S’oggetti – Il programma

 

Omada stava leggendo un libro, seduto sulla sua panchina preferita, nel suo parco preferito, non troppo lontano da casa. Una bottiglietta di thè freddo, un pacchetto di sigarette light, e uno di gomme da masticare nel taschino della camicia blu a righe. Era una bella giornata, mitigata da una brezza fresca che scendeva tra i palazzi. Tutto normale. Tutto come sempre. Nessuna preoccupazione. Nessun entusiasmo. Intorno, nel parco, non c’era molta gente: Qualche ragazzino che giocava a pallone. Una coppia di anziani, mano nella mano, che passeggiava con la tipica calma di chi ormai ha più anni alle spalle che davanti a sè. E alcuni cani e padroni in pascolo, uniti da guinzagli colorati, e da bastoncini di legno. Infine, sotto l’ombra di un grande albero, se ne stava sdraiata una ragazza dai capelli biondi, legati, che finivano in una lunga treccia. Aveva un quadernino in mano, su cui stava scrivendo concentrata, dal quale scostava lo sguardo solo alla vista di alcuni petali di fiori che venivano ripetutamente portati in alto dal vento. Omada continuava a leggere, sebbene ogni tanto la sua attenzione venisse catturata da quella figura femminile in abito bianco a fantasie floreali. Diciamo più di ogni tanto. Anzi, ogni cinque o sei righe i suoi occhi si spostavano automaticamente su di lei, e ciò rendeva il libro via via sempre meno interessante e meno comprensibile. Era inutile continuare. Ormai ossessionato da quel corpo e da quei lunghi capelli color grano, cominciò a cercare un modo per poterle parlare. Pensò a tutte le scuse possibili che avrebbe potuto usare per avvicinarsi a lei. Sigarette ne aveva. L’accendino pure. Forse avrebbe voluto una gomma. Ma chi l’avrebbe accettata? Il perchè è risaputo..

Il tempo passò, senza che Omada riuscisse a cavare un ragno dal buco – Perché non posso semplicemente andarle accanto e dirle “Ciao”? Che ci sarebbe di male? No, no, non ce la faccio, mi vergogno troppo! – Pensava, mentre centinaia di petali bianchi continuavano ad attorcigliarsi in aria, sostenuti dal vento. Alla fine, la ragazza che stava sotto l’albero, si alzò. Raccolse le sue cose, e se ne andò – Bravo coglione che sei – Si disse Omada. Ma pensato questo, da lontano, vide cadere dallo zainetto della ragazza il quaderno sul quale prima stava scrivendo. Colto dall’occasione, si tirò su di scatto, correndo in direzione del quadernino abbandonato. Lo raccolse, e subito si rimise a correre in direzione della ragazza bionda che aveva appena girato l’angolo. Ma appena Omada svoltò l’angolo del parco, di lei non vi era più traccia. Scomparsa, tra la brezza, i semafori e i palazzi. Fissò per un attimo il quadernino nero, incredulo e amareggiato ancora una volta. Era rilegato in pelle nera, con inciso a fuoco sul davanti un serpente che scendeva da un albero. Sotto, c’era marchiato anche un nome: Gea.

Omada diede uno sguardo sul retro del quaderno, in cerca di un indirizzo o di un numero di telefono. Ma niente, non c’era nessun indizio che potesse aiutarlo a rintracciarla. Sospirò, pensando di aver perso l’ennesima occasione della sua vita, e sconsolato, prese a sfogliare il quadernino, come gesto automatico. Si soffermò su una pagina a caso, e cominciò a leggere distrattamente. Ma mentre leggeva, a un tratto si fermò di colpo. Rimase impietrito, e il quadernino gli cadde di mano. Con le gambe che gli tremavano, si chinò per raccoglierlo di nuovo. Si accese una sigaretta, e rilesse da capo: Undicesima Realtà Virtuale – Questa realtà è decisamente divertente. Il cielo è così azzurro, e le piante sono così vivide. Il sole ti scalda perfino dentro, e le intelligenze simulate, qui, sembrano assolutamente vere. Negli ultimi giorni ho dovuto modificare alcune strutture di base dell’architettura neurale, dato che si erano verificati degli errori di sistema. Ho imparato a suonare il pianoforte e a dirigere il vento. E’ stupefacente. I rapporti con le simulazioni sono interessanti, e ce ne sono alcune con le quali mi diverto molto. C’è una signora anziana che abita sotto di me che tutte le mattine mi racconta qualcosa del suo defunto marito. E’ dolce e gentile, ed io le porto sempre dei fiori. Si comporta come se avesse avuto davvero un marito in carne ed ossa. Come se per lei quel passato fosse esistito veramente. Ci sono ancora molte sezioni da migliorare, ma devo andarci cauta. Non voglio fare gli stessi sbagli che ho fatto con la settima realtà virtuale. Ho quasi rischiato di far collassare tutto il programma..

A questo punto, Omada, chiuse il quadernino e se lo mise in tasca. Le mani gli tremavano. Si guardò intorno con occhi sgranati, come se fosse la prima volta che vedesse il mondo a lui attorno. Spense la sigaretta sotto il tacco, e si incamminò a casa. Una volta rientrato si fece una doccia fredda, anche se gli sembrò bollente. Mangiò un boccone, che non aveva più alcun sapore, e si sedette sul divano, a fissare il quadernino chiuso che aveva appoggiato sul tavolino del salotto. Fece un gran respiro. Poi lo prese, e iniziò a leggerlo dall’inizio. Passarono un paio d’ore prima che Omada riponesse di nuovo il quaderno sul tavolo, e da quel momento, lui, non poté più essere lo stesso. Quello che aveva letto, era ormai evidente: Egli era un’intelligenza simulata, all’interno di un programma, interamente gestito da un’entità di nome Gea. E tutto quello che aveva davanti agli occhi, non era reale, compreso egli stesso. Né lui, né tutto il resto, esisteva. Inutile dire quante e quali cose gli passassero per la testa, non basterebbe un libro intero per poterle scrivere tutte. Solo una di queste però aveva senso perseguire adesso: Cercare Gea.

Riempì la sua bottiglietta con altro the freddo, si sciacquò la faccia in bagno e uscì di casa per ritornare al parco col quadernino in tasca. Le nuvole si allungavano al suo passaggio, a causa del vento che si era fatto più forte. Dentro di sé, non riusciva a sentire nessuna emozione.. Niente rabbia. Niente paura. Niente calore. Camminava come svuotato di tutto quello che egli era stato fino a quel momento. Camminava come un corpo che non esisteva più, in direzione di un luogo che non era mai esistito. Oltrepassò il cancello. Oltrepassò le panchine. E oltrepassò il grande albero. E li la vide, bella come se la ricordava, che girava intorno all’albero, con lo sguardo rivolto verso il basso, in cerca di qualcosa – Stai cercando questo? – Le disse Omada con voce decisa e col quaderno in mano – Oh si! Grazie, è tutto il giorno che lo sto cercando, grazie mille! – Rispose lei sorridendo gentilmente. Ma Omada non ricambiò quel sorriso. Anzi.. Tutte le emozioni che prima non era riuscito a provare, si stamparono sul suo viso istantaneamente, e poi, con voce tremolante, parlò – Mi devi dare delle spiegazioni.. – Sul viso di lei scomparve il sorriso, e i suoi occhi si tinsero di preoccupazione – Lo hai letto? – Chiese lei. Ma lui non rispose. La guardava dritta in faccia, con occhi pieni di paura, rabbia e dolore. Allora lei capì. Abbassò lo sguardo un secondo, e Il vento soffiò più forte, senza petali, scompigliando i capelli di entrambi. Poi lei si avvicinò a lui. Appoggiò la testa sul suo torace, e alla fine lo abbracciò. Lui rimase immobile per un po’. Poi cedette, e cominciò a piangere, e a stringerla forte. Non si dissero nulla durante l’abbraccio, e dopo poco si staccarono. Lei lo prese per mano, mentre una lacrima le cadeva dal viso, e con delicatezza disse – Vieni con me. Ti spiego tutto –

E gli spiegò che quella in cui si trovava era una simulazione virtuale all’interno della mente di lei. Che nella sua realtà, era possibile simulare interi mondi con la mente, attraverso tecnologie neurali, e che quella simulazione in particolare era una sua invenzione. Gli spiegò che lui non era altro che un prodotto dei suoi pensieri, creato e programmato dal suo inconscio allo scopo di partecipare alla realtà simulata, senza però poter modificare alcun fenomeno. Gli spiegò che non aveva un passato, né un futuro, e che il tempo che lui percepiva era solo una sequenza di momenti irreali. Tutto risiedeva nella fantasia di lei, e lui e tutti gli altri non erano che i personaggi di un suo sogno indotto artificialmente. Gli spiegò infine che in realtà non poteva capire la complessità della situazione, e che non avrebbe dovuto aver paura. Omada ascoltò tutto, in silenzio. Rimase un po’ a pensare, scrutando nel cielo qualcosa che potesse rassicurarlo. Poi disse – Dunque.. Non esisto? Che cosa sono? Cosa mi succederà? Cosa succederà quando la simulazione verrà disattivata? – e lei, sorrise con occhi tristi – Ti stai ponendo delle domande fuorvianti.. Tu esisti, come esisto io. Solo che tu, esisti in me.. Ma così come anche io risiedo in qualcosa di più grande, nel quale un giorno ritornerò come parte integrante e interdipendente. Non si può smettere di esistere, a meno che si abbia questa volontà. E’ vero però che tu non esisti come pensavi fino ad ora. Ma vedi, esistere o non esistere, è solo una questione di forma. E la forma, svanisce e si modifica continuamente. E cosa credi che ti possa succedere? Nel momento in cui realizzi di esistere al di là della forma, qualunque conformazione tu possa assumere successivamente, rimarrà sempre la stessa attenzione, la tua presenza. Ma senza questa realizzazione, ogni mutamento di forma, passerà attraverso un oblio dove tutti i ricordi e le impressioni vengono cancellate. Vedi, se non hai paura di perdere qualcosa, allora come potresti perdere qualcosa? Anche nella mia realtà è lo stesso. Non conta se quello che si sta vivendo è reale o no, ma il fatto che sia tu a viverlo. Poi la scelta sarà tua. Se continuare la solita simulazione, o passare ad un altra. Non aver paura, non servirà a niente averne. Non modificherà alcunché, né ti aiuterà in nessun modo.. – Poi lei le accarezzò i capelli, e gli spostò dolcemente lo sguardo verso il sole, che lentamente scendeva verso l’orizzonte. Omada pianse, e i raggi del sole si infransero sulle sue ciglia, scomponendosi in mille arcobaleni. Arcobaleni di luce artificiali, su ciglia virtuali..

Gea lo accompagnò a casa, tenendolo a braccetto. Si fece offrire un bicchiere di the freddo, e una sigaretta. Il sole era ormai scomparso dietro le colline, e Omada se ne stava in piedi, di fronte alla finestra, che ormai rifletteva solo la luce all’interno dell’appartamento. Poi si girò verso di lei, quasi con un sorriso, e le disse con voce rotta – Voglio fare l’amore con te – continuando a guardarla col cuore ferito. Lei si alzò lentamente e si mise davanti a lui. Lo guardava con fermezza. Iniziò a far scivolare in basso il suo vestitino bianco a fiori. Completamente nuda, gli si avvicinò. Si strinse al suo corpo, a quell’ammasso di segnali elettrici all’interno della sua mente. Omada la accarezzò, e la baciò, con gli occhi ancora lucidi. Ma in quel momento, tutto il dolore, scomparve..

Dormirono nello stesso letto quella notte, come due innamorati, ma al suo risveglio, Gea, non c’era più. Di lei c’era rimasto solo il suo profumo tra le lenzuola, un capello biondo sul cuscino e un biglietto con la sua firma sul comodino. Si tirò su e si sedette al centro del letto, lasciandosi andare un’ultima volta a quel profumo che un po’ sapeva di amore, e un po’ di terrore. Andò in cucina a preparare del the, con la sigaretta già in bocca. La accese al fornello. E mentre l’acqua se ne stava ad aspettare di bollire, lui tornò in camera da letto a prendere il biglietto di Gea. Lo aprì con calma, e poi lo lesse. Sorrise. Sorrise senza trattenersi nulla. Poi spense la sigaretta nel posacenere e tornò in cucina, a versare una bustina di the nell’acqua ormai bollente. Sul bigliettino solo poche parole: “Ti ho preso una gomma da masticare.. Tornerò.. Gea.”

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...