Londra 2012: This is the new austerity

“When the showing ended, someone asked about the plot to kill Hitler. The discussion moved to plot in general. I found myself saying to the assembled heads, “All plots tend to move deathward. This is the nature of plots. Political plots, terrorist plots, lovers’ plots, narrative plots, plots that are part of children’s games. We edge nearer death every time we plot. It is like a contract that all must sign, the plotters as well as those who are the target of the plot”. Is it true? Why did I say it? What does it mean?”

Don De Lillo, White Noyse

 

 

Se sei povero, a Londra, mangerai malissimo. A volte a Londra ti svegli e c’è il sole e Gaia deve andare a lavorare. Io attraverserò la City per andare a Richmond, al mio corso da mentecatto. Sii umile. Ci provo. Richmond è bella e tutti sono particolari e diversi, è solo la mia visione delle cose. Il vecchio alla fermata dell’autobus a cui chiedo d’accendere. Lo ringrazierò fin troppo. E perché mai le fermate degli autobus sono chiuse dal lato della strada e non viceversa? Io andrò in metro ad ore intere, che l’abbonamento settimanale è la più grande stabilità che ho, qui a Londra. Muoversi con la città, a le diverse ore della sua vita. Alle sei andando verso Waterloo, che si pronuncia, anzi che pronuncia l’interfono della tube, in un modo che nessun professore di storia della mia intera vita ha mai pronunciato. Uaterluu. Alle sei andando a Waterloo. I treni strapieni, e la gente che è così vicina eppure riesce lo stesso ad ignorarsi: come fanno? E’ l’abitudine. E allora io guardo tutti, i due operai della mia età che scenderanno a Victoria: uno di loro due non ha una scarpa. Perché? Esistono gli infortuni sul lavoro anche qui? E perché non ha preso un ambulanza? E la mattina quelli che vanno da dentro a fuori la città, così luminosi, si incontreranno alle fermate della metro di superficie. Poi tutti stanchi, che crollano dal sonno o che dormono semplicemente, dormire in metro, e chissà quale parte di loro ancora li permetterà di alzarsi prima o poi e scendere. Non lo vedo mai, quel momento. Martedì dieci di Aprile, Londra, solo come un cane, di passaggio come e ancora più di sempre, mi riscopro mosso dalle abitudini e se me le togli mi crolla tutto. Ma le abitudini si costruiscono in un attimo e allora andare da Tesco a prendere ancora dei nuddle che sono buoni o forse cattivissimi, come tutto, se sei povero, a Londra. La casa vuota, i nuddle sullo stomaco, che ieri che non sapevo cucinarli li avevo mangiati che ancora non si erano completamente evoluti, Gradual development, li avevo trovati più digeribili. Domani opterò per un grado intermedio, come il livello mentecatto a cui sono ascritto. A ragione.

***

Venerdì ancora a Londra, circa le sette. Io stanco morto finito sul divano di questa casa dove non rimetterò mai più piede, e su questo divano dove mai più dormirò. Le settimane passano e io me ne accorgo solo perché il computer mi dice di riavviare, che è trascorsa una settimana, dall’ultimo riavvio. Vagavo, su una metropolitana di superficie e crollavo anche io dal sonno, finalmente, come tutti gli altri intorno a me. Derivavo, è l’espressione. Poi a Bethnam Green iniziava a diluviare, col sole e io e gli indiani e i pazzi inglesi drogati e le madri di famiglia ci nascondevamo dentro Mc Donald, che non era più un non-luogo come un tempo, ma era luogo. C’era questo vetro grande tutta la parete che si affacciava sulla strada e passavano solo musica classica, nel sudicio, che nessuno si sogna neanche lontanamente di buttare la sua roba come noi inesperti italiani vorremmo fare. Lasciare tutto sui tavoli, che qualcuno lo butterà. Buttare tutto, qui a Londra, dietro un vetro e fuori diluvia. Dura poco. E prima ancora a Richmond, per l’ultima volta, era bello, era un venerdì dell’umanità, compagni trovati e perduti senza neanche i mezzi discorsi che talvolta si fanno, di tornare a vedere-sentire-sfiorare. Tutto un buttare, un perdersi continuamente sulle metropolitana di superficie e quelle sotterranee, il segnale del telefono e i volti della gente a miliardi, che tanti non credevo ne avessero partoriti. Tendo a creare legami, creare abitudini, ma sempre, ancora, ai margini del mio campo visivo. Così l’angolano Pombal e il thailandese dall’insicura sessualità, e poi la giapponese e la spagnola del pomeriggio di cui rimarranno queste parole su un computer che mi avverte che passano le settimane, mentre io dimentico tutto. Allora questi nomi che forse sono importanti, sono Luke  Giapp che aveva solo una anno più di me ed era bravo, era scorpione anche lui, e si è finiti a parlare di tutto quello che volevo io e al tavolo del venerdì c’erano solo segni di terra, fatta esclusione per me. Chissà la colombiana madre di famiglia che segno era e chissà quelli del pomeriggio, con cui era stato più difficile, ma solo perché ci era mancato il tempo, di perderci. Era dolce uscire da quella porta con Patricia parlando di Siviglia in inglese e salutarci alla spagnola e poi tornare subito ad essere inglesi di riflesso, a crollare sulle metropolitane a sognare che sia notte, che sia domani e pulire la casa, i piatti, per terra, che nessuno si accorgerà che qualcosa è accaduto. Sono giorni belli, mi sento come al limite dell’adolescenza, forse l’epoca è proprio finita, eppure siamo qui sui divani in case sconosciute e non si sa come fare.

9-13:4:2012

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