Luglio-Agosto 2007. Ancora tu.

Luglio duemilasette.

I vicini con cui non interagirò mai, ascoltano Sigur Rós, album bianco.

Io alle tre a.m. di un venerdì di Italian wave sono l’unico della casa ad essere a casa. Non voglio guardare un film.

E poi un film l’ho guardato e ne ho guardati molti.

Parlo con Giulia al telefono. Ho rimesso a posto la stanza.

Domani vado all’azienda sanitaria locale a vedere se ho la tubercolosi. Chissà che cosa fa questa famosa tbc.

Quando muore qualcuno la gente chiede quanti anni aveva, il defunto. E’ una cosa che odio infatti non la faccio mai. E’ come voler dire quale grado di dolore attribuire alla notizia. Più è giovane, più grande è il dolore. Dovrebbe poi essere il contrario, secondo me, la soluzione naturalistica, cioè –Era vecchio e ormai fuori di testa– come a dire –Aveva vissuto una lunga vita, il corso, etc., insomma questa storia della soluzione vitalistica è solo una piccolissima parte della faccenda, ed è losca, sposta subito l’attenzione da qualcosa di più impellente e indicibile, qualcosa al contempo comune e ignaro a tutti.

Io con gli occhi rossissimi non riesco a dormire e scrivo questo, poi mi bruciano gli occhi per la luce e sono costretto fisicamente a spengere. E’ poi mentale.

Quando guardo più di un film al giorno, forse in quei giorni c’è qualcosa che non va. Ma se le giornate cominciano alle sei di mattina, appuntamento col cappuccino a Curtatone, non possono andare troppo male, è indubbio. Allora le mie giornate che cominciano alle sei saranno senz’altro gloriose. Perdute e gloriose.

La spalla semi-lussata, la ventola sul soffitto.

Agosto duemilasette.

Allora prima di partire ci eravamo già persi. Poi ha piovuto e noi ci siamo riparati sotto ai cavalcavia.

Ora siamo dalle parti di Genova e logicamente ascoltiamo De Andrè. La Cate canta con molto trasporto e una sua interpretazione, Mattia sembra un saggio giovane lottatore di arti marziali con le espadrillas nere che ho comprato per tutti prima di partire. E di perdersi. Le parole chiave sono: emozione, sentimento. Abbiamo buttato l’ultima canna di erba malvagia, dal cavalcavia. La coca l’hanno finita prima di arrivare alla frontiera.

Si tratta di guidare fino alla Spagna per un’altra volta.

Prima notte passata a dormire in un parcheggio poco fuori Barcellona, scelto dall’inconscio di Matta Mei perché chiamato O’ prado, il prato, e quindi casa. Adesso in albergo vicino la Sagrada Famiglia, con bella vista su ospedale monumentale. Matta e Cate sono in bagno a fare il bagno, io guardo una partita di biliardo in tv e penso di dormire due minuti. Le sigarette costano poco. Ho ripreso il cellulare in mano dopo 24 ore. Sto molto bene.

In un cesso di Granada. Abbiamo visitato l’Alhambra, che era esteticamente perfetta, senza un’immagine una, tranne quelle della mostra temporanea di un pittore minore dei primi del novecento, di Granada, che era stato pittore e musicista a Parigi negli anni venti, e amico di Debussy. Doveva essere un gran posto allora, l’Alhambra, oggi è una cosa enorme artificialmente visitatissima e incomprensibile alla massa, oggettivamente bello, invisibile, non vista se non attraverso mille filtri e milioni di lenti fotografiche, percorsi prestabiliti per climax di emozioni all’unisono. Io forse avrei voluto camminare e conversare con qualcuno, o forse qualcheduna che fosse interessata a sentirmi svarionare di arte e di non contenuto, oppure di replicare con la mia lingua.

E sono stati giorni chiarissimi, i trascorsi. Etica ed estetica.

Allora si fumava sigarette spagnole affacciati al balcone, in quattro.

C’era l’impossibilità di rapporti generici tra individui generici.

In una pensione una stella di San Sebastian, ancora una volta, ed è ancora affascinante, piccolo, compreso, con striscioni e fogli attaccati ai muri, per l’indipendenza, e il lungomare direttamente della Francia del 1950 o 1920.

Così tutto quello che mi circonda mi condiziona, così finisco per diventare ancora me in funzione dell’esterno. E l’esterno a sua volta viene concepito e poi assimilato in chiave del vecchio che si riscontra nel nuovo.

Questo posto col brutto tempo mi fa pensare che vorrei abitare in un posto di mare, atlantico.

Giulia di filosofia direbbe che fa così italiano medio.

Ah, il mare. Ah, vivere al mare.

Si fa dell’ironia sul preteso senso estetico che questa scelta comporterebbe, la presunta ovvietà. E la duplice presunzione di chi nella  civiltà si sente nella stanza dei bottoni.

Ma questi sono discorsi deboli, e ora me ne accorgo bene.

Ho pensato a Essauira.

Allora dalle parti di Malaga raccoglievo frammenti di conchiglia, molto spessi, ma liscissimi, e poi con le mani piene li buttavo sull’asciugamano (le lenticchie nel sogno di Giulia) e cercavo di ricomporre un cerchio. Allora io pensavo a ciò che stavo facendo e se pensavo un secondo a Freud, frammenti di conchiglia, cerchio composto da frammenti di conchiglia, mi sembrava tutto comprensibile

–Ecco perché faccio questo, che pure io facevo a caso, così

e mi rendevo forse allegro del mio essere single ma con le porte tutte aperte, pur senza sapere che fare. Ma tanto è ancora Agosto, una giornata nuvolosa non può spaventarmi, e discorsi del genere tra nove giorni torno a lavoro fino all’anno prossimo, lontanissimi.

Sto seduto in piazza aspettando che cominci un concerto o qualcosa qualunque, confondendomi alla folla. Bevo una birra, ho le infradito e i jeans lunghi, i soliti.

Fumo lucky strike, per un fatto estetico. Tutto ha una giustificazione estetica.

Il culto dell’abbronzatura non mi appartiene, è quasi una piccola bestemmia, ma, per il discorso di prima, ha senso.

Ho perso il cellulare. Ho la barba lunga come tu la vuoi.

E per tutti, dove per tutti  intendo tutti quelli in questa piazza, io non esisto, o quasi, esisto come uno che occupa uno spazio e un posto a sedere ad un concerto di tradizioni popolari basche, non cambia niente.

Ma non sono in quei giorni in cui vorrei darmi fuoco per far girare tutti verso di me. Non posso, è questo, prescindere da un elemento estetico.

Allora sono già passati i giorni di sole e di vento a Tarifa, i fremiti che precedono un bacio, qualcuno li chiama emozione, qualcuno li cerca e parla di sentimento. E l’elemento stelle, cielo notturno stellato, l’elemento sacco a pelo stesi a guardare le stelle cadenti, i desideri che non si devono dire sennò non si avverano, l’elemento “Romanticismo”, tutto passato.

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