L’ultimo sogno di Dio

La luna mezza nera, le sostanze bianche. Quella profonda oscurità che avvolge una piccola parte di luce, che la avvolge solo per essere riconosciuta. L’oscurità, che inietta veleno se si è a favore della luce.
L’amore oscurato dall’ombra, dall’ombra che emette la luce, quando proietta e non illumina.
La fine, la fine è vicina, è troppo vicina per me che sono lontano.
Gli opposti che rimangono opposti a farsi ombra con la luce, e soprattutto lei, che vuole fare luce con l’ombra. Ma questo è faticoso da leggere.
Di giorno,
api,
sbattono alla mia finestra.
Ma oggi piove.
Pulirà tutto, torneranno meno api, qualche ape, ma meno api.
E l’importante non è che smettano di esistere ma che stiano lontane dal vetro della mia finestra, o almeno che diminuiscano.
Farò pace con le zanzare.
Bello quando lei crea luce con la luce e quando l’ombra diventa buio.
I due opposti che tornano a fare l’amore.
La luna nera e la luna candida.
Un errore magistrale gettare l’ultimo sogno di Dio dalla finestra e fare entrare le api.
Scendo le scale per raccoglierlo e lo trovo bagnato ma aspetterò che si asciughi e tornerà più lucido di prima.

Si addormentò quella volta Dio con gli occhi aperti pieni di gioia, intorno a se una sterminata prateria verde prese visione di se insieme a cavalli bianchi che calpestavano quello spazio mai visto da nessuno, correndo liberi, aldilà dell’Universo. Dall’orizzonte una piccola figura bionda chiamata Vertigo camminava solare verso quegl’occhi colmi di gioia. Il riflesso di quello che era. Passi guidati da un cane nero tenuto a un guinzaglio che non c’era nella mano destra e da un cane bianco tenuto alla stessa maniera con la mano sinistra. Passi neri e passi bianchi, uno dopo l’altro, seguendo le orme dei cavalli che galoppavano finalmente liberi, lontani da tutto. Tao.

E invece nell’ultimo mio sogno c’è lei di là che cucina, mentre io, che mai mi ero sentito così stanco, riposo in un altra camera, al buio, con la porta aperta.
E arriva un odore che mi ricorda mia nonna da giovane che sorrideva per la prima volta a quel signore per strada, e passa una musica che passa e inonda, tranquilla, perfetta, e il mio nero cane si pulisce e si riposa e vorrei allora non svegliarmi mai e morire così, pensando a lei. Solo a lei.
Trainata per scelta da quei due cani camminava leggera quella piccola vibrazione bionda.

Che ore sono? Questa penna non va e il tempo non si muove. In cucina non c’è nessuno e i cavalli vengono domati nei recinti con gli speroni e le fruste. Uccido una zanzara con le mani applaudendo, mi scappa dalla traiettoria e allora continuo con gli applausi.
Il cane nero riposa al suo posto, quello bianco è ancora fuori e domani saranno tenuti al guinzaglio.
Domani,
al guinzaglio,
tenuti da mani di diversa forma e grandezza.
La luna non si vede, Vertigo è con lei.
Le api stanno ingrandendo l’alveare per la regina, non si vedono ma ne sento il ronzio. Che almeno venisse la regina a sbattere contro la mia finestra.
E invece niente.
Il sogno di Dio va partorito e prima concepito, per adesso c’è un’idea che sfocia dall’incontro tra il Disagio e l’Amore in una vibrazione OltreAmore e che lascia indietro il Disagio. Una vibrazione che da le vertigini.
Una vibrazione che da una vertigine.
Un sentimento nuovo, degno di un Superuomo, il sogno di Dio.
Un albero che da sempre si nutre, cresce e vive.
Un albero sulla cima di quel monte che parte dal fondale dell’oceano, dall’abisso oscuro, per emergere sopra le acque divenendo così un isola, alla luce del Sole di giorno e della Luna di notte.
Un albero su di un’isola che non c’è, ma che non c’è solo perchè nessuno ancora l’ha vista o perchè nessuno ancora è andata a cercarla.
Lì sopra sta quell’albero con i suoi frutti che tremano al soffio del vento, ma tremano per qualcuno, per qualcun’altro invece vibrano e ad ammirarlo viene una vertigine.

Albero

Il tempo ha ripreso il suo movimento, in avanti, come da sempre. Passano quelli che abbiamo chiamato secondi, minuti, ore, giorni, che formano mesi, che abbiamo assemblato secondo un criterio in mesi, e le stagioni, gli anni, gli inizi di secolo, i periodi a cui abbiamo dato un identificazione come il Medioevo o l’Illuminismo, l’età buia e l’età dei lumi.
Il mio orologio va in avanti e gira le lancette verso destra o verso sinistra, questo dipende dai punti di vista, comunque sempre in senso orario. Questo per dire che siamo nel 2012 e che detto così appare largo, meno largo se dico che siamo nel Novembre del 2012, ancora meno largo se dico che è il 4 Novembre e, a questo punto stretto, se dico che sono le 04 e 46 di questo unico 4 Novembre 2012. Questo per dire che sono in un preciso contesto temporale e per darmi il permesso nelle future righe di questo scritto di usare parole, purtroppo, che saranno comprensibili, da ora in poi, ai posteri che leggeranno.
Uccido zanzare e la parola ‘orologio’ suona degna di uno scritto adesso nel 2012 anche se abbondanti secoli fa sarebbe stato come scrivere internet.
Ho adottato uno stile consono alla nobiltà della scrittura. Credo che la scrittura più nobile sia quella che possa essere letta, non dai posteri, bensì dai vecchi antenati.

In uno dei suoi sogni Dio, con gli occhi chiusi, vedeva creare la plastica, per costruire oggetti usati per tagliare più velocemente della verdura da mangiare e si svegliò, era un incubo.

In un altro dei suoi sogni Dio, con gli occhi chiusi, vedeva creare del metallo per costruire aeroplani che dall’alto dei cieli rilasciavano sostanze velenose per far ammalare gli Adami e le Eve e così si svegliò, un incubo era.

Faccio il secondo canestro in un posacenere da un paio di metri di distanza con il filtro di un drum ormai finito.

In un altro dei suoi sogni Dio, con gli occhi chiusi, vedeva modellare la creta in mattoni per costruire palazzi, in qualcuno di questi palazzi vedeva uomini che raccoglievano e ammassavano soldi per costruire pezzi di metallo, che noi chiamiamo armi, per usarle fuori da quegli sportelli, in posti lontani dove uomini toglievano vita ad altri uomini con il loro ausilio e non per la sopravvivenza o per un pezzo di pane, no, solo per accumulare ancora più soldi dietro quegli sportelli e avere accesso a una conoscenza indegna per il mezzo usato e si svegliò, un incubo era.

Fece un sogno poi Dio, terribile, a occhi chiusi, vedeva creare, con l’ausilio di una disciplina chiamata Chimica, delle piccole sfere, grosse come un unghia, fatte di un materiale che un leone, un dinosauro, un’orca o un aquila, mai avevano visto crescere su un albero o fuoriuscire dalla terra o, scalfendo un qualunque tipo di roccia, rimanere lì per terra. “Forse in fondo agli abissi dove veniva scaricata tutta la monnezza del mondo erano andati a prenderla”, si chiedeva nel sogno Dio.
Queste piccole sfere venivano ingerite dall’animale più stupido, l’uomo. A volte si erano rese necessarie per permettere di osservare le lancette dell’orologio in modo che la sofferenza non togliesse il respiro ai battiti del cuore, unico e vero orologio senza lancette che muovono passi verso un futuro incerto ma che scandiscono il tempo presente, finalmente eterno, uguale per tutte le bestie più o meno intelligente.
Queste piccole sfere con nomi strani sostituivano a quella sofferenza, che a qualcosa era pur dovuta, dei sorrisi di plastica e degli organi di metallo, liberando i chakra in un unico colore: il grigio.
Dopo i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, le stagioni, gli anni, i secoli, le ere e l’evolversi delle creature, qualcuno, nel 2012, aveva un orologio tutto suo che misurava il tempo per il sonno, per sorridere, per non amare, per morire nella plastica, e per non crescere i figli con il naturale aiuto di un genitore, un orologio che misurava il tempo per non ascoltare più la musica, non vedere lungo un marciapiede un improvviso soffio di vento che alza foglie secche, polvere, cenere e un sacchetto di quella plastica in un vortice che dura pochi secondi, ma che se hai occhi adeguati, ti mostra per quei pochi secondi la spirale che esiste in natura. Un orologio che misurava il tempo per far sì che non sia più una cosa di tutti i giorni fare il bagno nel mare come prendere un autobus, ma che diventi un esperienza rara e che provochi un’emozione affine, rara; quelle piccole biglie da ingoiare con l’acqua che limitano lo spazio e fanno sì che il tempo non sia più eterno e verticale, ma provvisorio, sterile, contato, passato, irrisolto, con una bandiera tra le mani che, sventolata, ricorda la quarantena di un lebbroso senza futuro, senza tempo, orizzontale come il tempo in cui lui impiegava la visione del soffitto in una piccola camera e, in cui ora nel 2012, viene impiegato con l’ausilio di un cuscino a osservare canali su uno schermo che, invece, misurano il tempo in un frammento sostitutivo di storie di vite lontane e finte.
L’assorbimento di queste storie e vite recitate di fronte a una telecamera vide Dio quella notte, egli vide aggiungere plastica e metallo intorno a quei cuori, come nei suoi precedenti incubi si svegliò senza mani per porre rimedio e con tutto il suo respiro mosse nuvole per cercare di far risplendere il sole fuori dalle finestre, fece crescere quelle fragole fuori da quel balcone e fece smettere di piovere proprio nel momento in cui quelle persone uscivano di casa.
Gli mise davanti l’Amore, che venne scansato, gli mise davanti di nuovo l’Amore per i sentimenti e per le emozioni e mandò pensieri alati come messaggeri che dicevano di osservare quello che stava facendo contro quelle sfere. Quei pensieri alati venivano cacciati con fucili carichi a soldi da potenti cecchini, fermi, senza vita, su torrioni altissimi costruiti senza uscita. L’esercito dell’Amore, senza armi cercava di distruggere quei torrioni ma tante figure, come burattini, preparavano il terreno che avrebbe dato i suoi futti vent’anni dopo questo 2012, persone coltivate con dentro il frutto da partorire: la paura del buio.
E allora Dio si svegliò, era soltanto un incubo.

Dal suo creato intanto variegate e poliedriche persone stavano aprendo il terzo occhio e insegnavano agli altri come farlo.
Dio iniziò a pensare al suicidio, a niente erano serviti i suoi forti respiri e i pensieri alati, scrisse una lettera con l’idea di addormentarsi per il suo ultimo sonno, il suo ultimo sogno.

“Creature viventi, animali, piante, creature inanimate, montagne, cappelli e plastica, esseri indegni, friabili esistenze a cui ho dato vita, acqua, fuoco, terra, aria, cavalieri della luce, ricordi del passato, speranze, cavalli, uccelli, scorpioni e, tu, unica coscienza,
ho perso,
energia che tutto permea, volontà che tutto crea, amore che ti nascondi e a tutti sempre dovresti mostrare i tuoi capelli, libertà che nessuno ti conosce, tenerezza che vieni continuamente offesa e rabbia che vieni continuamente rispettata,
ho perso,
influssi di pianeti a cui ho dato troppa e troppa poca potenza e importanza, rabarbaro sconociuto come l’amore, fante di cuori escluso da tutti i mazzi, regina di cuori così impaurita dalla tua missione e dalle nuove vesti, regina di picche che ti escludi dal giocare con Lui e aumenti lo spessore del ghiaccio intorno al tuo organo che tutto è, meno che fatto di metallo, api che sbattete contro la finestra rinunciando al sapore di un miele che riceve l’odore da un ciliegio e zanzare che continuate a fare la guerra anche con chi vi ha capito e cerca pace,
ho perso,
formiche solitarie che vi tenete per mano, luce e buio, scheletri negli armadi che non volete uscire, che a volte vengono a prendervi, e che non ringraziate l’apertura di quelle ante piuttosto che il divenire polvere negli armadi, povera carta, vittima della trasformazione, inchiostro che sporchi illumini e immobilizzi muovendoti, tabacco che uccidi e liberi dal male
ho perso,
maligno a cui ho permesso di esserci, demoni che vi abbraccio senza essere ricambiato, dannati nel limbo, tra il terreno e il divino, attirati da entrambi, strattonati con violenza per le braccia e le gambe tanto che vi allungate e vi distendete fino a toccare con le punte dell’estremità entrambi, senza scelta o preferenza, bambini, che siete cresciuti prima del tempo, che ancora non sapete parlare e camminare e state imparando l’alfabeto o che togliete la vita morendo in un incidente stradale e che invece dovreste nascere per vivere in quella laguna priva di scogli aldilà delle nuvole,
ho perso,
evoluzione che porti avanti il tuo piano, che giri le spalle, che ti abbassi allargando con le mani le natiche ma non per mostrare il culo in segno di lezzo piuttosto per farti penetrare dall’animale più stupido, tecnologia che vinci in nome del progresso, un progresso travestito da controllo e viceversa
ho perso,
urla, che cercate e invocate il mio aiuto quando non meritate che solo il vostro suono arrivi alle mie orecchie, regina di quadri, che combatti contro tutti i semi e lo spessore dei loro sbadigli senza sapere di farlo, e te, regina di fiori, che non sai nemmeno di esistere per chi blocca la sua penna pensando a come imprimerti vicino al tuo charm, e tu, silenzio, che interrompi il rumore per permettere un degno ascolto,
ho perso,
Nietzsche che hai rinunciato a incontrarmi prima di urlare a tutti che ero morto
ho perso,
spirito libero che mangi formaggio alla maniera di un topo, pallino nell’universo, segregato in questo sistema solare rinunciando alla galassia che riunisce le galassie in uno degli infiniti universi, cavallo attaccato per le briglie, schiavo in quella piazza del carro in cui sterili figure poggiano il proprio corpo per vedere le strade sorridendo alla morte del tuo spirito, oceano racchiuso in quella bolla di sapone che non vuole scoppiare per farti inondare i fondali che ti appartengono, vento che sbatti, procurandoti ferite, contro grattacieli di ottone, madre natura che continui a lottare contro le gabbie di cristallo in cui dividono la tua forza, arcobaleno dove qualcuno è salito per provare a attraversarti, cadendo, rialzandosi, perdendo l’equilibrio, rialzandosi, facendosi uccidere lavolontà dall’enorme quantità di grigio che tutti portano nelle tasche, Amore che ti ho vestito in maniera elegante e in cui avevo riposto tutte le mie speranze, Amore che credevo ti accogliessero a braccia aperte e ti presentassero ai nemici, sognando che quel giorno ti saresti messa da scudo e a barriera per proteggere da quella sottile e affilata lama che, come un carrarmato, si avvicina alla sommità della coscienza di tutti, quella coscienza che io sono e che permetto di modificare a tutti come essere comune a tutti, come essere che rappresenta tutti nelle sue diversità, come entità da cui tutti potrebbero trarre consiglio e potenza,
ho perso,
lascio lo spazio a Voi e l’Universo alla sua entropia.
Addio.”

Scusa nero cane se divento permaloso quando ti ordino e non rispondi ma non penso di ordinarti ma di dominarti e volevo parlare di altro riguardo a te ma lo trovo indegno perchè tu nauseato con urti di vomito cerchi di allontanarti da me. Lo terrò a mente. E allora indegno tutto questo mio ultimo sogno che sto scrivendo in cui non scrivo il finale perchè indegno avere come causa il mostrarti perchè mi uccido.

Interrompo qui, così. Apro la finestra e faccio entrare qualche ape.

Per fortuna non sono Dio ma sono uno scrittore e Scrivere è la mia missione quindi sono Dio. Ho detto scrivere non cavalcare l’onda.

Ironia della sorte? Sono in una piazza che non fumo Marlboro rosse ma tabacco e l’accendino è a forma di cesso e il tabacco si chiama Lucky Strike ma, cosa più importante, il nero cane non aveva gli urti di vomito, come ho io, ma semplicemente annusava con eccitazione questa situazione.

Adesso scrivo a lapis rendetevi conto. Scrivo anche senza voglia ma sento di averne il bisogno. Ho troppe cose da dire e un metodo troppo lento per comunicarle, la scrittura, per quanto sia efficace. Hanno preso in ostaggio il mio amore, il nostro. Le cose senza amore acquistano, sì, acquistano è il termine adatto, un altro punto di vista. E’ passata la luna piena. La luna piena era ieri. Un inutile luna piena è passata. Il mio nero cane Funk è giorni, credo settimane che non è con me. In questi ultimi giorni di luna piena è sempre successo qualcosa e ieri il Funk ha tirato giù per terra mia madre spaccandogli il viso e scheggiandogli un dente. E lei non è qui e forse non lo sarà mai più e il mio punto di vista è cambiato per questo.
Un mare di merda senza amore è all’opposto di uno gnomo che cavalca l’arcobaleno, ma solo in sostanza, nella forma può sembrare la stessa cosa. Come quell’anello forgiato per Amore da un orafo o tagliato da un dito da parte di un pedofilo.
Lo stesso fottuto anello. Passatemi il fottutto.
Sta diventando un incubo questo sogno.
Speriamo allora che sia l’ultimo per davvero.
Aspetto la prossima luna piena per capire e osservare dove sarà lo gnomo e se avrà tagliato dita da mani più o meno pulite.

Cosa?

Ci dormo su, così poi scrivo l’ultimo sogno, se scaccio le api e mi alzo presto per andare a raccoglierlo laggiù in fondo, sul cemento bagnato.

Quinto dan.

Abbassando le ginocchia per raccoglierlo, l’ultimo sogno di Dio uscì dalla pozzanghera che provò a rappresentarlo senza riuscirci. Il nero cane dormiva tranquillo dopo l’agitazione che lo aveva fatto pigolare come un volatile. Vibratori nell’aria. L’ultimo sogno di Dio era ancora valido, degno di essere raccontato.

Sottovoce quella figura, appena Dio chiuse gli occhi col senno di sempre, gli iniziò a sussurrare, Ti amo.Ti amo. Dio blidò gli occhi con l’idea di non riaprirli più dopo questo. Ti amo, mostralo a tutti, chiedi di imitare, emana Vertigo tra le persone. Scrivo. Emana e riesci nell’impresa, non avere paura di contare troppo: conta fino a mille, Conti fino a quello se lo fai. E qui non contiamo le parole, contiamo la qualità dello spessore, non contiamo nemmeno lo spessore quindi; ma la sua qualità.

Adesso si cambia registro. Questo è l’inizio di un opera incompleta, L’ultimo sogno di Dio o il primo incubo, tutto da decidere. Si cambia registro, si cambiano occhi, si cambia cuore. Non vorrei che il ‘si cambia registro’ fosse un luogo comune di questo periodo e allora spiego al passato, agli antenati dei miei antenati che cambiare il registro è cambiare quello che registri.

Un bambino all’orizzonte che cammina con lo sguardo più alto della sua testa. biondo e moro, alto e basso, maschio e femmina, ribelle e non succube, questo di sicuro. Cammina e viene incontro all’umanità che fa più schifo viene con una bandiera bianca che ha trovato sopra un ponte dove una volta un ragazzo aspettò fino alla luna piena una ragazza con il sapore dell’amore, scusate, il colore, l’odore. Quel bimbo camminava con un cane bianco stretto in un guinzaglio nella mano destra e con un cane nero con un altro guinzaglio.

Chi è biondo.. chi è moro.. quali sono i canoni dell’evoluzione che definiscono i tratti fisici giusti.. o biondo.. o moro o alto o basso o ticchio o forzuto… il ponte diventerà leggenda da raccontare ai nostri figli.. biondi o mori che siano che saranno.. giocheranno con castelli di sabbia friabili che  parlanti diranno tutte le negatività dell’essere vissuti.. creati.. concepiti.. ma solo il vento trarrà le somme dell’esistenza… nostra mia tua sua. Riusciremo a sentire la loro anima più sottile e intrecciate.. le delusioni saranno tante..le conquiste pure.. vertigini saranno… Vertigo.. un uragano.. la natura non aspetta.. crea.. parola di mamma.

Dall’altro lato del ponte mi ritrovo a iniziare quest’anno aspetterò una chiamata per ritrovarmi di nuovo sospeso senza nessuno alle spalle ad ammirare la luna piena e l’arcobaleno. Tutto sarà in armonia, tutti al loro posto. Luce e buio. Ordine e caos.

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