Zarathustra e il nero cane – Dignità e rispetto

Mi sporgo in avanti. Non do le spalle a nessuno, solo a chi me le da, per camminare in direzione opposta alla sua.
L’animale più stupido venne a parlarmi un giorno e ogni tanto torna a farmi visita. Parla e spiega, articola certe volte. Io piego la schiena, mi abbasso, sposto i capelli dall’orecchio per ascoltare quei mufugni. Mi levo il cappello, non ne è degno, e il mantello. Atterrito inizio a tremare, mi riporta alla bassezza della sua realtà con una tale violenza che rimango ammutolito. Non so che rispondergli e allora, compiaciuto, lui si volta e si allontana, mi da le spalle, un soddisfatto sorriso gli spunta ai bordi delle labbra e con la coda dell’occhio cerca di osservare, di osservare me. Crede di camminarmi avanti, che stupido, nel suo mondo senza direzioni.
Mi rimetto il cappello, il mantello, e lo guardo un pò.
Che buffo l’animale più stupido e come si compiace di sè!
A volte usa parole come dignità o rispetto, parole che ha visto crescere su metropolitani alberi di cemento. Se solo fosse andato a cogliere quei concetti su quegl’alberi dalla chioma dorata che crescono in cima ai monti.. forse potrei non pulirmi le orecchie dopo. Con un tale fetore articola e mufugna che sempre più a fondo devo dopo pulirmi le orecchie prima di rimettermi il cappello. Non vorrei portare suoi echi nei posti dove io vado, quando salgo o quando scendo.
Che buffo l’animale più stupido, pensa di camminarmi davanti!
E’ ora di andare, non vorrei soffermarmi troppo qui, dove è venuto a visitarmi. Spengo la mia lanterna e la seguo mentre mi incammino, la tengo alta, non ho bisogno del suo lume nel posto in cui voglio andare. Mi copro bene con il mantello, non credo di incontrare nessuno laggiù ma nel caso qualcuno ci fosse, non vorrei essere riconosciuto. Dapprima una leggera foschia inizia a farsi sempre più densa e palpabile, rallento i respiri, in silenzio, non spreco fiato.
Cammino piano, adagio, non ho fretta.
Arrivo ad una soglia con due enormi pilastri di pietra a delimitarne lo spazio. Alzo la mia lanterna spenta e leggo una scritta: “Abbandonate qui il lume che state seguendo o tornate da dove siete venuti. Solo il fuoco che dentro di voi brucia potrà accompagnarvi.”
Lascio ai piedi di un pilastro la mia lanterna già spenta, non vorrei incontrare qualcuno di questi stupidi animali che, smarritosi, mi consigli di accenderla e di accompagnarlo. Mi calzo bene il cappello affinchè non venga disperso il fuoco che dentro vi arde, ed entro.
Continuo a scendere senza voltarmi, sarebbe inutile. Continuo a scendere, lasciando impronte, profonde, che solo io so di portare dietro di me. A nessun altro è concesso vederle, nemmeno se raccontassi dove sono riuscirebbero a notarle. Impronte indelebili che in eterno rimarranno dietro di me. Scendo verso il più profondo dei fondali marini. Non vi si trova acqua, soltanto buio, denso come le sabbie mobili. Mi spingo oltre, continuo a scendere e dopo migliaia di impronte lasciate mi si affianca un nero cane che mi parla di dignità e rispetto, allora mi fermo e inizio ad ascoltarlo, non mi levo il cappello, non pulirò le mie orecchie dopo. Lo ascolto. Mi metto a sedere, non piego la schiena. Usa quelle parole ma non le ha colte da nessun albero. Usa quelle parole che alimentano il fuoco che in petto mi arde, lo capisco perchè il fuoco divampa e sprigiona dignità e rispetto. Non sono quelle parole che l’animale più stupido ha usato per sporcarmi le orecchie. Sono le mie parole, che mi ardono in petto, dopo migliaia di profondi solchi lasciati dai miei passi che io solo so di aver lasciato, sono le parole che merito per aver scelto di entrare a vedere cosa, nel più profondo dell’abisso, sotto il più buio dei fondali, si trovasse, lasciando all’entrata la mia lanterna già spenta. Qui il mio nero cane mi ha ricordato cosa davvero sono dignità e rispetto.

zarathustra e il nero cane

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