Storia di Wildt, che non sapeva pronunciare il suo cognome

Storia di Wildt

che non sapeva pronunciare il suo cognome

Wildt nacque da famiglia nella media e non si lamentò. Se qualcuno gli avesse chiesto di definirsi avrebbe detto che era uno che non si lamentava o al massimo si lamentava in silenzio, che poi è impossibile. La gente non ci pensava che fosse impossibile, e Wildt era anche contento che la risposta andasse bene così senza dover specificare né dell’implicita impossibilità, nel del significato della frase. Di cosa non ti lamenti, Wildt, avrebbero potuto chiedere? Non mi lamento della mia famiglia nella media. Non mi lamento del mio essere scultore. Wildt scolpiva donne, perché scolpire donne era come farci l’amore, era come scrivere le poesie per imbroccarle, e perché sulla scultura c’è poco da dire: anche se scolpisci dei funamboli tristi in terracotta o se scolpisci una tua mano, perché è una mano, sono dei funamboli tristi in terracotta. Anche di questo Wildt non si lamentava e nel suo non lamentarsi nessuno che gli chiedesse ragioni del suo non lamentarsi, perché in effetti sarebbe stata una domanda a cazzo, una stronzata. La vita di Wildt cambiò un giorno che un tale sconosciuto gli fece presente che il suo cognome non si pronunciava nel modo in cui Wildt lo pronunciava. Wildt si meravigliò non tanto della boria dello sconosciuto, di sapere meglio di lui e della sua famiglia il modo vero di pronunciare il suo cognome, questo non lo stupì, perché le persone in generale non lo stupivano, e non lo stupivano perché non gli interessavano. Wildt non si stupì del fatto che questo fenomeno fosse passato sotto silenzio nella sua vita, e che nessuno avesse mai detto niente, perché non era solito riservare tavoli al ristorante e la gente non chiedeva come si scrivesse il suo nome, non era abituato a prenotare gli alberghi, ma era abituato a vedere il suo nome scritto sulle targhette delle sculture, a quello era abituato, e per quanto lo sconosciuto avesse ragione, non era mai venuto fuori questo problema, perché quando si leggeva si leggeva di corsa, senza soffermarsi a pronunciare mentalmente il suo cognome, ma lo dava solo per appurato, come i nomi russi nei romanzi di Fëdor Dostoevskij, come qualcosa che sta scritto e che puoi leggere e allora anche non leggere. Il suo cognome era impronunciabile, era indicibile, lo sconosciuto aveva ragione in tutto e per tutto, anche se la cosa non cambiava niente. La sua vita cambiò e smise di scolpire donne e funamboli e mani e smise anche di non lamentarsi di non lamentarsi. Non che iniziò a lamentarsi, ma smise, quello sì.  Accadde di maggio, un giorno che pioveva, in cui non accadeva niente.

 

21:5:12

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