S.N.D.5. Do you remember what we did last summer?

Scie chimiche ovunque

―una storia spagnola―

Uno

Tutte-le-fortune innaffiava le piante di sua madre una volta a settimana. Questi erano i patti. Avrebbe innaffiato le piante di sua madre una volta a settimana, per il mese d’Agosto e nient’altro.

Questo innaffiare piante di sua madre era chiamato metafora. O non così chiaramente, ma Tutte-le-fortune sospettava fosse metafora. Fosse metafora dei suoi rapporti, dei rapporti col mondo, dove per mondo intendeva mondo, escludendo Tutte-le-sfortune, che invece era extra-mundis. Le cose andavano, le cose giravano, se non proprio consapevole, Tutte-le-fortune lo sospettava. Ed era metafora perché se ne sarebbe andato, le piante sarebbero rimaste e lui partito per un’isola del Mediterraneo  con Tutte-le-sfortune per scrivere la sua ipotetica tesi in filosofia sopra un argomento ancora non chiarissimo.

Del resto non c’era motivo che dovesse essere chiarissimo, era solo una domanda a cui rispondere, una domanda che faceva il mondo per poter comunicare con Tutte-le-fortune, il quale tuttavia al mondo non ne faceva una colpa, non lo rimproverava per questa sua domanda, che cosa avrebbe dovuto rimproverargli? magari era solo la domanda naturale al suo proprio dirsi, anche se poi il livello successivo appunto non era chiarissimo. Era superfluo, pensava, su cosa avrebbe scritto la sua tesi in filosofia, che la filosofia tutte puttanate, robaccia, inutile, spocchiosa, per disperati, da un lato, figli di papà dall’altra e Tutte-le-fortune non sapeva nemmeno dove collocarsi in questi due ipotetici reali schieramenti contrapposti. In Luglio non ci avrebbe pensato e questo era bello, che di fatto era superfluo sempre e in Luglio lo era più che mai. Ci avrebbe pensato d’agosto, mentre innaffiava le piante di sua madre. Per il momento tutto progetto, tutto un tornare, tutto un incontrarsi col mondo e poi tornare da Tutte-le-sfortune che dormiva col ventilatore da dodici euro comprato il giorno prima.

Tutte-le-fortune -gli chiedeva qualcuno- ma quanti anni c’hai? 26, rispondeva. -Pensavo meno- ed era perché non sapeva niente e si poneva come uno che non sa un cazzo di come va il mondo e la vita, che la sua facoltà non gli aveva insegnato un cazzo solo disimparato qualsiasi cosa ma andava bene o era indifferente così. Magari, sospettando nell’interlocutore un sostrato di malessere o colpevolezza per il suo di contro sembrare così vecchio, Tutte-le-fortune la buttava sul piano sistemico, diceva che, per come si delineava il sistema specifico, la professionalità di chi chiedeva contro il niente di Tutte-le-fortune era doveroso e necessario storicamente che lui sembrasse più giovane e quest’altro più vecchio. E il discorso cadeva. Cadevano tutti i discorsi, e poi a volte si chiudevano e si esplicitava un soggiacente, anzi necessariamente se si diceva qualcosa per più di un minuto. La durata sana di una conversazione col mondo. Un minuto. Dopo era il disastro.

Andava a casa di Paolo Bento, che era Vento, ma lo si diceva alla spagnola, visto che si era in Spagna e per citare un calciatore degli anni novanta, portoghese, tra l’altro. Quindi Bento. Tutto era sempre di fretta, ma anche di fretta si strutturavano le cose. Le cose è la chiave per aprire tutte le porte, pensava Paolo Bento. Tutte-le-fortune non capiva, ovviamente, o se intuiva aveva bisogno di dare un titolo al paragrafo-concetto ed era ‘negazione e narcisismo’, tanto per cambiare. Lui non capiva, era come una barzelletta, come una storia zen in cui il maestro zen smerda l’allievo con la sua risposta assoluta e cade il discorso e poi uno tra i presenti capisce, a caso, si illumina di punto in bianco e finisce tutto il racconto e la barzelletta zen. Paolo Bento non si interessava di storie zen né di barzellette generiche che erano tematiche piuttosto di Tutte-le-fortune. Non che si fossero divisi gli argomenti, quanto che avevano o seguivano estetiche differenti e in tutto questo non c’era nemmeno da parlare di compensazione, quanto piuttosto di stanchezza o di realismo.

Nelle sere lunghe che cominciavano alle sei e un quarto dopo aver attraversato la città, ordinavano da pizza-man teglie enormi di pizza troppo altra secondo tutte-le-fortune, mentre Bento diceva che no, che era giusto così, che l’altro non capiva un cazzo di pizze, anche se detto da un mezzo portoghese suonava un po’ così, come accusa, sterile. E tutta quella gente a caso che si mangiava la pizza alta di pizza-man e si beveva la birra peroni che Tutte-le-fortune andava a comprare con Leon in motorino, in calle Romana, dal cinese pachistano. Le faceva un euro e cinquanta e andavano con gli spiccioli in tasca e tornavano col motorino in contro mano e i sacchetti di plastica. Non succedeva niente. Passavano le ore lì, con altra gente, parlando di cosa non chiarissimo, Enne diceva di un amico suo che si era innamorato di una puttana marocchina, dopo aver scopato e pippato per anni a Madrid, col suo lavoro di merda e i soldi del padre , ma chi se ne frega, ed era finito a Marrakech che non c’erano più tutti quei soldi come prima per le troie e la coca e poi si era innamorata di una certa Azzizza e se l’era pure sposata, non si sa come, e per sposarla si era convertito all’Islam e ora si chiamava Mohammed Alì (si era scelto lui il suo nome musulmano e aveva scelto il migliore) e viveva in un posto vicino a Puebla con questa Azizza, che non usciva, che lui (Mohammed Alì) non voleva che uscisse mai perché era troppo bella anche per un Mohammed Alì qualunque e per una Puebla qualunque.

Andavano dopo in Placa Gordolobo a sentire della gente cantare, ma dopo un secondo era sicuro che facevano cacare tutti. Bento incontrava delle donne, del suo passato, che si erano lasciate, anche se non lo dicevano esplicitamente, Bento lo intuiva chiaro, mentre Tutte-le-fortune lo guardava dal motorino sudcoreano impostato sul fuso di Seoul, cinque ore di differenza, parlando con Leon e Enne coi cartoni vuoti della pizza tre i sei piedi bevendo amaro del capo con ghiaccio e poi se ne andavano tutti che faceva schifo quella roba anche se sapevano tutti che si viveva una volta e ogni volta che se ne andavano perdevano un pezzettino, Bento avrebbe parlato semplicemente di cose.

Due

L’idea di Bento era di vedere la totalità dei film girati nella storia del cinema. Quando Tutte-le-Fortune faceva notare l’ambizione, l’altro rispondeva parlando di parentesi chiuse, contro le parentesi aperte che lasciava dappertutto nei discorsi Tutte-le-Fortune. Che replicava, svogliatamente, senza una vera volontà di ascoltare o capire, che era la stessa storia di sempre, che l’idealismo di Bento era tale e il romanticismo tale che non c’era niente d’aggiungere. Bento aggiungeva che quei discorsi erano quanto di più autoreferenziale esistesse in tutta la Spagna, ma la Spagna dell’età dell’oro, quando il sole mai tramontava sui territori. E comunque il tempo per vedere i film non gli mancava. Anzi.

L’estate in quella provincia spagnola era epoca di migrazioni. Tutte-le-fortune e il motorino sudcoreano attraversavano l’Avenida che collegava San Jacobo con Placa de Las Curas in sette minuti netti e poi innaffiava le piante di sua madre. Si ricordava di un tempo, lontano, quando a quella pratica di cura era associato un pensiero, un riflettere, sui temi grandi e gravi della vita, ma quella estate no, silenzio di fondo, innaffiare le piante e poi tornare in motorino a San Jacobo. Le  migrazioni quindi erano estrinseche, visti i tempi, ma si sentiva parte di un tutto anche lui, con la sua villeggiatura e le sue piante e si sentiva straniero in quella casa dove aveva passato tutta l’infanzia e la pubertà e anche un po’ dell’altra. Poi tornava nel suo angolino in camera di Diana, sul cuscino a fumare una sigaretta girata, che il fumo uscisse e non entrasse nella scia del ventilatore da 12 euro che poi l’avrebbe condotto fino a lei, il che non stava bene.

La sera uscivano poco, o forse qualcuno usciva, ma Bento era molto depresso da quando qualcuno gli aveva detto che la stronzata di vedere la totalità del cinema mondiale era un classico, la facevano molto più di quanto si credesse, e soprattutto era stata oggetto di un racconto di uno scrittore francese nei tardi anni novanta, di cui però nessuno seppe dirgli il nome.

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