Consonanti: V.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

V.

Saranno state più o meno le undici del mattino, e fuori c’era una giornata stupenda.  Un sole che te lo sentivi addosso.  Percepivi perfettamente tutte le informazioni che quel pianeta in fiamme ti stava mandando.. Con Vu c’era una sua amica, e non è che si conoscessero da tanto, ma era come se si fossero sempre conosciuti. SI erano alzati da poco, ancora strafatti dalla sera prima. Camminavano fianco a fianco, ridendo senza dirsi gran chè. Stavano andando a riprendere la macchina di lei che stava dall’altra parte della città, percorrendo però solo le strade dove batteva il sole, evitando le zone di ombra. Sentivano l’esigenza di stare alla luce, non volevano abbandonare il sole. Il problema col sole infatti  è che molti poi cominciano ad adorarlo sul serio, quasi come un dio. Ma il sole è solo un messaggero, non il messaggio. E anche il messaggio non è poi così importante, perché anche il messaggio è il messaggero di qualcos’altro. Comunque, Vu e la sua amica, continuavano per la loro strada, anche se le droghe trasformavano ogni piccola cosa in emozioni e sensazioni così intense da non poter essere ignorate in alcun modo. Non puoi far finta che quello che vedi non lo vedi. Non puoi ignorare che la luce ti si presenti come un abbraccio caldo, come l’eco del primo buio. Certo, ci sono le vetrine dei negozi, la gente in fila al supermercato, le automobili che ti sfrecciano accanto, ma cosa mai gli poteva fregare a Vu e alla sua amica di queste cose? Il cielo era azzurro e senza una nuvola, lungo il fiume rifletteva tutta la città. Che vadano al diavolo i negozi, le file e le macchine! Che vada al diavolo chi gli pone attenzione! Vu sentiva delle continue vampate di calore e la sua bocca faceva fatica a parlare. Con la mente zittita dallo stupore, si sentiva come se fosse nato in quell’istante.. La sua amica voleva prendere un taxi, ma in quel momento non avevano idea di come si prendesse un taxi. Dove trovarlo? C’era forse un numero da dover  chiamare? Allora cominciarono a fare un cenno ai taxi che passavano, ma nessuno si fermava. Probabilmente erano pieni, o forse loro non si facevano notare a sufficienza. Si fermarono un attimo a pensare, ma non riuscirono a pensare niente di utile, solo di continuare a camminare. Ci fu una mezza idea di prendere un autobus, ma era troppo complicato.. Il cielo era bello da brividi, come quelli di freddo che ora sentiva Vu nonostante quella palla infuocata che emanava radiazioni bollenti. A un certo punto, da dietro i palazzi, apparve una cosa bianca. Poteva sembrare un aereo, ma non lo era – Cos’è quello? – Chiese Vu alla sua amica – Mmmh… Non so, è fermo – Rispose lei.  Cominciò a muoversi in modo strano, e alla fine sparì – Non c’è più – Disse Vu inclinando la testa – Eh già – replicò lei. Poi sorridendo chiese a Vu – Lo hai creato tu? – Allora Vu rimase un secondo in silenzio e rispose – No, non credo – continuando a guardare verso il punto in cui quella cosa era scomparsa. Ma presto si dimenticarono di quell’episodio, e ormai vicini alla macchina, tutto il tragitto percorso sembrava mai avvenuto. Vu era ancora in botta piena, e non accennava a scendere. Sentiva che la luce lo stava attraversando, diventando buia alle sue spalle. Capì che la luce si donava al colore, lasciandolo su cosa che penetrava, restandone spoglia, per poi diventare ombra. Quell’ombra dietro di lui, che esisteva solo perché esisteva Vu. Poco prima della macchina si fermarono a prendere dei biscotti perché avevano fame, e la cosa più adatta in quel momento sembrarono proprio i biscotti al cioccolato. Presero anche una bottiglietta d’acqua naturale, gassata meglio di no, avevano deciso. Andarono lungo il fiume a bere e a mangiare. C’erano tutte le papere e le anatre che nuotavano, formando queste scie fatte di cerchi sempre più grandi nell’acqua. Sulle rive abbondava la vegetazione, mista, fatta di piante di cui non ricorderesti mai il nome – Non ci abbiamo messo tanto – Disse l’amica di Vu, e lui rispose – Vuoi un biscotto? Sono buoni –  No, non mi vanno – Esclamò lei coprendosi il viso con la sciarpa. Vu si sentiva invisibile, come se le altre persone, tranne la sua amica, non lo potessero vedere. Ma la sua ombra c’era ancora, come avrebbe potuto fare per  farla sparire?  Guardò la sua amica, sicuro del fatto che lei sapesse come farlo. I suoi occhi erano dello stesso colore del cielo, con in mezzo un buchino nero, che però nel cielo non c’era. La fissava sentendosi attratto dalla’assurda profondità di quelle pupille. Sentiva che in quel buchino ci fosse nascosto qualcosa. Lei allora le tirò uno schiaffo, dicendole – Sveglia, svegliati! – e Vu ritornò alla realtà del fiume, delle papere e degli schiaffi – Sono sveglio – Disse, con l’aria imbronciata. La sua amica lo prese a braccetto e lo portò alla macchina. Salirono insieme, senza sapere assolutamente  dove dovevano andare. Lei mise in moto e abbassò i finestrini. Poi la strada cominciò a muoversi nella loro direzione, o così sembrava. Comunque per loro era come restare fermi a guardare un film. Nessuno disse nulla, e pochi minuti dopo si ritrovarono sotto casa di Vu – Che ci facciamo qui? – Chiese Vu – Ti lascio qui, io devo fare un po’ di cose – rispose la sua amica. Vu fece un cenno con la testa, le sorrise e aprì lo sportello. La macchina ripartì e Vu rimase li in piedi, a guardare il sole un’ultima volta prima di rientrare. Pareva non avesse  un colore. Era un bianco esplosivo, come quello che si vede nelle immagini delle bombe atomiche. Faceva paura, tanto sentivi il suo potere. Quella non era solo luce. Era un grido lontano di qualcosa che si rigenerava divorandosi. E sebbene il messaggio di quel grido non fosse suo, Vu ne subiva comunque l’effetto devastante. Diceva solamente – Questa eternità è infinita solo perché dura troppo.. – Vu allora si girò verso la sua porta di casa. La aprì ed entrò nel buio che si celava al suo interno. E in quel buio, la sua ombra finalmente scomparì..

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