S. (N.) D. 7 – Guido parte per sempre per l’America

Guido parte per sempre per l’America e ha detto che mi ama. Parte domattina, da Pisa, credo, e dopo molte ore reali e forse poche legali sarà a San Francisco. Io mentre lo portavo verso casa, lui sbronzo marcio tristissimo con centomilioni di pensieri su di sé, pensavo chissà che realtà falsata e ricordo, se mai ricordo per lui ci sarà di questa sera in generale, e di me in generale, e pensavo non tanto a un mio essere qualcosa ma alla realtà che mi porto dappresso, come il quartiere intorno al microcosmo casa, e chissà quanti particolari sfuggono al suo occhio e chissà di pari cosa lui può vedere in più. Io dicevo appunto, che non aveva senso dire parto per sempre per l’America perché questa frase si fonda su un concetto, il tempo, che è relativo, mentre l’affermazione è assoluta, ma era un discorso del cazzo e solo forse non sapevo che dire e allora facevo filosofia spicciola finalizzata solo a confutare per confutare. Già il sentirlo ieri era stata una qualche coincidenza perché avevo chiamato il cellulare di Silvia per sentire Silvia, ma aveva risposto Guido che mi aveva detto solo perché non gli avevo mai risposto. Io avevo smentito, ma senza convinzione, come posso non subire il cellulare, come posso scegliere cosa e chi ha chiamato mentre il telefono era appoggiato e io a fare altro.

E poi stasera è comparso a Grassina con il suo carrozzone di perduti, più sono perduti più vanno bene, e perciò i perduti di sempre che sono sempre più perduti e i nuovi perduti o futuri perduti. Guido ha detto che mi vede abbastanza perduto e ci incontreremo sulla strada, on the road, credo fosse il suo pensiero, perché io avrei sicuramente usato la particella modale per, e avrebbe perso tutto il suo fascino. Io ho preparato un tavolo X4 in giardino, ho portato il vino e antipasto e ho parlato, ma come posso parlare a lavoro, in uno stato di apprensione, “in un universo sospettoso tutto è significante”, questo -adesso lo capisco- è ciò che ho chiamato purezza dell’essere, mesi fa quando lavoravo intensamente, ovvero comprensione assoluta o almeno assolutizzante di ciò che succede intorno, una subconsapevolezza dei tavoli e della sala, di ciò che stanno facendo le persone a sedere, di ciò che devo fare io e di ciò che sto facendo. Ma questa non è purezza e non è essere, ma è attenzione all’altro, come stasera dopo lavoro con Mariangela alla creperia sotto casa, aspettando Guido, io notavo e capivo l’altro, lei.

Indugio troppo nel ribadire che questo è attenzione e pensiero associativo e freudianismo di bassa lega applicato, ma soprattutto quanto di più lontano dall’interpellarmi. Così io subisco tutto e non sono niente.

Continuo ad allontanare da me tutto, e a prescindere dal fatto che Guido fosse sbronzo marcio tristissimo e dirsi ti amo può avere una qualche valenza diversa tra l’inglese e l’italiano (“non ho più un vocabolario, là io l’avevo trovato”) e che magari anche io posso aver detto una volta a Lapo che lo amo, e ci credevo intendendo adorare, nel senso di un amore fraterno, Govinda devotion, io credo fosse altro -mi spaventa, mi terrorizza- in quanto l’ultima frase, o l’ultima frase di una persona che dichiara di partire per sempre, assume un diverso peso, fatto sta che, come direbbe Lapo Zini, c’era una strana energia, la chiamerei purezza dell’essere, quasi psicologia. Ero stato un po’ troppo brusco con il suo clan? Lasciati ad aspettarlo davanti alla creperia chiusa, devota attesa, che alle tre tutti in casa sarebbe stato come cercare polemiche -al di sopra delle polemiche- perciò sono venuto su con Guido, a cui la casa nuova è piaciuta, che ha bevuto acqua corrente dalla cannella, conosceva Vonnegut, ma senza convinzione mi ha detto di non aver letto il mio regalo, l’in questione Sirene di Titano, e mi ha anche chiesto dove fossi, mentre lo salutavo sulla porta, e non si ricordava affatto di Perez che fumava una sigaretta e osservava come un tribunale.

Alla domanda: dove sei?  Ho risposto: e tu? Lui ha detto altrove, come la targhetta sulla porta, o forse lontanissimo o forse qualcos’altro, ma già io non ascoltavo più, immune alla scomoda domanda e all’insostenibile risposta: altrove. Che succede, che sta succedendo, in che modo tu mi manifesti affetto? Cosa è l’affetto? Cosa l’amore? E cosa c’entra la pulsione sessuale? Cosa c’entro io?

Poi ha detto che mi ama e ha sceso le scale e non ci siamo mai più visti. Ma mai è un concetto assoluto e il tempo, come dicevo, relativo.

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