Consonanti: F.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

F.

Ci sono persone che si identificano col proprio lavoro o con quello che fanno. Altre che si identificano in uno stile o in una scelta di vita. Altre ancora che si identificano con un credo o un ideologia. Poi ci sono quelli che, come Effe, non c’hanno capito nulla. Puoi spiegarglielo in tutti i modi, ma loro niente. Non ci riescono! Come capire una barzelletta. O la capisci o non la capisci. Non la puoi capire a metà. Ecco, queste poche persone, quelle come Effe, non riescono a capire questo gioco collettivo nel quale viviamo. Non voglio dire che sono stupidi, tutt’altro. Sono semplicemente folli.. Effe, ad esempio, non capisce la differenza tra “fare” e “pensare”, per lui sono la stessa cosa! Per questo era sempre un casino avere una qualsiasi discussione con lui. Se ad esempio gli dicevi – Questo è mio – Lui non capiva e rispondeva – In che senso? che lo usi tu? – allora gli ribadivi – Lo uso perchè è mio – e lui rispondeva – E quando non lo usi? e sempre tuo? – e partiva la discussione:

 

– Certo che è sempre mio!

– E cosa te ne fai se non lo usi?

– Così quando mi serve, posso usarlo

– Questo sarebbe vero anche se non fosse tuo

– Se non fosse mio, non potrei usarlo

– Ma se uno viene da te e ti chiede di poterlo usare?

– Beh, glielo farei usare

– Ma tu mi hai detto che se non fosse tuo non potresti usarlo

– E allora?

– Allora come fa il tizio ad usarlo se non è suo?

– Può farlo perchè gli ho dato il permesso di usarlo

– E se lui lo usa di nascosto? come fa ad usarlo se non è suo?

– Può farlo, ma se me ne accorgo mi altero perchè è mio!

– Ma se non ti eri nemmeno accorto che lo usava!

– Che centra? è mio!

– Solo perchè è tuo qualcun altro non lo può usare? e poi

perchè sarebbe tuo?

– Perchè l’ho comprato! Ho speso i miei soldi!

– I tuoi soldi? Ecco che ci risiamo, in che senso tuoi?

– Cristo, lavoro e guadagno dei soldi che poi spendo per

comprare quello che voglio!

– Quindi quei soldi li dai a qualcuno e diventano suoi

– Esatto!

– Ma allora se prima sono tuoi e poi suoi, in realtà non

appartengono a nessuno, o meglio, appartengono a qualcuno

che non sei nè tu nè lui, che vi permette di usarli

– Non ti seguo

– Cioè, è tuo ciò che compri con soldi non tuoi, che ti

vengono dati da un altro nonostante non siano suoi, grazie

al permesso di poterli usare da parte di chi li detiene, e

ciò che è tuo è ciò che privi agli altri quando non lo usi,

quando sarebbe già tuo di per sè senza che debba essere solo

tuo e quindi non di tutti gli altri! O no?

– Ma ti rendi conto delle cose che dici?!

 

Effe era fatto così. Non era nè di qua, nè di la. Non avrebbe potuto esserlo perchè lui non vedeva un “qua” o un “la”. Lui diceva sempre che se dividi in fette una torta e poi chiami le fette con nomi diversi, sono sempre fette della stessa torta. Toh, una bella torta divisa in due. Te la metteva davanti e ti chiedeva quale pezzo volevi. Quello a destra! – Avresti potuto rispondere, e lui ti diceva – La mia o la tua destra? – e tu potevi rispondere – Quello alla mia destra – e lui te lo avrebbe dato. Poi avrebbe girato il piatto di 180 gradi dicendo – Un momento, ti ho dato quello alla mia destra! Prendi, questo è quello giusto – e tu dovevi accettare sennò cominciava. Era una persona irritante a volte, perchè sembrava lo facesse apposta. Magari stava bevendo una birra con te, chiaccherando di cose stupide, e poi se ne usciva con esternazioni come – Il mondo è un intrecciarsi di confini conosciuti senza che nessuno sappia cosa ci sia al loro interno! – e cominciava a ridere, e tu non potevi far altro che ridere con lui. Se gli chiedevi cosa intendeva con quelle parole lui ti rispondeva – Ma scusa, non parliamo la stessa lingua? non è che per gatto io intendo cane, se dico gatto, intendo gatto! E poi se parlassi un’altra lingua non avresti potuto chiedermi che cosa intendevo, perchè se non la sai la mia lingua, non la intendi, come avresti potuto capirmi? Inteso? A volte sei proprio strano, tutto bene in famiglia ultimamente? – quindi era sempre meglio non chiedere.. Tutti sfottevano Effe. Specie quando se ne andava via da qualche posto. Gli ridevano tutti alle spalle. Ma sapevamo tutti che in realtà, era lui a ridere di loro, e non alle spalle, ma dritto in faccia. E chi gli rideva dietro non sarebbe mai riuscito a ridergli in faccia come lui. Effe era troppo più potente, ti annullava la mente in pochi secondi e di te faceva quello che voleva. E per questo la gente rideva.. Rideva per dimenticare di essere appena stati stuprati nel profondo della anima. Effe ti metteva davanti uno specchio, per mostrarti quello che sei. Ma non lo faceva di proposito, gli veniva naturale. Era il suo modo di essere. E in questo suo modo di essere, si intravedeva una sorta di limpidezza che non si vedeva negli altri. Dio non esiste! – diceva. E chi te lo ha detto? – gli chiedeva la gente. Me lo ha detto dio! – e la gente cominciava a ridere. E lui non si arrabbiava, anzi, si divertiva! Ma io sono sicuro che in qualche modo ci stesse prendendo in giro tutti, e che le sue parole fossero le più sincere mai dette oggi. Non perchè vere, ma perchè dette senza filtri. Quei filtri che ci impediscono di immaginare qualcosa di diverso, che ci rendono cattivi nei confronti di chi non si nasconde dietro ad un’illusione. L’umanità ha sempre deriso i suoi fiori più belli, le sue punte di diamante. E in qualche modo Effe, questo, lo sapeva. Una sera, sotto un cielo poco stellato e una luna arancio, mi disse – Il giorno in cui morirò vorrei tanto trovarmi vicino al mare, da solo, seduto sugli scogli ad ascoltare le onde che si infrangono sulle rocce, col vento in faccia, di fronte ad un orizzonte sempre meno distante, a riflettere sul fatto che mi ci è voluta tutta una vita per morire quel giorno.

Ed io me lo immaginavo li, su quello scoglio, a gettare uno ad uno i sassi della sua esistenza nell’acqua, aspettando la barca che lo avrebbe portato al di la di quell’orizzonte, di quell’azzurro confine che Effe non riusciva a capire.. Pensai che a me non sarebbe bastata una vita intera per scordarmi di lui, di Effe. Della sua follia, della sua limpidezza, dei suoi occhi sempre pronti a saltare nel baratro dell’incertezza, ridendo di sé e degli altri..

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