Amore fra alpinisti

In camera sua si interrogava spesso sull’amore. Si domandava quale natura avesse e sotto quali forme si potesse vedere o toccare. Inoltre si domandava se fosse cosa buona o cattiva essere innamorati.
Questi pensieri erano gli unici che lo distraevano dal suo chiodo fisso.
L’uomo si alzò dalla sedia che lo incatenava a vivere nei pensieri.
Stava invecchiando.
Si avvicinò alla finestra accanto al termosifone e vi poggio le mani quasi ad accarezzarlo. Spostò la tendina per lanciare un ennessima occhiata fuori, un ulteriore occhiata a quella vetta che ancora non aveva saputo affrontare, l’ultima della sua vita. Dopo di lei non c’era niente, non più sogni, ne speranze, forse ancora domande sull’amore, ma non più missioni da adempiere.
Era l’ultima vetta da raggiungere.
Il suo chiodo fisso.
La tendina si richiuse, richiudendo anche lui nella sua camera.
“La affronterò!” esclamò.
Tutti i giorni questa storia, tutti i giorni questo buon proposito da non rispettare. E comunque, in un modo o nell’altro, tutti i giorni questo pensiero lo rendeva vivo. Gli faceva pensare che ci fosse un motivo per non mollare, per continuare a vivere.
Rimise la mano sul termosifone, chinò la testa e si guardò le mani che adesso si erano riscaldate, se le mise a coprirsi il volto e iniziò a piangere. Un pianto trattenuto, di quelli che, appena ti accorgi che stai iniziando, smetti di farlo.
“Non posso piangere, ho passato tutta la vita da solo – disse – senza nessuno accanto che mi riscaldasse queste mani, solo, come quando inizierò la scalata verso la vetta. Non posso piangere, sono abituato a stare in mezzo al ghiaccio salendo sempre più in alto contro la forza di gravità e contro l’atmosfera via via più sottile. Non ho mai amato e non sono mai stato amato.”
Così ricominciava subito a ridar vita ai pensieri sull’amore appunto. Era un circolo vizioso. Un serpente che si mangiava la coda.
Camminava in su e in giù per quella piccola stanza, le pareti erano ricoperte di vecchie foto in bianco e nero, sorrisi, strette di mano, picchetti, zaini, e ancora sorrisi tutto sempre su sfondi innevati.
Erano passati cinque anni dall’ultimo tentativo di scalare la vetta, aveva deciso di smettere da quando l’incidente gli mise di fronte l’anima nera della montagna.
Era cresciuto tra la neve, aveva un vecchio sogno ricorrente dove la Madre, leggera e bellissima, con i capelli neri lasciati al divertimento del gelido vento, risaliva senza sforzo la candida parete per arrivare alla vetta. Là in cima il traguardo della Madre era raggiunto. Da là sopra lui si vedeva nascere direttamente su uno scivolo di ghiaccio che, senza farlo soffrire, lo portava sulla terra dove gli altri uomini vivevano da tempi memorabili, nessuna lacrima, soltanto freddo.
Qui si svegliava.
Ed era proprio questa sensazione di freddo che lo faceva svegliare e lo spingeva con gli occhi semiaperti a spostare quella tendina.
La stessa sensazione sapeva dove cercarla e molte volte si era avvicinato a lei. L’ultima volta era stata cinque anni fa, quando decise di non provare più la scalata da solo. Una splendida mattina accadde, infatti, che una donna gli suonò il campanello.
Si chiamava Jolie ed aveva un viso molto carino come i suoi modi del resto.
“Salve”
“Buongiorno, mi dica?”
“Mi scusi se la disturbo ma sono arrivata oggi.”
“Allora.. benvenuta”
“Lei è un alpinista? Sà, ho notato questa attrezzatura – indicando il pianerottolo di casa sua – e ho pensato che allora potesse darmi indicazioni per scalare la montagna”
Lui gli lanciò un occhiata e la fece entrare.
Come un cataclisma entrò nella sua vita e dopo appena una settimana, lui decise che era arrivato il momento di cominciare la scalata. Era sempre stato convinto che la solitudine era la sua arma migliore. Infatti da soli si è responsabili di se stessi, non si deve rendere conto a nessuno e in più non si assoggettava alle dinamiche dell’amore, fonte primaria di dolore.
Quella Jolie però lo aveva proprio colpito, gli sembrava così familiare e lo aveva convinto che le emozioni erano più belle vissute insieme, inoltre gli spiegò come l’amore fosse indispensabile nella vita, come poteva riempirti di senso. E gli fece entrare in testa che l’ultima vetta non significava per forza l’ultima cosa da fare, perchè dopo poteva resistere un’amore, l’amore. Gli disse che tutti gli uomini sono salvati dall’amore.
Le donne hanno il parto, gli uomini le donne.
“Le donne hanno il parto” – rimuginò nella sua testa -”questi sono segni; il mio sogno della madre, le donne hanno il parto, la vetta da raggiungere”
Decise che era arrivato per lui il momento di togliere l’attrezzatura dal pianerottolo, in più quest’amore da conoscere e questa ragazza così familiare giunta per caso o per destino alla sua porta, lo costrinsero quasi alla scelta che fece. L’indomani sarebbero partiti insieme.
Accadde un incidente.
Adesso una morsa di ghiaccio più forte di prima gli torniava il cuore. Adesso ne era convinto sempre più che l’ultima vetta sarebbe stata la fine della sua vita.
Il viso di quella Jolie andava scomparendo piano piano dalla memoria. Lei era stata l’unica che l’aveva distolto dalle sue credenze di uomo misogino nato tra le nevi con un unica cosa da fare. Lei aveva cominciato un cambiamento in lui, riguardo l’amore e il significato della vita, e prima che potesse vedere con i suoi occhi quello che Jolie gli diceva la motagna la portò via da lui, Jolie ormai era morta.
E adesso tutto era tornato uguale a prima, anzi, più freddo. E così dell’amore, rimanevano domande senza risposte. Gli sembrava quasi che il puzzle della sua vita si stesse risolvendo quando associò all’amore tra due persone un’anelito alla vetta. “L’amore sarà in cima ad una vetta?” “Due persone dovranno raggiungere una vetta insieme per amarsi?” Poteva sembrare una bella metafora ma per lui era anche la realtà. Era convinto che in cima alla montagna avrebbe sentito la stessa sensazione del suo sogno e che lui sarebbe stato nudo in quel momento, pronto a farsi vedere e pronto a guardare, come avrebbe fatto dopo il parto con gli altri uomini. Per quello decise che con quella Jolie sarebbe stato un successo completo, sarebbero saliti insieme, lui sarebbe stato disposto ad amare e ad essere amato ridandosi nuova vita dopo l’ultima vetta.
Era perfetto.
Il serpente che si mangiava la coda lo faceva col sorriso.
Ok. Arrivato qui, ancora le lacrime provarono ad assalirlo, come mai? Dopo tutto quello che aveva passato, perché si rifiutava di piangere? eppure non si trovava più nulla in lui di felice o solare. Anche quel viso ormai faceva stento a farsi largo nei ricordi.
Dalla tendina vide il suo riflesso nel vetro e vide la sua nuca ricoperta da folti capelli grigi, molti più di cinque anni fa.
“Basta non posso invecchiare così”
Eccolo il battito di ali della farfalla che scatena un uragano dall’altra parte del mondo.
Aprì il cassetto del comodino accanto al suo letto, prese una chiave. e scrisse due righe su un foglietto che lasciò sopra il comodino.

“Le donne hanno il parto, gli uomini le donne.
Alla ricerca di un amore.

Anonimo Pensoso”

Sbattè forte l’uscio di casa, aprì con la chiave l’armadietto sul pianerottolo e tiro fuori tutta la sua vecchia attrezzatura. Ne aveva due di attrezzature, una non era la sua.
Si avviò verso la montagna dopo essersi cambiato, e porto con sè anche una borraccia riempita di grappa. Come sempre da lontano sentiva arrivare quella sensazione.
Ripercorse la strada che iniziò con Jolie.
“Jolie ti sto raggiungendo” si ripeteva.
Sentiva il freddo e non gli faceva paura. Non aveva più paura di niente. Non temeva più di compiere la sua ultima missione, non avrebbe più guardato la sua vetta dovendo spostare una tendina, L’avrebbe toccata con mano.
Passò accanto al luogo dell’incidente, con in testa questa volta l’immagine vivida di Jolie che gli diceva sorridendo:”Le donne hanno il parto, gli uomini hanno le donne, io sono una donna e tu?”
Passarono dei giorni ma finalmente arrivò in cima.
Ammirò tutto e trovò tutto lassù. Quella sensazione del sogno gli era entrata nel corpo via via che raggiungeva la meta. Decise di lasciarsi andare decise che era giunto il momento. Ma prima volle liberare per una sola volta quelle lacrime che stavano invecchiando dentro di lui. Urlò contro la montagna con tutta la rabbia e la forza che aveva, con un espressione di liberazione in tutto il corpo.
“Le donne hanno il parto, gli uomini hanno le donne! Perchè me l’hai presa! Perchè mi hai rubato la mia donna? Perchè? Non ti perdonerò mai! Jolie…”
Le lacrime ormai inarrestabile sgorgavano come mai avevano fatto, e iniziarono quasi a solcare le sue guance. Un pianto lunghissimo, il freddo iniziò a gelare le lacrime ed era come nel suo sogno: le lacrime sembravano formare piano piano uno scivolo lungo la parete. Si sentì liberato e così l’alpinista smise di piangere.
“Ho vinto” sussurrò con gli occhi verso l’infinito.
Si lasciò cadere dalla vetta sulle sue lacrime, ma ormai nessun pianto, nessun dolore, nessun ripensamento erano intorno a lui.
Soltanto freddo.

 

 

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