Vent’anni dopo, m’illumino di infanzia

Un’altra sigaretta accesa, una gara contro il tempo per riempire il posacenere. Stava finendo la notte e quel ragazzo non ne voleva sapere di dormire secondo il tempo dettato dal sole.

Si ritrovò in un battibaleno a scrivere “Vent’anni dopo, m’illumino di infanzia” e quante cose racchiudeva questa frase per lui. Racchiudeva tutto, il trascorrere di una vita, il susseguirsi delle esperienze, la metamorfosi delle persone, e dei rapporti accresciuti o perduti. Il rumore della lettiera del gatto gli ricordava che per quanto puoi nascondere o far finta di dimenticare, tutta la merda rimane lì sotto.

Vent’anni dopo iniziano a pesare, non sono quaranta ma a sei non avresti mai pensato che sarebbero esistiti dei vent’anni dopo. E invece ora che ne aveva ventisei poteva dirlo, e ricordare qualcosa, qualunque cosa che fosse successa vent’anni prima. Come passa il tempo pensò. Nemmeno te ne accorgi che hai la barba bianca e un sapore sbiadito di vecchie sigarette mai digerite. Esagerato..

Decise così di illuminare una delle esperienze che era rimasta, per così dire, sul fondo della lettiera. Poi ci pensò un po’ sopra e decise che avrebbe illuminato un’altra storia per concretizzare il passaggio degli anni. Niente merda, solo profumo svanito.

Così spengendo la sigaretta arrivata al filtro scrisse il titolo di quella storia profumata:

“M’illumino di infanzia”

e dopo essersi acceso un’altra sigaretta scrisse il ricordo:

Camminavo per mano con quella bellissima ragazza mora, aveva 24 o 25 anni non saprei. Io invece 6 o 7. La prima volta che entrai in quella piazza fu con lei, stavo sempre a mio agio quando mi teneva per mano. Ricordo che piangeva come se i ruoli si fossero invertiti.

“Smetti di piangere, era soltanto una cosa”- gli dissi.

“Non puoi capire, sei piccolo, era molto più che un oggetto, lo avevo da prima che tu nascessi”- rispose.

Stavamo andando a comprare un pacchetto di figurine, prima di accorgersi, sotto casa, che gli avevano fregato il motorino, uno splendido SI bianco, di quelli che non se ne vedono più in giro.

“ Che problema c’è? Andiamo a piedi no?”

Mi rispose esplodendo in lacrime, trascinandomi per un braccio nella vicina piazza Fardella. La statua al centro ha sempre avuto dipinta la maglia numero 10 di Manuel Rui costa. Siamo a Firenze.

“Dai se te lo hanno rubato oggi non sarà mai qui vicino” – dissi – “Andiamo  a vedere lungo quella strada.” gli consigliai attraversando, sotto gli occhi di quella statua, tutta la piazza.

Fu semplice farla smettere di piangere, come regalare a un gelato la bocca di un bambino. Arrivammo al primo portone e mi attaccai a tutti i campanelli. giunto al secondo portone mi volsi indietro e aveva già smesso di piangere. Mi assecondava sempre nel gioco, era per quello che ero sempre a mio agio. “Scappiamo non rimanere lì impalata”

Ci nascondemmo in una cartoleria, mi infilai in tasca tre pacchetti di figurine e uscimmo di corsa anche da lì.  Stava bene con me, ero suo amico e ce la spassavamo. Non mi ha mai detto “Non devi toccare” o “Non devi fare”. Era buffo perché quella ragazza era mia madre. I ruoli si invertirono. Gli inizia a dire che non doveva fumare. Adesso non giochiamo più insieme, lei guarda il mondo da un oblò che chiamano televisione e prende le pillole della felicità. Ma io la ricordo giovane e felice. In quella piazza ci ho passato tutta l’adolescenza.

Era cambiato tutto. Chiuse il quaderno, si guardò intorno. Si vestì velocemente per andare a fare due passi. Decise di tornare sul luogo del delitto, da solo. Passò dove a suo tempo rubarono quello splendido SI bianco alla madre, che anche se finivi la miscela potevi contare sull’opzione ‘pedali’, non era proprio il massimo.. ma almeno non ti lasciava mai a piedi, a meno che non lasciavi a casa i tuoi, di piedi. Al suo posto c’era una fila di motorini gonfi di metallo, niente pedali. Delle astronavi a confronto, qualcuno aveva anche il pulsante per fare il caffè.

Era qualche anno che non tornava a trovare quella vecchia statua.

L’adolescenza, le compagnie con più motorini che ragazzi, tutti con lo stesso giubbetto col pelo, la fontanella d’estate, le foglie secche a cui dare fuoco d’inverno, i primi flirt.

Una piacevole sensazione di rivivere il passato misto a un po’ di melanconia lo attraversò appena rimise piede in quella piazza.

Pensò che tutti i bambini del quartiere almeno una volta si fossero arrampicati su Manuel Rui Costa. Ma adesso non c’era più, la piazza era stata ristrutturata, probabilmente per il tornaconto di qualche azienda privata, ma il fatto importante era che la maglia numero dieci era scomparsa, al suo posto dei simpatici baffetti alla Hitler comparivano sul volto della statua. Adesso si poteva vedere eretta nel mezzo di un’aiuola che sapeva molto di pratino all’inglese, mentre prima era in cima ad un pietrone di marmo in mezzo alla foresta amazzonica. Era una vittoria scalare Manuel Rui Costa. I bambini di allora ci giravano intorno con la bicicletta, scansando le radici che uscivano dal cemento, ma a lui quel gioco e quei bambini non erano mai piaciuti. Aveva già la sua amica.

“Chissà se mi riconosce” pensò accenandogli un occhiolino.

“Certo che ti riconosco, come scordare lo stesso spirito che ho visto crescere su quella panchina laggiù, preferivo la maglia viola ai baffetti di Hitler sai?”

“Ne ho viste di storie da quando sei andato via, i bambini non si arrampicano più su di me, ma continuano a sbucciarsi i ginocchi cadendo dalle bici oppure stanno a premere pulsanti a sedere su queste nuove e pulite panchine..” – continuò.

Era una bella giornata per scambiare due parole con una statua, ma si accese una sigaretta e troncò di netto la conversazione, non si sa mai.

Si avvicinò ad un signore anziano che aveva delle grosse orecchie pelose.

“Salve”

“Buongiorno signorino”

“Ha un gatto?”

“No, avevo dei cavalli un giorno”

“Niente gatti?”

“No, ma guarda laggiù” – gli rispose puntando il dito lungo il fondo di una via – “cosa vedi?”

“Vedo che è cambiato il tempo. Vedo che dove c’era Mario, che mi dava la schiacciata prima di andare a scuola, adesso c’è una banca” – risposi scuotendo la testa, aggiungendo poi:

“Lei cosa ci vede?”

“La stessa cosa. Io vedo che dove ora c’è una banca e prima l’alimentari di Mario, quando io avevo la tua età, ci andavo con una mia amica a raccogliere le more.. c’era un campo di more.”

“…” quell’anonimo ragazzo pensoso rimase un po’ perplesso.

Era cambiato molto più di quel che pensava, gli avrebbe voluto chiedere se si fosse mai arrampicato da giovane su Manuel Rui Costa ma invece disse, non cambiando argomento:

“ La guarda la televisione signore?”

“No signorino, non mi è mai piaciuto guardare il mondo da un oblò, preferisco i gatti se è per questo.”

“… grazie davvero signore”

“In gamba”

“Sicuro, buona giornata signore.”

Si accese l’ultima sigaretta del pacchetto, pensando a cosa avrebbero visto fra vent’anni quei ragazzini che giocavano a pallone, ignari di Mario e delle more. Sperava solo non un parcheggio al posto della statua.

Era cambiato tutto davvero. Si stava facendo tardi, aveva finito le sigarette. Decise di tornare a casa a cambiare quella cazzo di lettiera. No way

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