Specularismi forzati

Se gli avessero chiesto di scegliere (ma chi?) tra polifonia o cacofonia avrebbe risposto cacofonia.

Il vicino ascoltava la musica dance altissima che attraverso il minuscolo abbaino interno si diffondeva nella casa dove lui dava il cencio e spazzava che questo era quello che a lui toccava. Lei aveva pulito le superfici e i fornelli e ne aveva fatte molte altre, in effetti, che però in questa specifica conta non venivano considerate.  Allora lui si era messo la musica sua, non la lacrimosa di mozart, ma una musica dolce e bella, che poteva essere accusata di recentismo (sesto album dell’anno secondo alcune riviste specializzate) e di leggerezza in generale, una musica che forse non sarebbe sopravvissuta, ad ogni modo poi era cominciata la musica del vicino che la sovrastava. Era iniziata la polifonia. Lui allora aveva interrotto lo spazzare perché per quanto la dance anni 90 fosse brutta ancor più brutto era l’effetto della sua musica e della musica del vicino, la polifonia. Aveva quindi optato per la cacofonia. Era ingiusto? Forse. Come fa a vivere? Si domandava lei che stava di là. Lui provava a pensare quali cose si potevano fare con la musica così alta. Lei provava a rispondere che forse stava facendo le pulizie, come loro, solo con la sua musica. Quindi proponeva una sorta di specularismo, tutti pulendo la casa, ma lui non era affatto convinto. Non ne veniva a capo e i pezzi di merda dance si succedevano, si rigeneravano come un’idra dalle cento teste. Non si dovrebbe scrivere neanche una riga con questa roba, e concluse che di certo non stava scrivendo le sue memorie. Specularismo forzato. Si chiama induzione. Finì di dare il cencio pensando alla relazione tra induzione e specchio.

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