Consonanti: D.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

D.

Era tutto molto buio e non si distingueva bene il paesaggio. Si vedeva bene solo la strada, fatta di grosse pietre, che serpeggiava tra le case. Le pietre per terra sembravano scaglie, e quando ci camminavi sopra, ogni tanto, qualcuna si muoveva facendo un rumore sordo, come di terracotta che si infrange.. C’erano delle lampade lungo i muri, come quelle ad olio, che spargevano intorno questa luce surreale, calda, che non illuminavano tanto più in là di dove erano. Forse a causa di una leggera nebbia, scesa da chissà quale regione remota per imporsi come sovrana occultatrice della notte.. Mentre camminava, Di, toccava i muri dei palazzi, ruvidi di calce, freddi da scottare. Era strano, aveva la sensazione di essere già stato in quella strada. Gli sembrava di averla già vista.. in un sogno! Anzi, in molti sogni. Di portava un cappello. Uno di quelli che si portavano una volta, e aveva una giacca marrone, sgualcita dalla poca cura. Stava nuotando in quella nebbia con mille pensieri in testa, e più o meno saranno state le quattro di notte, l’ora perfetta per non incontrare nessuno nel mezzo della settimana. Era davvero stanco, e gli facevano male i piedi. Ma continuò per quella strada sibilante, immerso nel rumore della sua nebbia mentale che permeava ogni angolo del suo notturno girovagare. Stava tornando a casa, trascinando con sé tutto il peso delle sue paranoie. La strada infine, quella dei sogni che aveva fatto, terminò in un incrocio, dove nessuna macchina sarebbe mai passata a quell’ora. Rimase fermo un secondo accanto al semaforo verde, come se avesse sentito di dover rimanere li in quel punto per un secondo in più. Allora alzò gli occhi alla notte, al cielo nero che aveva inghiottito tutte le stelle del cosmo, e vide un gran bagliore. Un affare enorme e luminoso aveva appena diviso il cielo a metà con la sua scia incandescente. Andava lento, molto più lento di una stella cadente. Dannazione, è davvero luminoso, almeno quanto la luna! – Pensò Di. Attraversò quella volta nera da una parte alla’altra con molta calma, non sembrava aver fretta. Di rimase imbambolato al lato di quell’incrocio dove nessuna macchina sarebbe mai passata. Pensò ad un meteorite, o ad un satellite in rotta di collisione, ma nessuna delle risposte che si dava lo soddisfacevano. Si guardò intorno, in cerca di qualche altra persona che avesse potuto vedere quello che lui aveva visto, giusto per assicurarsi di non aver preso un abbaglio, o che la mente lo avesse tratto in inganno. Ma non c’era nessuno. Era solo. Lui e la sua incredulità. Decise allora di dimenticare, di fare finta di nulla, e riprendere dunque la strada verso casa. Ma ogni passo era una domanda, e ogni domanda era un’altra domanda. Non aveva preso droghe, nemmeno bevuto un pò. Beh, forse un pò aveva bevuto, ma non così tanto da vedere scie infuocate nel cielo! La meta casalinga si faceva pian piano più vicina, e Di non vedeva l’ora di poter tornare nella sua stanza per navigare le infinite acque del web. Ma questo pensiero durò poco, e quella scia impressa violentemente sulla sua retina riemerse dal suo caotico crogiolarsi nel vicino futuro. Cosa poteva essere quella cosa? Un’allucinazione? Un disco volante? Un esperimento segreto del governo attraverso fondi neri per la sperimentazione bellica? L’unica certezza che gli rimaneva era il fatto che non lo avrebbe mai saputo, ma in fondo non poteva essere certo nemmeno di questo, quindi la certezza, in lui, semplicemente, scomparve. E scomparendo la certezza, scomparve anche il dubbio. Si ritrovò dunque senza dubbi né certezze, unico testimone forse di un fatto straordinario, al quale probabilmente nessuno crederà mai e che mai arriverà alle cronache.

Ormai sotto casa, tirò fuori le chiavi, e nel farlo, gli cascò il cellulare per terra, aprendosi in due. Di non si arrabbiò, non ne sentì il bisogno, ma lo raccolse, lo ricompose e salì in casa. Scalino dopo scalino si dimenticò di quello strano fenomeno a cui aveva assistito, e, una volta in camera sua, non ci pensò più. Accese il computer e si immerse nella rete per qualche minuto. Poi si ricordò che sarebbe dovuto  andare a lavoro e che sarebbe stato meglio mettere una sveglia e dormire un pò. Prese il cellulare, ma vide che stava segnando l’ora e il giorno sbagliato. Succedeva sempre quando si staccava la batteria. Ripensò allora a poco prima, quando gli era caduto per terra il telefonino scassato che aveva. La sua mente colse subito l’occasione associativa e inviò nuovamente ai suoi occhi l’immagine di quella cosa nel cielo, grande e luminosa. La riosservò per un secondo, come se dovesse guardarla per l’ultima volta.. poi guardò l’ora e la data sul suo computer per reimpostare il cellulare e poter finalmente mettere la sveglia e andare a dormire. Erano le cinque e mezza dell’11 Novembre 2011.

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