S.N.D. 6 Ipotesi per un racconto maltese

Misterioso omicidio a Paceville

1.

Una giornata di vento. Dalla mattina a sera vento levantino ininterrotto e vento in quella strada che loro due chiamavano, per ricordi mai vissuti, Via Trieste, ancora di più. Non gli aveva impedito di andare sul mare dove non c’era quasi nessuno, tranne Thomas il barista e Graziella la cameriera e lo zio silenzioso seminascosto a preparare i toast. Quindi il bar era aperto, ma i maltesi e gli inglesi che popolavano quel bar sul mare tutti a casa loro. Loro due avevano ordinato il solito, un caffè espresso e si erano messi sotto vento dove c’erano due slavi in pausa pranzo, muratori o elettricisti o caldaisti, ma a Malta non c’erano caldaie. E le due spagnole. Lui e Lei si erano seduti ad un tavolino sotto vento salutando le due donne: olà. Nient’altro. Le due spagnole avevano risposto al saluto e continuato a parlare delle loro cose, una bevendo la sua birra di importazione, l’altra, più giovane, il suo the. Una giornata normale, come tante, con la sola differenza di quel vento, che in fondo non era così anormale, ma che univa tutti, di solito dispersi tra i molti tavolini della terrazza in quel piccolo spazio sotto vento, dove Thomas e Graziella mettevano i tavoli e le sedie nei giorni di vento levantino. Gli slavi avevano chiesto in un inglese affettato d’accendere a Lui, che si era acceso la sua sigaretta d’ordinanza, giustificata dal quel caffè espresso bevuto ancora bollente. La seconda sigaretta, dopo il secondo caffè, espresso, dopo il primo, solubile, bevuto una mezz’ora prima a casa. Non succedeva niente, se non quello spazio che rendeva tutti più vicini, come in vena di condivisione, di aprirsi giusto un poco, per quello stesso spazio che si era così ristretto. La spagnola poi aveva chiesto a Thomas come si chiamava. Così, per nessun motivo, già che i mesi erano passati, e la spagnola ordinava birre, che Lui e Lei avevano sottolineato una dopo l’altra, ripensando alle loro birre spagnole, Cruzcampo, Maou, Alambra. Lei, la spagnola, si era allungata sulla sedia, con un movimento da anziana, pur non essendo così vecchia, e aveva preso la mano di Thomas, chiedendogli come si chiamasse, in un inglese affettato. Lui, Thomas, aveva detto: Thomas e tu? Parlando in italiano, come se fossimo tutti associabili, ancora una volta per quello stesso spazio comune. Carmen, aveva detto lei, non capendo l’italiano, ma capendone il senso. Lui allora aveva voluto intervenire, già che gli slavi erano tornati a lavoro e aveva detto in italiano prima, per farsi capire da Thomas il maltese e poi la stessa frase in spagnolo, per farsi capire dalle due donne, che con una giornata del genere, con quel vento, solo degli italiani o degli spagnoli potevano uscire e andare a quel bar sul mare. Thomas aveva sorriso ed era tornato subito dietro al banco: si erano dimenticati del cameriere, del maltese, che era là da prima di loro e se ne sarebbe andato dopo. Le spagnole non avevano detto nulla, forse la più giovane con i suoi occhiali scuri e il suo the aveva sorriso, ma era stato un momento. Nel pomeriggio lui era tornato, dopo essersi fatto la barba, già che le giornate si erano allungate e il vento ancora forte che in Via Trieste quasi lo spostava. Il bar era deserto e aveva pensato per un attimo che Thomas avesse deciso di chiudere, invece no. Il bar era aperto. Lui e Thomas si erano scambiati il solito gesto, uno, ad indicare un caffè, e un sì con la testa, a confermare. Ancora il sole alto e lo stesso vento della mattina, ma a quell’ora le spagnole erano via e gli slavi tornati a casa dopo il lavoro. Lui aveva accesso il notebook e controllato alcuni passaggi poco chiari della tesi, come tutti i giorni, e  il tempo era passato. Verso le cinque era comparsa una coppia, anglofoni, aveva supposto Lui dallo stile dei loro vestiti, che si erano presi una birra e messi non sotto vento, dove stava Lui, ma nella corrente. Lui forse aveva sorriso per un momento pensando che questo significava non essere degli abituè: non sapere quali sono i posti esatti. Nient’altro. Alle cinque e dieci Thomas era andato da lui chiedendogli di spostarsi ai tavoli di legno, nella corrente, quei tavoli inchiodati e che non rimetteva via per la notte. Aveva già tolto tutti i tavoli mobili e lui non si era accorto. La coppia anglofona non era nella non corrente perché non era abitué e quindi non conosceva l’esatta geografia della terrazza, ma perché i tavoli buoni, tranne il suo, erano già stati rimessi via. Si era sbagliato. Lui si era alzato come scusandosi. Thomas il maltese non volendo suonare scortese fece riferimento al vento levantino, tutto il giorno, e al mal di testa. Lui aveva salvato le modifiche al testo sul computer e se n’era andato. Passato ancora in Via Trieste e poi al Supermarket Scotts a comprare la cena e altre cose per la settimana. Tornato a casa aveva messo tutto al suo posto e aspettato le otto, che lei tornasse da lavoro. Fuori ancora vento, che sibilava dagli spifferi della casa, ma lui sapeva che ormai l’inverno era passato. E che il più gravoso dei suoi problemi era la lista della spesa scordata a casa e l’ultimo rotolo di carta-igienica che lo aspettava a confermare che qualcosa di quella lista si era effettivamente dimenticato.

2.

Il giorno dopo era già martedì e il vento era finito. Restavano dei fili della luce penzoloni e i teli delle impalcature tutti storti per l’effetto vela del giorno prima. Passava il vento così e nessuno ci pensava più: tutti tornavano al bar sul mare. Loro due si presentarono come sempre non prima di mezzogiorno, che già la terrazza brulicava di vita. Madri con bambini piccoli nelle carrozzine, slavi in pausa pranzo dalle loro caldaie inconsistenti, le due spagnole. E i maltesi e gli anglofoni, vecchi lupi di mare di ieri con i tatuaggi stinti sulle braccia a confermare che nei settanta l’Inghilterra era ancora un posto interessante. E ora là, al bar, con i loro bastoni, le loro ciabatte e deambulatori mobili a confermare, ancora, che avevano vissuto intensamente. Loro arrivavano così, come se niente fosse, come se tutto fosse davvero il solito posto di sempre e non sempre nuovo e loro svegli da così poco. Ma lei era sveglia già da ore eppure quei suoi occhiali avrebbero reso ad un ipotetico osservatore inconsistente, questo pensiero meno netto. Lui invece era sveglio da meno di mezz’ora, con i capelli spettinati, le pieghe dei lenzuoli a confermare che il risveglio era un trauma, che bisognerebbe cominciare sempre dal due dopo cristo e non dallo zero. Ma cominciare che? L’arrivo alla terrazza era per lui un momento importante. Dolce. Era un inizio dal due dopo cristo, già che il risveglio traumatico era passato, l’arrivo alla terrazza era piuttosto un arrivo nel mondo, in senso ampio, un ingresso in società, un ballo delle debuttanti, una prima sega dell’umanità. Riconoscere facce già viste, i vecchi lupi di mare, Thomas il maltese e la sua gestualità collaudata – uno? Sì – Graziella col suo culo enorme maltese e le sue unghie laccate che passava tra i tavoli a raccattare i bicchieri, senza salutare nessuno, solo muso lungo e baricentro basso. Loro arrivavano sulla terrazza ed erano indubbiamente molto credibili. Che la gente se ne accorgesse o meno. Che le spagnole lo notassero o meno, che avessero assegnato ai due un loro nome arbitrario indicativo, o meno. Questo quello che pensava lui. Che l’albero che cade nella foresta che nessuno sente emette un rumore, a prescindere dell’ascoltatore e quel suono sarà: Uowwwwwww. Grosso modo. E loro emettevano quel suono là, sempre a grandi linee. Che lui fosse sveglio da mezz’ora solo una conferma e gli occhiali di lei ulteriore conferma a quel mistero e quelle ipotetiche notti travagliate che loro non avevano vissuto.

Continua.

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