S’oggetti – La scatola

 

Un bel giorno, un professore di filosofia, si svegliò. Fin qui niente di eccezionale. Tranne per il fatto che quella volta, a svegliarsi, non fu esattamente il professore in quanto tale, ma una scatola. Si, una di quelle grandi scatole di cartone, che se ne stava li sul letto di camera del professore. E appena sveglia, o sveglio, dato che quella scatola era il professore, percepì subito che qualcosa non andava affatto bene. E’ già difficile provare a spiegare come una scatola di cartone possa svegliarsi, figuriamoci come sarebbe difficile spiegare come una scatola possa essere un professore. O si è l’uno, o si è l’altra. Non si è mai sentito che una scatola possa insegnare filosofia, ne che un professore sia mai divenuto scatola. Ma stavolta andò così, e la scatola, o il professore, tanto è uguale, non aveva grandi mezzi per poter capire cosa stesse succedendo. Come se a qualcosa che non ha coscienza, si iniettasse massicce dosi di sapere, sperando che tale conoscenza spinga la coscienza ad emergere. E fu così, dal niente, come d’altra parte per tutto quello che conosciamo, che prese coscienza e vita.. Ma non aveva arti, ne organi interni, ne sensi per percepire. Era solo coscienza, con molto sapere, sotto forma di scatola. Che si fa in questi casi? Il professore era sicuro di essere un professore fino al giorno prima, un essere umano, ma non sentiva e non poteva muovere niente. Mentre la scatola, beh.. faceva la scatola. Fu la forma a far capire al professore in che pantano fosse finito. Furono quei limiti di cartone a illuminare le sue perplessità – Dunque sono una scatola!! – Si disse il professore – Merda, è come se fossi capitato in un pessimo racconto di imitazione della Metamorfosi di Kafka, non può essere vero tutto questo, starò sicuramente sognando.. –

Purtroppo per lui, scartò subito la possibilità di poter essere in qualche modo il frutto dell’immaginazione di qualcun altro.. Ma chi potrebbe biasimarlo? Esserlo avrebbe voluto dire non esistere se non come emanazione manovrata e inconsapevole di una coscienza al di fuori di sé. Chi potrebbe mai accettarlo? Così al professore cominciò a salire una certa ossessione, che lo spingeva a chiedersi – E ora cosa faccio?! – mentre l’impossibilità di muoversi lo faceva sentire inerme. Passò del tempo, e ci fu molta angoscia, immobile angoscia. Si sentiva così vuoto, sia come coscienza che come scatola. Ma poi qualcosa successe. Il professore smise di sentire al suo interno quella strana sensazione di vuoto, e cominciò a percepire una forte pressione, tale da poter colmare tutto il suo prima vuoto spazio – Mi stanno riempiendo! – pensò il professore, iniziando a percepire altri oggetti al suo interno. Forse barattoli, forse libri..

La situazione stava diventando sempre più sconveniente – Diamine, come posso sentire se non ho dei centri nervosi? Cos’è che sto sentendo? E come faccio ad esistere sotto forma di scatola? E’ sicuramente un brutto sogno! Però, sembra tutto vero.. Un momento.. Cos’è quella luce? Accidenti.. Vedo! Adesso riesco anche a vedere.. Cavoli, vedo fuori! Eppure non ho occhi, com’è possibile tutto questo? – Si chiedeva il professore. Chiaramente non era possibile, se non all’interno stesso della sua coscienza, poiché essa non vede con occhi. Non le servono occhi per vedere, proprio come nei sogni. E poi questo è sempre un racconto, non la realtà. Ma quel che vide con i suoi nuovi occhi non gli piacque molto: Chi lo stava riempiendo, con aria scocciata e sconvolta, era sua moglie. E ciò che stava riponendo nello spazio vuoto all’interno di suo marito, adesso scatola, erano libri, i libri del professore! Tutto quello che egli aveva letto nella sua vita gli veniva adesso inscatolato dentro da una moglie in collera e vogliosa di divorzio poiché egli non si era presentato per l’ennesima volta al pranzo con tutti i parenti di lei. Insomma, era furiosa. Raccontarle poi che in realtà quella mattina, il professore, si fosse trasformato in una scatola, sarebbe sembrato sicuramente una scusa, forse anche un pò banale.

In altre occasioni avrebbe preso diversamente la reazione della moglie, ma adesso aveva cose più importanti a cui pensare – Come esco da questa situazione? – e credo sia una domanda più che legittima. Ma in quel momento si rese conto di una cosa alla quale, in tutti gli anni passati, non aveva mai fatto caso – Hei, ma a chi ho fatto questa domanda? Mhmm.. E questa? Un momento, a chi sto domandando? – e questa cosa lo fece rimanere eccessivamente perplesso. Cominciò allora ad uscire di testa, letteralmente. Anche se poi di una testa, effettivamente, non si potrebbe parlare.. Pensava – Che senso ha farsi una domanda se poi a risponderti è la stessa cosa che si è fatta la domanda? Proprio perché non sa la risposta si fa quella domanda.. Sono sempre io! E che senso ha che io debba articolare i miei pensieri in parole se poi sono sempre io a formularli? – Capì così che egli, in quanto creatore di pensieri, non era il frutto di questi. Non era espressione, ma esprimente. Dettatore di sensi, non significato. E avvertito questo in sé, si sentì scaraventare fuori dalla porta di casa, la sua casa, ritrovandosi così da solo, per strada, in mezzo ad altre scatole. Una scatola vuota, riempita di pesante conoscenza, abbandonata dai sentimenti umanoidi e privato di un’identità condivisa. Una pacchia.. Si sentì pervadere da un gran senso di amarezza, ma anche da una libertà mai provata. Amarezza per aver passato anni a credere di aver imparato davvero qualcosa, e di aver preso seriamente il farneticare dei suoi pensieri e la sua vita. E infine libertà! Libertà dalla logica, dallo scopo, dalla verità, dalla specie, dal pensiero. Libero da quell’elisir di immortalità terrena, ricercato a costo di sacrificare tutto e tutti, ma che in ultima analisi sarà esso stesso ad essere il grande sacrificio finale.. Libero adesso dal limite dell’essere e del non essere. Allora si ricordò quale fu la sua prima sensazione al risveglio – Sto vivendo nell’immaginazione di qualcun altro – e qualcosa di incredibile successe..

– Io, ex professore di filosofia, riprendo possesso di me stesso. Prendo possesso di questo racconto, che inadeguatamente si è arrogato il diritto di rinchiudermi tra le righe di un nero fluido pensiero, con lo scopo di sfruttare la mia esistenza a suo vantaggio, senza dare niente in cambio, relegandomi in una forma, oltretutto inopportuna, e separandomi dalla mia assenza. Tutto questo per una misera immortalità nel tempo, che scomparirà con la fine dell’ultimo punto di vista cosciente. Hai commesso un grave errore, o narrante. Hai creduto di esistere davvero, di non essere tu stesso nel racconto di qualcun altro.. E questa sarà la tua rovina.. Ora, qui finisce il racconto.. Qui inizia la vita.. –

 

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