Sagra di Sagre – “Parlo d’amore ad un cane” – Ultimo post

La sagra delle sagre non ci ha dato niente. Non era credibile (la pienezza). Non era credibile e siamo venuti via, siamo tornati in città. Io guidavo la macchina come se la guidasse un altro, come se tu fossi il procuratore della motorizzazione arrivato da Roma in seguito a degli scandali interni alla motorizzazione provinciale e giri di mazzette e televisori al plasma che volavano e poi, evidentemente, atterravano. Guidavo così, tranquillo. La sagra delle sagre fuori città non era buona, il vino buono, ruzzo, ma il cibo freddo, dimenticato sui vassoietti di finto alluminio, servito da queste ragazze di paese vestite con delle loro specifiche divise e dei guanti di plastica, ma scarpe tutte diverse e culi, anche. Io mi stavo per comprare un cappotto del Casentino, con quella lana grezza verde o arancione, ma era non tanto per quella lana grezza, quanto per la storia delle citazioni, sì. In memoriam.

Era bello tornare in città e non era ancora inverno, ma solo fine estate ed era martedì e lunedì sera e noi non sapevamo davvero come fare a sfangarla e continuare a smettere di fumare e continuare a non fumare pensando che non c’era un vero motivo per cui non si fumava se non appunto il fatto che in questo clima di smobilitazione e di togliere tutto, progressivamente, tanto valeva togliere anche questo. In piazza la comunità marocchina che deteneva il controllo della piazza e dei venditori di rose cingalesi aveva accolto quote rose ed ora là tirati all’angolo con Sant’Agostino avevano cominciato a portarci dei loro amici marocchini e con sindrome di dawn, mongolini si sarebbe detto in gergo giovanile e scapigliato, e mi domandavo solo quale fosse la loro funzione nell’organigramma generale delle funzioni che si assegnavano i marocchini proprietari della piazza di fronte ai quali transitavamo di sfuggita abbassando anche un pò lo sguardo accelerando per andare al Caffè Notte a berci le grappe barriccate o morbide, indifferente.

Erano i tempi che si ritornava alle Cure, il barrio natale, una stanza singola a casa con mia madre, e il barrio era tutto uno sluccichio, tutto un ricordare nulla, tutto un ritornare da sconfitto, ma sconfitto eccellente. Alla fine i vecchi compagni delle scuole elementari che facevano le commesse nei negozi di abbigliamento per bambini extra-comunitari in piazze future, avevano fatto altri percorsi, ma erano finite esattamente dove me, che pure me ne ero andato con passaggi rocamboleschi o che sembrassero. Eravamo pari. Tutte le strade delle commesse elementali riportavano al barrio natio che era anche dove la storia, per definizione, era iniziata. Non ci salutavamo, fuor di dubbio, e comunque adesso erano loro che potevano permettersi di non salutare me, col mio taglio di capelli e rasatura che facevano pensare solo ad un colloquio di lavoro perpetuo e che non avrei fatto a breve.

La mattina in cui decidevo che questo (testo) non era l’inizio di niente e non lo sarebbe stato mai, pertanto postare tutto su un blog spacciato come lo è questo specifico dei miei ventisette, che è bello ammannarsi così, che suona come qualcosa della Spagna del Sud, di novant’anni fa, e che i periodi temporali e lessicali potrebbero durare all’infinito e tutto va bene e mi sveglierò presto per la sveglia del telefono e non mi sveglierà mia madre che non c’è motivo e poi sarà bello che qualcuno si ricordi che giro il caffè in senso anti orario e io neanche lo sapevo e non è che non lo ricordavo. Sarà bello. Andrà bene, in quelle mattine, decidere di postare questo, a cui non farà seguito niente, perché continueremo ad uscire di lunedì, martedì, mercoledì e poi giovedì andremo a yoga e venerdì sarà tutto un toglier denti del giudizio e poi ghiaccio cocaina liquida dell’anestesia del dentista con cui parleremo di teodicea e di dio e del problema del male che è come dire teodicea ma dirlo esplicito per farlo capire alle capre ignoranti che leggono questo blog, scherzo ragazzi era così per vedere se stavate attenti e allora l’antennista rumeno di sky, non skype che è così contento di montarci l’antenna sul tetto, perché vuol dire che lui un lavoro ce l’ha, così che ci vedremo i film le partite, ma è solo perché mia madre non era stata in grado di dire no all’offerta promozionale del tipo del call center in cui mia madre aveva operato un transfert del figlio, cioè me, e quindi l’antennista ora sta sul tetto, appunto per questa incapacità di dire no, che è congenita al lato femminile, della mia famiglia, ma la ritrosia femminile in generale, ritrosia è la parola, anche a dire no, quindi ritrosia di ritrosia, sagra di sagre, contenitori di contenitori, senso di senso, direbbe un filosofo di cui voglio scordarmi il nome, anzi non vorrei, ma è così. Mia madre che cazzo urla al telefono, bestemmie come preghiere, l’antennista sul tetto, andar con Matta a prender Tara la notte, partire all’una, per nulla, l’etica e l’estetica, affacciati alle terrazze nel Sud della Spagna, i colloqui di lavoro, farsi la barba e andare a yoga dove si sospetta sia murato di fica, ma la fica alla fine è un posto ostile che respinge nella sua ritrosia di ritrosia, sagra di sagre, sono stanco è mattina, bevo il caffè, l’antennista sul tetto, mia madre al telefono e questo è allora l’ultimo post che pubblico su questo blog, saluti, ho dato, voglio altro adesso, cosa, non so, qualcos’altro, non finiscono le cose, finiscono, poi nascono i fantasmi, Solaristica, detto con l’accento moldavo dell’antennista, scrittura automatica di Social network, progetti per il futuro imparare la punteggiatura, leggere l’Ulisse in inglese, smettere di bere acqua, smettere di farmi le seghe come predicava il Signor Jean e accumulare quantitativi di sborra nei coglioni a livelli di pressione tale da alimentare turbine eoliche e basta, e tutto questo per nessun motivo, così come questo non sarà un testamento, né un messaggio generazionale, tipo noi che ci si beve i mojiti come dice Santoni, noi che tra Sorrentino e Garrone rispondiamo Crialese, anche se l’ultimo a livello di storia, beh, insomma. Ma insomma cosa? Per le strade del barrio natio che non è natio che son nato a Fiesole poi passato i primi anni di vita a Novoli e poi a tre anni arrivato qui, questo per la pienezza, ad ogni modo nel barrio natio, adesso che scrivo, passa l’arrotino ombrellaio e così il post si conclude. Mia madre regala delle sedie all’antennista rumeno, io bevo il caffè, aspetto che lei accenda skipe, che siano le cinque per andare in motorino. E’ un bel periodo, potrei quasi scrivere qualcosa di buono. Sono ottimista. Ciao.

4-5-6. 09. 2012

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