Consonanti: H.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

H.

 

Vederla uscire dalla doccia, con i capelli rosso ruggine bagnati che le cadono lungo la schiena, provocherebbe un infarto istantaneo a tutti gli uomini sopra la cinquantina.. Un corpo dipinto a mano, un capolavoro della biologia, il tempio perfetto per una come Acca. Avresti voluto essere quell’ asciugamano con cui si strofinava le gambe, utilizzato con cura nell’ eliminare ogni goccia d’acqua da quella pelle liscia come un ciottolo di fiume. Saresti rimasto a guardarla mentre si vestiva solo per aspettare di poterla spogliare di nuovo. La sua stanza era piena di cose bizzarre e inutili, ma che avevano lo scopo di dare all’ambiente un tocco di sensualità. E vi assicuro che entrare nella sua stanza e trovarla sul letto mentre leggeva, con quegli occhialini rossi che le cadevano sul naso, ti faceva montare in testa un solo pensiero: Fotterla come se da un momento all’altro sarebbero arrivati i nazisti a portarti via. Forse è una visione poco romantica, ma era questo che lei voleva comunicare. E in tanti avevano afferrato il messaggio che usualmente lanciava con gli occhi. Acca adorava il sesso. Chiaro, tutti lo adorano, ma non come Acca. Per lei era molto diverso. Era molto di più. Era la sua vita. Per lei, il suo corpo, non era suo, ma di tutti. Beh, non proprio tutti tutti. Ma non è questo il punto. Acca amava abbandonarsi a chi stimolava in lei quella pulsione irrefrenabile, quel desiderio di essere desiderata senza che avesse detto una parola. Desiderava il desiderio. Essere goduta nell’ istante stesso in cui a qualcuno ne venisse la voglia. E in quella voglia, senza addobbi e senza candele accese, si perdeva dissolvendosi in un groviglio di gemiti. Si faceva spingere via la sua falsa identità, diventando così espressione manifesta e pura di un amore incondizionato semplicemente cedendo a ogni resistenza. Il sesso era il suo legame con l’ infinito. E chi meglio di Acca avrebbe potuto vivere al meglio questo legame? Solo lei riusciva a trovare il volto di dio nei filamenti biancastri sparsi sul suo corpo perfetto. Solo lei era capace di trasformare la violenza esplosiva di chi le stava sopra in un salto verso il divino. Come ci riusciva nessuno lo saprà mai. Ma era certo che fosse unica in questo, e che il suo corpo, per lei, fosse solo un mezzo. Per me invece, vederla uscire dalla doccia, era come essere a teatro, ad assistere al suo spettacolo. E sapevi che in qualunque momento avrebbe potuto  prenderti per mano per portarti con lei sul palco. Là, dove si raccontano le storie che si tacciono. Il luogo dove giacciono i corpi stremati degli amanti che hanno recitato con passione il proprio ruolo. Rimasi li a guardarla in silenzio, appoggiato alla lavatrice, mentre si asciugava i capelli ancora nuda, mettendoci tutta la cura necessaria. Faceva finta di niente, come se in quel bagno non ci fosse nessuno oltre a lei. La guardavo attraverso lo specchio, senza che mai i nostri sguardi si incrociassero, quasi per non disturbarla. Era bella, bella davvero.. Mi misi dietro di lei, sempre senza dir nulla, e con delicatezza feci scivolare le mie dita fredde per tutta la lunghezza della sua schiena. Acca rimase impassibile, senza accennare nessuna variazione facciale. Ma questo era normale, faceva parte del suo gioco, del suo volere essere desiderata al di là del desiderio. Infilai allora la mia  mano tra i suoi capelli rossi e ancora un po’umidi, spostandole in questo modo la testa, così che potesse vedermi nello specchio, dove i miei occhi aspettavano i suoi. Erano occhi severi, privi di clemenza, annunciatori di tempesta. Acca capì. Acca capiva sempre.. e senza cambiare quell’espressione gelida, e senza distoglierla dallo specchio, mi accarezzò il volto gentilmente. Guardò un secondo verso la finestra aperta a sinistra. Guardò il cielo e le poche nuvole che rotolavano su sè stesse, rincorrendosi l’un l’altra. Sorrise. Non saprei dire a chi o a cosa, ma sorrise. Come se avesse capito qualcosa che noi non potremmo capire mai. Girò il capo nuovamente verso di me, verso lo specchio, e col tono di chi ha accettato qualcosa che inizialmente non avrebbe voluto accettare, disse solamente – Che cosa stai aspettando? – Più tardi, il cielo si fece limpido. Il vento aveva spazzato via anche le ultime nuvole. L’azzurro di un pomeriggio qualunque regnava su di noi tutti. Quell’azzurro nel quale Acca aveva un posto privilegiato..

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