Il troglodita

Un volto amareggiato e sorpreso rispose “Uh?”

“Ma chi diavolo sei?” gli chiese.

“Unumuh? Numuh?”

“Che buffo individuo, sembra un troglodita” pensò.

L’altro non pensò  niente: ”Uh?”

Si incrociarono per caso all’angolo di quella strada.

“Nella vita gli incontri non avvengono mai per caso. C’è sempre la mano di Qualcuno” disse.

“Uh?” rispose.

Empatia. Il troglodita riprese la sua strada. Entrò in un bar non troppo affollato, qualche altra persona c’era.

“Una pasta e un caffè fanno un euro e ottanta.”

Noccioline in faccia al ragazzo dietro il bancone.

“Uh?”

Riprese a camminare fuori dal bar. Completamente solo. Camminava senza esitazioni ma aveva lo sguardo smarrito. Guardava le linee che delimitavano i lastroni di pietra per terra e stava attento a non pestarne neanche una. Solo come un cane. Con un cane.

Camminava, camminava.

Vicino a quel fiume ne sentiva lo scorrere, i piedi andavano da sé, niente più lastroni, lo sguardo fisso verso il cielo: ogni stella brillava di luce propria, anche di giorno. Gli esseri umani si erano scordati di tutto questo, niente fiumi che scorrono e nessuna stella brillante. Tutti, tranne qualcuno. Il troglodita sapeva di essere unico, ma non l’unico.

Piccoli ritagli di verde alternati a grossi ritagli di grigio.

Vecchie signore con oggetti senza vita appesi al collo.

Altre vecchie signore che sorridevano incrociando lo sguardo con la scimmia uomo.

Empatia su livelli diversi.

Il troglodita sentiva.

Il metallo sfarzoso meno, lo sguardo sorrideva.

“Uh?”

Con l’andatura sciolta di chi sa che da qualche parte sta andando, proseguiva il suo presente. Sul bordo di un marciapiede, non curante dell’omino rosso illuminato osservò lo sguardo delle altre persone. Si fermò un attimo. Non lo vide nessuno, erano tutti molto concentrati su quell’omino che diventò verde. In quel momento notò che gli sguardi ripresero un minimo di vita, insieme alle gambe delle persone.

“Uh?”

Uno strano odore nell’aria. Un odore di arrugginite dinamiche.

Seguì qualcosa che lo portasse via da quell’odore, ma non era l’olfatto. Seguì qualcosa che non aspettò l’omino verde, era qualcosa di ineffabile che seguì senza chiedersi perché. Passò con il rosso in mezzo a macchine che imprecavano, non sapeva perché dovesse aspettare fermo un omino verde, voleva andare, non sapeva nemmeno dove, ma l’importante era andare. Non cercava niente in realtà, perché ovunque andasse aveva qualcosa da vedere: trovava.

Banale.

“New age” diceva un tipo in quel gruppo di ragazzi.

“Ma sì chiamalo come vuoi è soltanto un etichetta” rispose quell’altro.

Il troglodita trovò un gruppo di ragazzi che chiacchieravano fumando uno spinello. E si avvicinò.

“A me non piace la roba new age” continuò il primo.

“Ti continuo a dire che finchè assegni delle etichette alle sfumature per me non vali niente” rispose quell’altro.

“Sfumature di che?”

Il troglodita intanto si era fatto vicino.

“Uh? Unuhmuh?”

Se avesse avuto delle noccioline in tasca gliele avrebbe tirate addosso, ma comunque nell’aria c’era una buona energia.

Il troglodita camminava per il suo impero senza avere nessun problema a riguardo. Le tasche piene di spezie. Poteva fare qualunque cosa volesse fare. Ma non per farsi guardare nella società della competizione, no.. che ne sapeva di quella luce negli occhi animata da un omino rosso e un omino verde. Il suo campo era la volontà, niente di più.

Passo dopo passo, con lo sguardo del sole in faccia, arrivò in quel parco, iniziava ad avere le gambe un po’ pesanti, era ore che camminava senza sosta e così si fermò a sedere su quella panchina, dividendola con quel’anziano signore che aveva un cappello nero in testa e le orecchie pelose. Quell’anziano signore passava le sue giornate lì, con una penna e un foglio sempre nuovi.

“Adesso ti leggerò un allegoria della crescita, di un bambino che crescendo si imbatte nell’istituzione scolastica e ne riceve l’educazione. Credo che lo intitolerò Castelli ma ancora devo finirlo..”

“Uuh? Uh!”

Iniziò a leggere ad alta voce al troglodita quello che aveva scritto durante il giorno.

“ Non fu difficile per quella figura abbattere il castello di sabbia. Gli bastò pisciarci sopra. Con dolore, disprezzo e un po’ di rammarico riuscì a riportare i granelli nel loro disordine naturale. Una volta tirate giù le torri e, finito le mura di riempire il fossato non rimasero che le fondamenta e un mucchio di sabbia bagnata.

La figura bambinesca sorrise, lasciandosi alle spalle quelle fondamenta immerse nell’umida sabbia.

Si trovò così a spaziare nell’ombra. Quello che scopriva passo dopo passo era meraviglioso, leggero. Dopo il quarto passo gli parve di poggiare il piedino sopra uno scalino. In realtà iniziò a levitare, a staccarsi dal suolo. In quella fragilissima ombra, in salita verso quello che era la cosa più meritevole per lui, e cioè il naturale susseguirsi degli eventi, iniziò a schiudere gli occhi e a tendere le mani.

L’ombra si diradava a favore di una morbida placenta e, proprio mentre doveva spalancarsi il sipario della danza della realtà, proprio quando con gli ultimi passi usciva senza minimo sforzo da quella fragile ombra, ecco che un’altra ghiotta e nutrita figura gli cedeva, sopra le mani tese, due grossi mazzi di carte.

Uno rosso e uno nero.

Due macigni, due gravi mazzi di carte che scapicollarono l’ingenua creatura giù, in un ombra soffocante. Nella discesa, tenendosi ben saldo alle carte il corpicino si allungò, spuntarono dei peli e le mani, per ‘fare’, si irrobustirono.

Uno stonfo. Cadde fino in fondo.

Buio.

Non fece altro che accendere l’interruttore che era stato messo lì. La luce diede vita ad un tavolo e la figura oramai non più bambinesca vi posò sopra i due mazzi di carte.

Sopra il tavolo c’erano le indicazioni per costruire castelli di diverse forme e grandezze. Guardò intorno l’ombra che restava immobile; di nuovo il tavolo e decise di cominciare a costruire un bel castello di carte; la curiosità di cosa poteva farci era più forte del domandarsi chi era quella figura e perché gli aveva lasciato quelle carte.

E così, piano piano, poggiando in bilico le carte l’una contro l’altra seguì le indicazioni per dare vita ad un castello che non gli apparteneva, ma d’altro canto le istruzioni non lasciavano più spazio alla fantasia.

In un attimo l’ombra vene sostituita da una serie di luci artificiali, si scoprirono vecchi bambini sopra altri tavoli disposti in fila indiana, le domande provenienti dalle fondamenta di sabbia si sostituirono a una sana competizione.

L’importante era costruire un castello più bello, più grosso… più alto degli altri.

Tanto più lunga era la prima fila tanto più solida sarebbe stata in seguito la struttura e difficilmente faceva capolino la sensazione che in un futuro tutto ciò poteva essere spazzato via solamente con un potente soffio di vento, un vento capace di portare via le nuvole, di spazzare via quel castello.

Solo quel vento avrebbe fatto tornare il sole, ma tutti erano troppo attenti al proprio castello personale capace di supremeggiare sugli altri.

Il sole comune a tutti, quel caloroso sole, così necessario a tutti, quella sicurezza ciclica dell’eterno sorgere e tramontare del sole venne così sovrastata dal castello di carte, oscurata dalle nuvole.

Ma come erano belli quei castelli, quanta finta gioia riempiva l’animo dei primi della classe.

Fortuna che poi qualcuno iniziò a costruire castelli di rabbia..”

“Unuh? Numuh? Uuh? Uh?”

Il troglodita incredulo strappò di mano quei fogli all’anziano signore, con la mano sinistra gli strappo la penna e iniziò a sovrascriverci, mancino, con una calligrafia ignorante.

‘…non vı aspettate un motıvo, un senso,un opera o una storıa, non aspettatevı cıtazıonı colte dı qualche fılosofo del novecento, ne avventure convolgentı, ne tantomeno vısıonı avvenierıstıche, nulla dı nuovo, nıente dı specıale o un parere esperto, nulla che vı possa far dıre ho capıto o che vı faccıa vedere le cose da un nuovo punto dı vısta, che vi faccıa esclamare e che vı ıngrandısca l anıma, non pensıate che cıo che leggerete possa aıutarvı o ınsegnıarvı, nulla dı tutto cıo e nelle mıe ıntenzıon.

sono solo un uomo, un uomo a cuı funzıonano entrambı glı occhı, che sa usare le manı, un uomo nel pıeno delle facolta fısıche ed emotıve.

un uomo che ama la vıta, tutto questo nasce solo per un bısogno dı rıcordare, vıvere e rıvıvere un momento della proprıa vıta, un uomo ın fuga, ın fuga dal lavoro, ın fuga da delle certezze che non lo aggradano pıu, ın fuga da un amore non corrısposto.

appunto nıente dı specıale, solo un pıccolo vıaggıo ed uno stupıdo dıarıo, un dıarıo dı un semplıce uomo che puo dare l ıdea dı sapere dove sta andando, ma ınconsapevole dı cıo che lo aspettera dıetro l angolo.

ınsomma ıl dıarıo dı un uomo che cammına…’

Empatia su livelli deiversi.

Così, all’improvviso, si svegliò sul divano di casa sua nel pieno della notte, non aveva mai sentito quell’odore di dinamiche arrugginite, scese dal letto, si tolse tutti i vestiti di dosso e aprì la finestra: tutte le stelle brillavano di luce propria. Fissò a lungo quella lì, quella più in là, in mezzo a tutte quante le sue sorelle, unica la guardò a lungo, non l’unica.

“Uh?”

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