Bottarga

Torino una sega 2: Letture di sangue:
-10 minuti a testa
-Leggi una cosa tua più una cosa di qualcun’altro
-Leggi cose che fanno accapponare la pelle


Volevo scrivere con una mano senza tempo. Intendo come una persona fuori da un contesto. Un esempio di questo genere di scrittura è questo: “Stiamo aspettando che sorga la nuova alba, la nuova Luna, un altro Sole”.
E invece scriverò nelle vesti di un hippoppettaro che vive e si adatta al suo periodo, un cazzo di Gennaio duemilatredici.
In ogni caso, una delle fondamente che darò a questo inchiostro, è il fatto di voler scrivere sempre da solo, in compagnia del mio nero cane e in momenti di estrema solitudine e disperazione.
Idoneo alla descrizione adesso sono qui che lancio un flow da cercare di capire se vuoi una scrittura degna del periodo.
La stessa cosa decine e decine di anni fa?
Lungi da me l’idea di mettere per iscritto formule di posizione favorevole a un’idea negativa del reame in cui muovo i miei passi. Lungi da me l’idea di camminare con passi anonimi senza il mio nero quadrupede.

Sorridi adesso. Altrimenti ci riprovo ma poi basta.

Lungi da me cercare nelle donne un ausilio per il camminare sereni. Basta. Non c’è tanto da sorridere. Fra un paio di settimane c’è la possibilità di leggere in pubblico qualcosa. In pubblico, con un pubblico non privato. Retorica, inutile retorica. E allora dedico un paio di pagine a questa cosa. Poi riparto con la mia opera incompleta cercando di dare un senso anche a questa lettura pubblica che farò. Sono indeciso. Se alzarmi o meno da questo scalino dove adesso sto scrivendo con una penna rossa. Ma credo che lo farò. Almeno cambio registro, stile e inizio a parlare di sangue adattandomi al tema della pubblica serata: “Letture di sangue”.

Ho cambiato, come si dice, habitat. Ero seduto sopra lo scalino di un portone e adesso, dopo aver camminato nemmeno mezzo chilometro, sono a sedere su una panchina in Piazza Indipendenza. Bello il ‘su di’, tra virgolette, piuttosto che il sopra. Il mio nero cane gioca e corre quindi, in parallelo, faccio di conseguenza.

In questi dieci minuti vorrei parlare almeno di un topo e, naturalmente, dell’Amore. Niente è degno di essere letto se non nuota in stile libero intorno alla boa dell’Amore. Quindi lo faccio. Ma prima parlo del topo così inizio a buttare un pò di sangue nel mezzo prima del gran finale che vi regalerò. Ecco un pò di sangue prima del finale.

M’illumino d’immenso.

Porto avanti il senso di quello che ho scritto prima. E allora con le cuffie nelle orecchie ascoltando rap italiano, mentre scrivo, muovo il collo su e giù. Il Funk gioca.
Prima o terza persona? Proviamo la terza.
Arrivò quel topo, camminando su due gambe, vicino a quelle persone che si riunivano in società. Un intruso. Un escluso. Un pazzo con le mani tremolanti. Un passato da capire e un futuro da scoprire. La mia strana persona era vicina nello spirito a queste figure potenti. A queste anime del quartiere. Non è giusto scrivere di questo per una lettura in pubblico e infatti cambio discorso. Ma lo cambio lasciandogli una dedica pubblica. Metto a capo.

L’ho incontrato un sacco di volte quel topo e sempre, dico sempre, mi ha chiesto come stava il mio nero cane, guardandomi come se sapesse cosa voleva dire in uno degli infiniti mondi paralleli, avere un nero cane come prolungamento di se.
Ma questo non è sangue, adesso ricambio posto, mi alzo e vado a cercarlo. Aspetta che faccio un bel paio di respiri.
Ho camminato un bel pò e di sangue non ne ho trovato neanche un pò. Le mestruazione del cane della mia amica l’altro giorno.
Ma invece sangue ce n’è.

Quel bacio dietro l’angolo, con uno sconosciuto per te, da parte di lei. Sangue.

Quella fontana in piazza che manda acqua, manda acqua per nessuno, tutta la notte, per chi? Ci siamo solo io e il mio nero cane, la fontana butta litri e litri di acqua, non di sangue.

Sono passati tre giorni, tre giorni interi dall’ultima volta che ho toccato tramite una penna queste pagine, ma adesso ci sono. La penna adesso è nera, finalmente, e finalmente ho visto il sangue.

Vi illumino di merda.

“Tu non sei mai stato il mio Sole, tu sei stata solo una stella cadente” disse lei.
“La prima notte di Luna piena mi toglierò la vita” rispose.

E adesso? Un bel casino aveva combinato quel tipo con aereole bianche intorno ai bordi del naso.
Una promessa è per sempre, altro che i diamanti. In un certo senso i diamanti rimanevano per sempre, altro che le promesse. I diamanti per terra lasciati fuori da un taxi nella piazza di una grossa capitale da quella più grossa puttana. E invece il taxi lo prese lui, un paio di taxi. Scoprì e raccontò a tutti che bastava prendere un taxi e piangere, ma non piangere con banali lacrime, prendere un taxi e piangere con lacrime degne della solidarietà di un fratello, aldilà che fosse un taxista o qualcos’altro. Taxi gratis per tutti, taxi gratis per tutte le persone disperate per Amore. D’Amore volevo parlare no?

Diamanti per terra non se ne trovavano quel giorno, ma si vide un uomo, disperato per Amore, pagare un paio di taxi con diamanti che scendevano dagli occhi. Che bella scena. Nemmeno Battisti all’apice e invece i diamanti dagli occhi raccolsero quei taxi quella notte. Persone che guidavano macchine per accompagnare gente. Il sangue si è trasformato piano piano in inchiostro per la mia voce e le tue orecchie.

Dicevo.

“Tu il Sole per me, non lo sei mai stato”.

E allora il sangue diventa la bottiglia di vino stasera, fatto per dimenticare le parole, ma questa è un luogo comune, il bere per dimenticare, il sangue del vino fatto per osare e lanciare promesse nel grande blu che niente più di una penna nera che scorre sul quaderno diventan. Il vino che promette a lei: “Il primo giorno di Luna piena la vita mi toglierò”.

E adesso invoco aiuto, a voi lo invoco.

Invoco aiuto perchè ho fatto una promessa e non so come mantenerla ma in qualche modo dovrò pure fare. Leggo in pubblico la richiesta di un aiuto per far sì che la mia persona o figura sia morta. Faccio un paragone per rassicurare tutti e perchè mi è stato chiesto di dare a quello che scrivo un preciso titolo da un non caro, ma molto simpatico, amico.

Un paio di settimane fà, l’altro giorno, non importa, tornai a casa in tarda ora che vista dal giorno avvenire pure era tarda ed eravamo affamati. Per non disturbare la quiete domestica delle spese casalinghe e visto che eravamo affamati, decidemmo di fare una pasta.
Una buona, vecchia e sana pasta delle cinque del mattino, di quelle che assorbono l’alcool e danno un senso alla sbronza e pure al fatto di non essere finito a scopare con una tipa sbavandogli il tuo amaro preferito sul collo. Una semplice pasta. Beh. La semplice pasta improvvisata era così composta, due punti, due agli, un paio di peperoncini, quasi mezzo litro d’olio e abbondante, ma veramente abbondante, pan grattato. Troppo olio e troppo pan grattato nonostante anche la pasta fosse bollita veramente in quantità abbandonante. Il giorno dopo uno degli altri ragazzi della casa, per l’eccesso delle quantitò, riuscì a scambiare quella pasta povera, per una meno povera pasta alla bottarga.

“Guarda, è avanzata tantissima pasta alla bottarga da ieri sera” disse sorpreso mentre gli artefici dormivano nella camera adiacente la cucina.

“Un suicidio” pensò intanto cercando un lato fresco del letto uno dei cuochi improvvisati trasformisti.

“Non mi va” continuò il ragazzo appena sveglio pensando il pangrattato una seminobile bottarga.

Metto a capo. Ci penso un attimo, giro una sigaretta e poi chiudo, sperando di essere arrivato alla soglia dei dieci minuti che mi sono concessi e pensando che adesso mi fermo a girare un drum. Venti secondi.

Ok ci sono. Dovevano passare venti secondi e invece è passata una settimana. Più di metà settimana l’ho passata a letto tra congetture, veglia, sogni e sproloqui con l’interno del mio cranio ma adesso ci sono.
Dicevano che avrebbe nevicato e forse lontano da qui è successo ma oggi ci sono. C’è un cazzo di sole a Firenze e allora sono salito in terrazzo a specchiarmici dentro e per finire questi ultimi tre minuti che mi sono rimasti per riunire e spiegare i precedenti.

La Luna piena si sta avvicinando, mancano dieci giorni e io ho fatto una promessa a cui voglio far fede.

Mai promettere se non puoi mantenere, diceva un testo rap.

Senza parlare del concetto di suicidio che è noioso parlare di concetti spiego come mi illumino d’immenso mantenendo fede alla promessa. Il Sole sta calando.

Quella pasta al sapore di suicidio. Quella pasta fatta da me con olio e pangrattato, quella pasta alla bottarga osservata dal mio amico che non l’ha assaggiata. La stessa pasta? Una pasta al sapore di suicidio in ogni caso.

Intendo che manterrò la promessa e farò una pasta che sembrerà alla bottarga, ma con altri ingredienti.
La piccola morte, la rinascita. L’alba di un altro Sole di una nuova Luna.
Svuoterò le tasche quel giorno e le terrò vuote. Ma le parole lanciate così non vogliono dire nulla se non si riempiono di senso, come se dico: “Attraverso la strada”. Che significa, che cambio sessualità, modo di vedere le cose, filosofia, o solo che uso la strada per fare una cosa, basterebbe attraversare diceva un altro testo rap.

Attraverso la strada, di notte, non c’è nessuno, quindi? Non esisto?

Ma sto divagando troppo.

Mi hanno chiesto cosa c’entra “M’illumino d’immenso” con questa lettura e allora dico che l’ho scelta per  dare più tempo a me e poi mi è venuto in mente un uomo che fa il bagno in una vasca piena del sangue di Cristo.

M’illumino d’immenso e sopra di me passa uno stormo armonico di volatili che mi fanno notare che il Sole è calato e che è ora di concludere. Il nero cane aspetta qui accanto, in pace, seduto.
Inizia a fare freddo, a tutti, ci vuole un altro Sole, maiuscolo.

Dedico questo scritto a tutti quelli che hanno provato a cavalcare l’arcobaleno con le tasche piene di grigio. Lo dedico a me, che mi serva di lezione, intanto aspetterò questa Luna piena, questo suicidio, per intanto, almeno, svuotarmi le tasche.

M’illumino d’immenso.

Luce.

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