno scritto inutile questo e invece ci sta tutto. Sono fermo, ma solo nel pubblico, nel privato sono attivo come una tartaruga fatta di speed. Da gestire.

Voglio pubblicare, scrivo col sennò di poi. Scrivo con l’idea che ci siete a leggermi e che leggete tutto quello che scriviamo. Sporgiti altrove e leggi.
Dobbiamo cambiare forme, intendo la forma del blog.

Adesso scrivo altrove, sono qui, ma se vuoi hai capito.
Io ho bisogno di cambiare stile. Che parolaccia stile.
Ho bisogno di cambiare forma. Ad un’opera incompleta voglio, forma, dare.
Questa differenza stilistica non voglio più rappresentarla con una frase del genere. Quindi non voglio più spiegare come scrivo.
Ancora le lettere colorate devo pubblicare, poi la fine, poi questo e poi cambio stile, racconti.

Le terze persone inizio ad usare.

Mi fermo con la penna perchè in testa ce l’ho. Ce l’ho davvero. Mi tocca essere un guerriero.
Mi chiedevo:”Che cazzo stai a fare qui?”

Io sono un vecchio Nietzschiano che adesso indossa magliette bianche. Sono il capo di me stesso, invento amuleti.

Io lo spiego perchè siamo qui.

Non vuoi il bum-cha, non vuoi una pasta dolce in after, non vuoi stare dietro a tua madre piena di psicofarmaci, non vuoi rimanere senza sostanze interne, non vuoi usare un computer senza password, non vuoi non saper guidare una macchina, che cazzo vuoi?
Io lo so che ti hanno detto, io lo so cosa devi essere, cosa devi fare, sì, io lo so perchè vengo dalla strada e ho visto tutto e ho fatto un sacco, non tutto, ma un sacco.
Mi sono messo i jeans e un cappello superfigo h-h doppia-acca non calzato bene, ma appena scalzato sulla destra della testa e ho beccato fighe e pro-diggei che uno Yo più vivo mi hanno fatto col sorriso, ho fatto crescere la mia ridicola barba che consiste in baffi e pizzo e spelacchiata laterale per essere freak senza l’idea che una vita chimica ti manda in clinica, come diceva il muratore Eros, mi sono avvicinato alla tekno con le sue paranoie e la sua cassa dritta, essere tosti, spingendosi oltre, cassa dritta tribale meglio, ma una famiglia decisa al rinunciare alla poesia e alla magia per protesta.. va quasi onorata.
“Tu, questo mi fai, padrone?” “E allora io smetto di umano essere.”

Tum tum tum tumtumtum.

Lode al Funk. Il TeknoFunk vorrei nelle mie orecchie.
I teknusi blaterano, parlano, provano a saltare in cento e in nove ce la fanno. La ketamina li sta uccidendo e manco se ne accorgono.
Sono buffi, se la vendono fra di loro le bag. Si addormentano, qualcuno di loro era serio, avrebbe potuto insegnare a trenta persone che la parola ‘Mio’ non va usata. Lo avrebbe urlato in piazza, lo farò io porca puttana.

“La proprietà privata puntini puntini.” Sarebbe stato un baba se non fosse un ketaminomane. Io d’altronde sono qui che scrivo e mi pare che il fondo del foglio cambi colore. Non avrei nemmeno più voglia di pensare a questo. Ma invece ci penso. E adesso scrivo tutto. E beh, lo scrivo adesso, vi spiego, poi finalmente cambio stile e vi presento l’Arcobaleno.

Prima vorrei farvi vedere la marea di grigio che c’è. Prendo addirittura una pausa. Spero di tornare.

Non ricordo quello che ho scritto, non ricordo quello che scrivo. So che dal primomom del vigno prima ho continuato a scrivere mentre poggiavo mezza bottiglia sul tavolo di vino tinto, un bicchiere tolto da una tasca e due fette di pane con gorgonzola e credo scrauso, probabilmente scontato, pescato dal frigo del piano di sotto dove non sto scrivendo e non sto facendo casino.

Il ritmo delle ultime righe è difficile uomo, infatti mi fermo, mangio questi due panini e rileggo, così poi ti spiego che cazzo sono venuto a fare fino a qui. Intendo prima di lasciare il vecchio e portarti il nuovo e farti capire perchè è tuo dovere continuare a seguire quello che leggi.
Legge, lui? Legge.
Grande.
Addirittura riusciamo ad usare l’inchiostro. Lo annuncio e lo annuncio come se la penna sul foglio iniziasse a essere una cosa rara.
Mi sbronzo più di quel ricchione di Bukowsky faccio un colpo di speed e mi ritiro in soffitta.

Un mare di grigio ancora devo farvi vedere prima dell’Arcobaleno.

KKK

 

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