Consonanti: M.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

M.

Si risvegliò per strada, seduto su dei condizionatori che stavano all’esterno di un negozio. La notte si era ritirata ormai da tempo e una vasta coltre bianca e grigia si estendeva sopra di lui. La luce che vi scendeva aveva un alone di mistero, di angoscia, sembrava una colata di vernice venuta a coprire le tracce delle azioni recentemente passate. Gli girava la testa e tutto gli appariva come appannato. Si frugò in tasca, e immediatamente gli venne in mente di aver perso qualcosa.. Provò a cercare di ricordare, ma riemergeva solo una gran confusione, un mostro fatto di colori, suoni e sensazioni. E quel mostro sbraitava, chiedeva attenzione, ma un’unica preoccupazione zittiva quell’insistenza: Dove era Emme? Non aveva idea di quanto tempo fosse rimasto su quei condizionatori per l’aria. Dove era finito Emme in tutto quel tempo? Forse aveva trovato una ragazza ed era andato via con lei, o forse era completamente sbronzo da qualche parte a molestare ogni tipo di forma di vita. Tutto era possibile con Emme. Si alzò un pò stordito, osservando tutto intorno a sè una serie di volti morenti, come probabilmente era anche il suo. Spenti, ma potenzialmente violenti e pericolosi. Non riconosceva nessuno tra quelle facce, ma aveva riconosciuto il luogo dove si era addormentato: uno di quei tanti posti di merda dove si danno soldi in cambio di emozioni a buon mercato, ma non aveva nessun ricordo di esserci entrato.. Intanto il mostro colorato e rumoroso continuava a reclamare di essere ascoltato. Gli implorava di sforzarsi a ricordarsi di lui e di quello che aveva perso poco prima, del perchè si fosse risvegliato su quei cosi, del passato recente.. Perchè anche lui voleva continuare a vivere! Non voleva morire là, come un mostro qualunque, su quel marciapiede sporco e mezzo spaccato. Fu allora che, da dietro l’angolo di un palazzo, apparve Emme. Sembrava un folletto, con i suoi capelli scuri e spessi, e le movenze agili e sgraziate. Il suo sguardo incuteva timore a volte. In dei momenti sembrava come se fosse posseduto.. Si, posseduto dalla rabbia, dal rancore e dall’odio che si manifestano in chi ha un cuore troppo grande per questo posto, per questo grigio insieme di palazzi, portoni e vicoli che chiamiamo città. In realtà Emme era stato posseduto in principio da qualcosa di ancor più grande, e che non lo aveva mai abbandonato: Si, l’amore. Non storcete il naso, qui non si parla di romanticismo, di sentimenti borghesi, di romanzetti rosa, no, qui si parla del coraggio dell’amore! Poichè se l’amore non è coraggioso, non è amore, ed Emme lo sapeva bene. Perchè quel coraggio lo aveva dovuto trovare tante volte, tutte quelle volte che la paura, arrampicandosi lungo la sua spina dorsale, lo aveva spinto a tirarsi indietro. Quel coraggio che lo aveva fatto saltare nel buio in mille occasioni. E solo il coraggio di quell’amore rende vano l’impossibile.. Non lontano da quei condizionatori, il mostro iridescente del frastuono si rifece di nuovo vivo, ma ormai morente non aveva più nessun potere, dato che Emme era tornato e quindi il viaggio poteva continuare. Emme, dietro quell’angolo, non era solo. Litigava con qualcuno che sicuramente non stava capendo il perchè e questo lo faceva incazzare ancora di più. Rimase un attimo a  guardarlo litigare, a danzare nella sua rabbia. Pura come l’acqua di montagna. Decise allora di aiutarlo a liberarsi di quella grottesca figura a metà tra un imprenditore ed uno spacciatore, con cui Emme stava rabbiosamente discutendo, formando così un assurdo balletto. Lo prese per un braccio e lo portò via, verso la zona in cui le nubi si stavano aprendo, lasciando spazio ad una luce potente e scura. I due si ritrovarono così a camminare goffamente per la strada più trafficata, pregna di anime, decadenti e servili. Li guardavano tutti male, li evitavano. Emme entrava in un bar, chiedeva una cosa e ne rubava tre, ma in realtà non stava rubando niente, quella roba era loro! Si prendeva a parolacce con chiunque incontrasse, e ogni volta quasi finiva a pugni. Infastidiva ogni essere umano, come per turbare la loro tranquillità, le loro sicurezze, mentre l’altro si assicurava solo che non si mettesse in guai seri, tali da poterci lasciare la pelle. E tante volte Emme aveva rischiato la vita, senza sapere perchè, o, forse, sapendolo benissimo. Rischiava tutto, forse, perchè sentiva che non ci fosse mai niente di cui aver paura. Tanto, con lui, c’era il coraggio, l’amore. E se con te hai queste cose, a cosa ti serve la paura? Puoi pure renderla al proprietario, magari tiri su anche un pò di soldi. Il mondo è pieno di chi è in costante ricerca di paure, e le paga anche un sacco di soldi.. Fatto sta che si ritrovarono nella piazza principale, circondati da ombre che camminano. Quelle ombre che non sai cosa sono, cosa fanno, dove stanno andando. Alcune hanno il cappello, altre qualcosa in mano. Emme disse – Ma dove andate? non capite un cazzo! Aspettate! Aspettate!- Ma nessuno si fermò.. Nessuno si fermò al cospetto del coraggio e dell’amore. A nessuno gli fregava un cazzo di Emme e del suo amico. A nessuno gli fregava un cazzo di niente! Così, In una piazza piena di luce e brave persone, splendeva il male, lasciando buio solo il punto in cui stavano quei due diavoli malvestiti. Avvolti dalle tenebre, e per questo, bellissimi. Belli infatti non perchè luminosi, ma semplicemente perchè veri.. Erano demoni.. Sciolti sulla terra.. Quella terra che dal principio gli spettava di diritto.

 

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