Consonanti: K.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

K.

Era stato in giro tutto il giorno e tutta la sera, rincorrendo i suoi doveri. Rientrò a casa stanco con la voglia di sdraiarsi e togliersi quegli scarponi pesanti che si era trascinato dietro per tutto il giorno. Fuori pioveva, e il cielo era ambrato, ma Kappa non faceva troppo caso a queste cose. Era più il tipo che guardava dove metteva i piedi per non inciampare o per evitare una pozza, non gli importava molto delle variazioni cromatiche dell’ atmosfera, preferiva tornare a casa con i calzini asciutti e con le tibie intatte. Andò in bagno a lavarsi i denti, pensando a tutte quelle cose sconnesse a cui pensa una mente qualsiasi in un qualsiasi istante. Pensava.. e intanto si lavava i denti. In effetti si poteva dire che fosse qualcun altro a lavarsi i denti mentre lui si perdeva nel sentiero tracciato dai suoi neuroni. Lui stava da una parte e la mano con lo spazzolino da un’altra. Ma a Kappa non interessava. Gli premeva solo che i suoi denti fossero puliti, poco importava se poi non fosse lui ad usarli. Infatti, quando mangiava ad esempio un panino, non si rendeva nemmeno conto di avere dei denti o che stava mangiando, tanto lui stava programmando i suoi prossimi appuntamenti, intervallandoli a delle canzoncine e al fatto che avesse da stendere i panni. E mentre la mente stendeva i panni, il panino era già finito, e i suoi denti bianchi avevano già fatto tutto il loro lavoro, in modo efficiente, senza che Kappa fosse stato mai presente. Quindi perchè preoccuparsene? Ripose lo spazzolino nel porta spazzolini blu che stava sopra il lavandino, si sciacquò la faccia e corse a letto. Beh, non è che fosse proprio lui a correre.. Lui pensava al letto, e non al fatto che stesse correndo. Si crogiolava nell’idea del suo letto, non sul correre. E non vedeva l’ora di togliersi le scarpe! Ma anche questa volta, nel momento in cui se le tolse, si mise a pensare che il giorno dopo si sarebbe dovuto svegliare presto, perciò, il libro che teneva sul comodino sarebbe stato meglio lasciarlo sul comodino e andare a dormire subito, e tutto questo senza fare minimamente attenzione al suo tanto agognato atto di togliersi le scarpe. Quindi, sicuro del fatto suo, si infilò sotto le coperte, prese il libro che aveva deciso di lasciare sul comodino, e cominciò a leggerlo. Era un romanzo, su uno scrittore che scriveva libri per chi non li voleva leggere, e si chiamava “Rimetti a posto questo libro”. Principalmente ti persuadeva dal leggerlo, con frasi tipo – ma non hai una famiglia o degli amici? – oppure – Secondo te perchè a Leopardi venne la gobba? – o ancora – anche nel nome della rosa si pensava che leggere fosse una cosa figa – E Kappa cominciò a leggerlo, o meglio, qualcuno cominciò a leggergli ad alta voce nella testa le parole scritte in quel libro, e lui le ascoltava. Ma non si rendeva conto di questo, era normale per lui ascoltare quello che leggeva invece di leggerlo. Ma ogni tanto si distraeva, e mentre la voce continuava, lui cominciava a perdersi nei ricordi.. Come quelli della sera prima, al bar all’angolo, dove quella strafica gli aveva chiesto da accendere, e lui, come un imbecille, si era lasciato scappare quella ghiotta occasione di passare una notte con quel paio di tette fuori misura che strabordavano minacciosamente nella sua direzione. E intanto la voce che leggeva il libro continuava – non credi che sarebbe meglio passare questo tempo a ricordati di un bel paio di tette? – Quindi smise di pensare a quelle tette e ritornò ad ascoltare quella vocina che gli diceva di mettersi a ricordare un paio di tette piuttosto che continuare a leggere quello che stava ascoltando.

Passò ancora qualche minuto, prima che Kappa riappoggiasse quel romanzo sul comodino. Qualche minuto passato ad ascoltare frasi demotivanti e pensare situazioni scollegate, ma apparentemente coerenti. Poi spense la luce per far arrivare il buio, e insieme alla luce, se ne andò via inaspettatamente anche il rumore dei suoi pensieri, rimanendo così in uno stato di attenzione a cui non aveva mai fatto caso. Ed in quell’istante, si rese conto che il buio, al contrario di lui, era sempre presente, in ogni momento.. Si era reso conto che quando accendeva la luce, il buio non andava via, ma veniva semplicemente illuminato. Era la luce ad andare e venire, mentre il buio rimaneva sempre li, cambiava solo veste, diventava forma. E Kappa non faceva mai attenzione al buio quando non era illuminato.. Gli fu tutto chiaro, o forse in questo caso, tutto scuro. E in quell’ attimo vide il tempo contorcersi su sè stesso, urlando di dolore, trafitto da raggi di luce, mandati dai messaggeri oscuri del buio, creando in questo modo l’immensità, l’eternità. Poi le tette si fecero nuovamente strada tra i suoi pensieri, ma questa volta portarono con sè una realizzazione nuova e tangibile per Kappa: le tette, buio o luce che sia, saranno sempre tette..

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