Tre autentiche storie esoteriche

Tre autentiche storie esoteriche

Sandro Attucci arrivò ai campi da calcio che era sera, e si presentò: Sono il nuovo allenatore. Mi chiamo Sandro Attucci. Mi potrete chiamare Mister o Sandro. La squadra reagì bene e cominciò a chiamarlo Sandro Panzutti, perché l’allenatore era sovrappeso e perché loro erano, come si suol dire, alla fine di un ciclo. Anni prima avevano vinto molto e gli anni erano passati vivendo di rendita. Sandro Panzutti sarebbe stato secondo pronostici un triste traghettatore da quel loro livello di squadra mediocre a squadra di infimo livello. I giocatori andavano ai campi per abitudine, per inerzia o per comprarsi la droga, ché alcuni compagni di squadra si erano inventati, vista la china, delle professionalità alternative. Sandro Panzutti, oltre alla pancia era un allenatore finito, un rimpiazzo dei rimpiazzi, l’allenatore dell’oblio. Si avvicinava in quegli anni a dottrine esoteriche da due soldi. Parlava con presunti esperti di tantra perché voleva scopare e non poteva, che sua moglie l’aveva mollato e i figli e le squadre di calcio che allenava lo prendevano in giro apertamente, così che rimpiangeva i vecchi tempi quando lo prendevano per il culo solo alle spalle. Tra le molteplici stronzate esoteriche a cui Sandro prese parte per riuscire a fornicare – e a cui ultimamente prendeva parte in uno stato catatonico che suscitava lo scherno da parte della maggior parte della gente là presente, mentre i più folgorati ancora riconoscevano in Sandro Panzutti un principio di santità- tra le varie puttanate quello che un minimo riuscì a risvegliarlo dal torpore o “attenzione fluttuante”, come dicevano i malati di fica dunque malati di psicoanalisi, fu una conferenza tenuta sullo “spazio cieco”. Sandro Panzutti visualizzò quella sera il suo riscatto. Il tale che teneva la conferenza parlava di zone fuori o al limite del nostro campo visivo, dove, a sentire lui, avrebbe avuto luogo la verità. Proprio così. La verità con la V maiuscola. O forse a ben vedere verità scritta tutto in maiuscolo e non per il tasto caps lock dimenticato. Sandro Panzutti si agitava sulla sedia come preoccupato che in quel tempo in cui lui ascoltava e non poteva correre a mettere in pratica la sua idea, qualcun altro al mondo pensasse (ma pensare è eccessivo e non esprime il carattere di illuminazione del Panzutti) o giungesse, diciamo, alle estreme applicazioni calcistiche della teoria dello “spazio cieco”. Avrebbe insegnato a quei tossico dipendenti dei suoi presunti campioni di calcio a muoversi nello spazio cieco della difesa, a scomparire e ricomparire ormai lanciati a rete, sempre invisibili allo sguardo dei guardalinee e dell’arbitro. Quando Sandro arrivò ai campi e propose la sua rivoluzione copernicana i calciatori lo guardarono e gli dissero semplicemente: No. La cosa passò nel dimenticatoio e la squadra probabilmente venne retrocessa.

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La seconda vicenda, forse collegata alla prima, ha per protagonista Adriano Celentano. Non il cantante. Dicasi storia di omonimia. Adriano Celentano studente meridionale che andò all’Università di Firenze a studiare geografia prima e poi, si dice, passò al Dams, prima che il Dams di Firenze fosse chiuso e di lui, Adriano, si perdesse ogni traccia. Adriano Celentano studente dopo un’infanzia e un’adolescenza segnata dal ridicolo e da una incessante e fallimentare lotta contro i suoi coetanei si trasferì a Firenze per iniziare una nuova esistenza, una nuova stagione. Là si rese conto che la sua maledizione non sarebbe finita mai, che la gente è stronza sempre, a tutte le età della vita. Certo, la sua quotidianità era migliore, rispetto alla sconfinata tundra calabrese o pugliese. Nella città del Centro Nord in cui era arrivato la gente era semplicemente meno interessata, anche a prenderlo in giro. Adriano Celentano si avvicinò prima ai circoli Marxisti leninisti, poi ai corsi per potenziare la memoria ed infine a corsi cosiddetti esoterici a cui prendeva parte in uno stato catatonico o di attenzione fluttuante. Ad una di queste conferenze si parlava di Hillman e di destino e anima e atri concetti satellite fuori tempo massimo. C’era da presentarsi e dire qual era il problema. Adriano parlò di odio per i suoi genitori, per la famiglia Celentano, della sua storia, saltando alcuni passaggi coloriti per non risultare forzosamente simpatico alla platea. Nessuno disse niente di interessante, nessuno lo direzionò verso centri di ascolto per persone coi nomi problematici. Solo una pazza argomentò confusamente di destino e tirò in ballo Adriano Celentano, il cantante e disse ad Adriano, lo studente, di cercare che cosa lo legasse al suo omonimo. La pazza venne molto criticata, poi le fu chiesto di uscire, anche se teoricamente la conferenza parlava proprio di quello, ma non sul serio. Adriano Celentano però ci pensò molto, nelle sere successive, che tornava dall’Esselunga di Via Pisana passando sotto i glicini in fiore. Cominciò a documentarsi  sul suo omonimo e di lì a due mesi cambiò il suo piano di studio da geografia della tundra al Dams. Quale fosse il suo piano non era chiaro, in primis a lui. Se diventare il più grande biografo del cantante o forse tentare una carriera musicale. Si ripeteva questa frase, udita o letta da qualche parte: diventa ciò che sei. Poi chiusero il Dams per i tagli all’università e di lui, come si diceva, si persero le tracce.

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La pazza che prese la parola a quella conferenza su anima e destino in Hillman era Lucia. Lucia era pazza già da molti anni. Aveva un figlio e due cani. Quando il figlio era un bambino e cominciò a camminare lei lo teneva al guinzaglio coi cani, perché era comodo e aveva letto Freud e, pur trovandolo terra terra, le era piaciuto. Il marito la lasciò senza tanti discorsi. Il figlio crebbe e lei, precaria, lavorava nella scuola insegnando Fisica. Non aveva davvero bisogno di lavorare perché era di famiglia benestante e l’ex marito le passava un mensile, ma a lei piaceva prendere delle supplenze perché pensava di poter essere utile a quei ragazzi senza sogni e speranze nel futuro. Quando entrava nelle classi per le prime volte non aveva paura, nient’affatto. Aveva il suo modo ormai collaudato di esordire. Cominciava così: Sono Lucia. Sarò la vostra supplente di fisica. Potrete chiamarmi Lucia. Gli studenti la chiamavano semplicemente Quella pazza o La pazza. Lei parlava del fatto, centrale per la fisica moderna, che l’uomo usi solo il 2% del suo potenziale intellettivo. Pensateci per un attimo. Le sue lezioni erano una glossa ininterrotta di questo concetto. Alle sue lezioni volava di tutto. La gente si ammazzava, impazziva, si picchiava e scappava di classe. Lei continuava indifferente i suoi monologhi in cui si accennava a Bohr, per poi parlare di Heidegger e Cioran. A volte si toglieva dai capelli crespi un aeroplano di carta, un gomma da cancellare. Quando volavano gli sputi le giornate avevano qualcosa di sbagliato, ma lei pensava solo alla produzione di karma. Poi con i tagli alla scuola le supplenze diventarono sempre meno frequenti e lei si dedicò ad altre cose di cui non ha senso parlare.

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