Ultima pagina di una letteratura minore

I treni quali luoghi del desiderio. Desiderio di essere ascoltati, quando si parla al telefono: di nulla, di cosa si farà l’indomani: l’ufficio, il nulla. Poi commentare, se si è in compagnia. Se invece si è soli, distendere le gambe ben oltre il limite consentito (necessario). Dove sono quei vecchi moralisti di una volta che dicevano ai giovani di sedere diritti o quanto meno di non mettere pantaloni viola, mocassini neri, calzini a righe? Rimpiango le gallerie, gallerie lunghe kilometri che oscurino la ricezione dei telefonini. Ma devio, mi rendo conto, da quello che volevo dire davvero: I treni quali luoghi del desiderio. Io mi preoccupo per un attimo di chiamate telefoniche di agenti immobiliari maltesi, che violeranno il santuario delle balene con sguardi impropri e commenti che non si possono permettere di formulare. Il desiderio è una cosa che non so e ad Empoli scendono tutti, tranne i più stronzi: quello che parla al telefono e che tutti lo sentano; quello in pantaloni viola, mocassini e calzini a righe; e io qua in fondo che appunto sull’ultima pagina di un libro verdetti che nessuno sentirà.

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