Penna rossa

Ricordi quando.. la penna rossa non si può vedere, smetto.

Rinizio. Con la penna rossa.

Ricordi quando eri lì, con i cani che abbaiavano e fra le regole c’era quella di non andare via finchè il vino nei bicchieri non era finito? Ecco, dai un altro sorso.

“Insomma cosa studi?”

Silenzio. Ma cosa studiano le persone.

Mi piacciono le attrici.

“Non è possibile continuare l’uni-versità se non si ha delle nonne” pensava lui. Poi aprì il multi-verso e tutto cambiò. Forse. Ma non voglio parlare di questo.

Uno che scrive dovrebbe portarsi sempre dietro una penna e della carta.

Magari non rossa: infuoca gli animi.

E allora ribellatevi. Ribellatevi come l’unica foglia verde rimasta viva nella stagione dell’autunno, e non siamo l’eterno rosmarino. Ribellatevi come un cucciolo al suo padrone. Mostrare i denti.

Anche i padroni hanno paura sono umani d’altronde, credo. Ribellatevi come un cavallo…

Niente da dire. Non è passione Cavalli. E’ molto di più.

“E’ che sto cercando di diventare un uomo” disse lui dopo aver posato lo zaino.

“Ma lo sei”

“Lasciamo stare” proseguì lui.

La testa piena di inutili pensieri.

Perché Nietzsche era impazzito proprio lì, che ruolo avevano le case farmaceutiche, cosa, un cane, poteva insegnare.

“Tieni” pensò prima di dirlo davvero.

Insomma. La camera era davvero un letamaio: ante aperte, cartacce e piscia di cane per terra, contenitori della nonna, che ricordavano una sognata indipendenza, sparsi senza una precisa logica. Penna rossa: ricordo la maledetta logica. Panico. No.

Sul tavolo perpendicolare alla linea del tavolo, c’erano un sacco di fogli.

“Certo che qui manca proprio un tocco femminile?” disse, indovina chi?

Chiuse le ante degli armadi, il cane non capiva bene ma gli piacque molto.

“Guarda che facciamo tardi” disse lei.

“Ci sono, ci sono.. scusa il disordine.” Avrebbe voluto dirgli che era un tipo ordinato, che quando rimetteva a posto, le matite le metteva parallele alla linea del tavolo. Forse glielo disse. Ma l’estetica passò in secondo piano? Facciamo terzo piano.

“Tieni” come aveva pensato.

In quella camera sporca e disordinata si trovavano sul tavolo una serie di fogli stampati da una di queste macchine che stampano, lui che odiava le “stampanti dell’uni-versità.”

“Dai, tieni” consegnando alla bellissima ragazza quello che era riuscito a scrivere.

”Cos’è?”

“Ancora non lo so, per ora si chiamano:‘Sognando camere d’albergo’, non ho capito se è un racconto o se è l’inizio di tutto” rispose continuando a non prenderla per mano forse. Non c’era scritto tutto ma c’era scritto abbastanza per farsi conoscere. Non avrebbe capito molto o almeno non avrebbe capito logicamente cosa era racchiuso in quel racconto scritto a tempo perso. O forse sì. Ma quanto è facile lasciare tutto in sospeso.

Come ora, che la signorina sulla poltrona davanti a me mi permette di scrivere senza che mi senta un intruso, sorseggiando il suo vino, abbracciando il suo cane. E io qui come uno sfigato, ma poi.. lasciamo stare.., come uno sfigato che la lascia lì e preferisce scrivere di getto con questa penna rossa fuoco quello che il carro armato di fronte agli occhi vuole comunicarli.

Carro armato ti ripeto, dove cazzo vuoi andare?

“Tieni” gli lasciò quelle camere d’albergo, quelle difficili, gli esperti dicono ermetiche, camere d’albergo.
In realtà lì c’era scritto tutto, io lo so, forse anche qualcun altro, a qualcuno piacevano le immagini a cui rimandava, mi viene in mente la parola ‘under’, sotto o giù, non saprei, in contrapposizione forse col salire, su, storie di piramidi? Under, mi piaceva l’idea.

“Leggilo con calma musa. Niente da aggiungere, magari da allungare qualche parte, ma vedrai che dopo ti spiego tutto. Sorridi.”

Buio.

Non è ancora buio questa volta ma è rimandato di poco.

La scoperta del funk è importante, chi lo conosce dà per scontato che sia già, di fatto, conoscibile a tutti. Grosso sbaglio. Servirà a quello che serve ma mi piace l’idea di andare alla scoperta del funk. Anzi più che l’idea, mi piace scoprirlo, sono punti a favore verso i guerrieri della luce, altro che contributivi al cyber-punking di merda.

Buio? Ee, no.

Il fatto di aver consegnato quelle camere d’albergo alla sua musa era sicuramente importante ma non era quello il punto, anche se come punto era meraviglioso.
Chissà cosa ne avrebbe fatto. Ma poi, avete letto, chissà cosa diavolo c’era scritto.

Non voleva urinare dal balcone sopra una di quelle macchine succhia petrolio di sotto. Ma riuscì a farlo, un gatto attraversava la strada, e non era nero, la penna invece era rossa.

Voleva cambiare penna, finendo il vino rosso nel bicchiere.

Uno scrittore.

La stanza divenne una camera d’albergo.

Buio.

Finalmente una coppia d’assi. Facile con la penna rossa.

-Non mi piace foldare-

Ancora buio. Conosciamo tutti il suo contrario.

Arriverà? O sono i sogni di una penna rossa?

Buio.

“Ma te come le accendi le sigarette?”

“Uh?”

“Il primo tiro lo aspiri o no?” chiese.

“No, non lo aspiro, perché?” rispose.

“Era per capire che persona sei.”

Sembrava la domanda di un Cesare.

Buio.

“Allunga l’indice e il medio, gli altri tienili chiusi, a parte il pollice che deve rimanere diritto verso l’alto.”

“Ma sembra una pistola!”

“In alternativa di altro..”

“L’anulare e il mignolo chiusi, mi raccomando non servono a un cazzo quelle dita, nemmeno mentre scopi.”

“Siamo in un periodo difficile” pensò quell’anonimo ragazzo. Siamo nel 2000-X, siamo nel periodo che se qualcuno urla può sembrare un fanatico.

La parola terrorista non viene usata bene miei cari, viene usata come chi dà di puttana ad una ragazza felice che ha superato, se volessi contestualizzare, Dowson’Creek, altrimenti come una ragazza che come un ragazzo gioca contro gli altri per raccontare agli altri i vari rapporti.

Esco fuori dalla storia..

E’ impossibile uscirne, puoi solo parteciparne, uscirne fuori.. non influire o contribuire troppo, puoi descriverla o subirla. Io ho fatto tutto.

Il fatto è che ho iniziato a vedere. Nemmeno a guardare. A Vedere. Nemmeno lo facessi di proposito, quasi mi mancano le camere d’albergo. Io non ho mai voluto vedere. E’ che adesso, che riesco perché i miei occhi sono quelli che alimentano un carro armato, vorrei smettere. Il linguaggio supera la storia. Qui non c’è storia. C’è linguaggio. Tutto è già stato scritto. Non mi interessa, vuol dire che ripeto tutto senza saperlo, do valore a chi ha scritto le stesse cose. La storia poi la scriverò.

Dove siamo arrivati? Te che leggi a che punto sei arrivato? Io in testa, quello che voglio dire ce l’ho. Secondo me fino a qui ti è piaciuto, non so nemmeno se sono in grado di continuare; ma sono sicuro che nulla lascio al caso e che se inserisco un fucile che metto pronto a sparire… no. A sparare. Quello che scrivo mi viene dettato a scapito di chi dice: “A noi non servono penne!”

Continuo con la storia, leggi.

Le camere d’albergo sono state scritte. Non so ancora se le hai lette nel primo capitolo o se verrano dopo, ma credo che siano importanti.

Continuo con il linguaggio a scapito della storia. E’ che di personaggi ne ho parecchi. Pensare a chi tirare nel mezzo è molto difficile.

Sicuramente prima o poi, Jean, entrerà dilagando.

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