Consonanti: Z.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

Z.

Eravamo tutti insieme, nel solito posto, a bere.. Ma avremmo bevuto anche se non fossimo stati nel solito posto. Tutti insieme, compreso un freddo cane, di quello che senti nei piedi e non ci puoi fare nulla, se non continuare a bere. Ci dicevamo come sempre cazzate, o si ragionava di qualche progetto o di tutte quelle cose che verranno poi perdute nello scorrere del tempo. Non c’era quasi mai un momento di silenzio, c’era sempre qualcosa da dire, un concetto da esprimere o una storia assurda che ti era capitata da raccontare, e quei pochi secondi di silenzio, che si intervallavano tra un discorso e l’altro, venivano rispettati con una devozione sacrale. Perchè ognuno di noi, dentro di sè, sapeva che quel silenzio era il momento in cui salivano le idee migliori, quelle che ti avrebbero fatto sentire vivo per molto tempo, fino a quando l’ultima goccia di alcol fosse rimasta in corpo, fino all’attimo prima che precede l’oblio di tutte le sbronze degne di questo nome…  Intanto si versavano copiose nei bicchieri ogni sorta di bevande. Alcune coloratissime, altre trasparenti. Ti chiedi come mai ci sia tutta questa varietà di cose nonostante portino tutte nella stessa direzione. E mentre bevi vedi  quelle bottiglie variopinte, con forme diverse, anche se per noi, alla fine, erano tutte uguali, dato che a noi interessava solo il sapore della potenza, racchiuso in ognuna di quelle bottiglie dalla dubbia origine. La musica in quel posto faceva sempre più o meno schifo, ma non importava, a nessuna delle persone che erano lì dentro gli fregava qualcosa della musica, serviva solo a far stare più vicine le persone quando parlavano, e così potevi avvicinare la tua bocca all’orecchio di qualche bella ragazza senza essere invadente e sentirne il profumo dei capelli, e magari, distrattamente, cercare di strappare un bacio intriso di rum scuro. C’erano un sacco di ragazze stupende, una più bella dell’altra, una più troia dell’altra, e lo dico in senso buono. Come diceva Zeta! Quando qualcuno diceva che le donne son tutte troie, Zeta esclamava – Magari! – e lui su queste cose aveva sempre ragione, era uno che sapeva il fatto suo. Quindi ce ne stavamo al bancone del bar, col sorriso sempre in faccia e i cappotti consumati addosso, e ogni dieci minuti qualcuno versava in dei bicchierini della vodka ghiacciata, da bere in un sol sorso, gridando qualsiasi cosa potesse rendere quel rituale un pò meno squallido di quello che in realtà fosse. Si brinda a chi se ne va, o a chi come noi stronzi rimarrà qui ancora a lungo. Ti chiedi che senso abbia quel brindare, ma la risposta arriva subito guardando i volti contenti al tuo fianco: Che ti frega, nella vita non ci sono vincitori.. Di bicchiere in bicchiere il mondo si fa via via più divertente e fluido, mentre uno stato di demenza infantile prende le redini della tua volontà, o forse è proprio la tua volontà ad essere quella demenza infantile che appare se non tenuta a bada. Quando eravamo fuori a fumare, sotto luci da cantiere, si apriva una nuova realtà, perchè fuori non c’era musica, e le puttanate si sentivano molto meglio e si rideva ancora di più. Quel ridere che ti fa piegare in due, che non riesci a stare fermo e cominciano a farti male gli addominali. Quello è il momento in cui prima o poi succede qualcosa. Non potrai mai sapere cosa, sai solo che accadrà! Ma non quella volta. Perchè quella volta non successe niente, o sicuramente niente di diverso dal solito. Zeta diceva sempre – Le cose possono accadere o non accadere. Ciò che fa la differenza è la tua volontà. Allora qualcosa accade sempre.. – Già, quella volontà bambinesca del continuo giocare che riemerge sorso dopo sorso. La sentivo quella volontà, ben presente in tutto il corpo! Ma allora perchè non succedeva niente? Che Zeta si sbagliasse? Non era abbastanza manifesta la nostra volontà in quel momento? Interdetti tornammo a bere, scambiando pezzi di carta in cambio di fluidi maligni. E la nebbia del male cominciò così a velare sempre più i nostri occhi. Adesso tutte le ragazze sembravano bellissime! Ma perchè, cos’era cambiato? Sono sicuro che loro erano sempre le stesse. Forse era la volontà che prendeva forma, che si assestava con scossoni sismici nel cervello, manifestandosi in tutta la sua bellezza, o nella nuova bellezza delle ragazze prima non belle. Dannata nebbia, è colpa tua se non accade nulla, pensai. Che poi non è che non accadesse nulla, accade nel mondo in ogni istante un’infinità di cose. Ma in quel cazzo di posto non accadeva niente per noi! Ripensai a Zeta e all’ultima volta che lo avevo visto. Mi faceva sempre ridere, e quella volta, dopo una gran risata, mi disse – Il problema è che manca il motivo, il movente. Quello per il quale un’arancia matura al sole, o per cui la Terra continua a girare. Cosa spinge un uccello a volare? Eppure tutti sappiamo la risposta, ma non ci piace, e perciò, la annientiamo – Non posso sapere con certezza a cosa si riferisse, avevo solo una vaga idea. E forse, li, sbronzo, in quel posto squallido dove non accadeva niente, insieme agli amici più cari, capii a fondo le parole di Zeta. Forse avevo capito perchè non succedeva nulla. Non era la volontà il problema, ma qualcosa che non ha un nome, non ha odore, non ha colore, o meglio, li ha tutti quanti insieme contemporaneamente. Qualcosa che prende forma solo attraverso quella volontà infantile, che filtra il brodo primordiale di questo mondo, trattenendone solo quello con cui vuole giocare. Quella cosa li è il movente, è il metodo.. Una pacca sulla spalla mi riportò alla realtà, passandomi in mano una boccia di whisky. Odio il Whisky, sembra di bere del salmone liquido, ma alla fine lo bevo lo stesso. Mi accesi l’ultima sigaretta, cercando tra i volti di donna un segno della mia nuova comprensione. Il fumo saliva verso i tetti, la notte e le stelle. E mentre saliva, sentii una mano accarezzarmi i capelli. Era una mano gentile, con le unghie lunghe. Non mi girai a guardare, rimasi a fissare quel fumo denso salire. Non avevo idea di chi fosse quella mano, ma sapevo cosa la stava muovendo. Quella cosa senza forma, senza nome. E come poteva avere un nome? Come si fa a dare un significato a qualcosa che dà significato alle altre? Gettai la sigaretta per strada, guardandone la scia luminosa nel buio. Mi girai poi verso quella mano. Riconobbi quegli occhi, conoscevo quel sorriso, ma non sapevo più se fosse lei, o quella cosa che muove la volontà. Avvicinai la bocca al suo orecchio, nonostante non ci fosse la musica come scusa. Le sussurrai – Grazie – e la baciai in fronte. Addio volontà, addio luci colorate, addio bicchieri vuoti, io me ne vado via, scortato da qualcosa che un nome non ha, e che ha il sapore di tutte le cose – pensai fra me e me. Mi girai distrattamente verso il luogo dove avevo gettato la sigaretta come attratto da un lamento. La luce del tizzone si era spenta. Era ora di andare, o altrimenti avrei fatto tardi. E anche se non sapevo per cosa stessi facendo tardi, andava benissimo così. Con me c’era adesso il movente. Avrei tanto voluto dirlo a Zeta, avrei voluto dirgli che lo avevo finalmente trovato. E che forse c’era ancora speranza..

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