Senza titolo duo

Avevo voglia di scrivere, adesso mi è passata. Mi mancano dei collegamenti. Mi mancano una marea di collegamenti. Eppure sapevo nuotare. Sapevo nuotare perché conoscevo quelle acque. Adesso che nuoto in acque ‘private’, con molti collegamenti che mancano, in stile libero, tocca respirare più spesso. Tocca andare più piano. Capire.

Respirare molto più piano.

Dare ordine ai respiri era molto complicato per lui, (parliamo di un altro, vediamo) toccava rimanere in apnea. Un’alternativa valida era provare a non dargli ordine ma preferire una respirazione confusa rispetto all’apnea.

Scrivo sul mio cane.

Alieni, fascisti, massoni, fasci di energia che attraversano qualche città, le reincarnazioni programmate degli egiziani, la magia, o meglio, le magie, il potere tramite il  vil denaro, l’amore nei cuori delle persone come rivoluzione tutt’altro che pacifica, annientare psicologicamente la pratica del terrore e la forza dell’ordine, scrivendo senza ordinare i respiri, senza paura. Un rivoluzionario, come dicono ora, un dissidente. Smettere di fumare la canapa pur sapendo che qualcuno dice che è la medicina. Sul mio cane nero scrivo, senza ordinare i respiri. Punk, Punki, scritto Phunky, pronunciato Funky, futuro al Funk.

Tornò nel suo quartiere dove passò l’adolescenza dopo un anno passato da persone false e cortesi, così dicevano. Tornò in quel quartiere, dopo un cupo periodo, chiamato Campo di Marte, non il periodo, e forse anche quello.

Sui muri avevano iniziato a disegnare una tartaruga. Meglio: sui muri dilagava questa immagine fatta a stampo di una tartaruga con un nome sopra. Una tartaruga che meritava di soffermarsi a osservare. Una tartaruga che osservata da occhi curiosi assomigliava molto più a un demone, a una figura cattiva, malvagia, con tanto di trasformazione delle zampette in canini appuntiti.

Il nome sopra sempre uguale restava. Casaqualcosa..

Adesso, voglio usare per la prima volta un’espressione di cui già sono stato innamorato: (a+b):a=a:b=b:(a-b), no, non questo genere di espressione.
Eccola: “Capire molto più di quello che vedi.”

Quella tartaruga, lenta, viaggiando ferma piano piano, si trasformava in un demone, infettante, con morsi al collo, ma piano piano. Quella tartaruga infettava piano piano sui muri del mio quartiere, infettava come se nulla fosse anche dal muro della scuola elementare e dal muro della scuola media del mio quartiere.

Scrivo sul mio nero cane.

Io disegnavo i pesci sui muri, un tempo.

Anzi, quel ragazzo disegnava dei pesci colorati sui muri del suo quartiere.

“Mamma, come mai iniziai a disegnare quei pesci sorridenti sui muri, ti ricordi?” fino a allora pensava che rimandasse a quel simbolo evangelico che indicava la direzione per le strade durante le persecuzioni. Della serie: ’Segui la testa’. Ma c’è anche il cuore e i polmoni; ma è un’altra storia questa. Comunque.

“Mamma, come mai disegnavo quei pesci colorati col sorriso sui muri e sui cassonetti?”

“Il pesciolino, non so, da piccolo dicevi che i pesci non hanno confini, sono liberi nel mare e li facevi col sorriso perché dicevi che le persone senza confini che erano libere nel mare avrebbero capito, e risposto al sorriso.”

Fottute tartarughe-demoni chiuse nella loro corazza, che appena le sfiori chiudono la testa dentro il guscio. Altro che ‘segui la testa’, casomai ‘tienila dentro il tuo guscio’.

Respiro. Mi giro una sigaretta.

Il mio cane nero, adesso, ha il singhiozzo. Mi piace. ‘Capire molto di più di quello che vedi’, per questo mi piace questa espressione.

Meglio respirare così piuttosto che tenere in apnea questa penna che nuota in stile libero.

Insegnanti, parlai della differenza tra gli insegnanti e i Maestri una volta.

Che c’entra? C’entra.

I primi insegnavano punti di un programma, dagli altri impari qualcosa, lezioni di vita; il mio cane è un Maestro, anche quell’uomo che cammina scalzo nelle piazze e anche quel professore che incontrai in quella scuola.
Quel nome sopra quella tartaruga rappresentava un punto di un programma, con i suoi devoti insegnanti. Per una volta potrei passare da Maestro, cancellandoli, disegnandoci sopra il mio pesce o un cuore, e lo dico scalzo accanto al mio cane, vicino la mia piazza.

Bivio: realtà da una parte, dall’altra paranoia, o il loro esatto sovrapporsi? Mi spiego.

Dice che ci proiettiamo verso il futuro, verso l’era del microchip,come quello che impiantano ai cani per dargli un identità virtuale. Tra anni, con aggeggi tecnologici sparati nell’universo, potranno seguirlo ovunque sul pianeta e trovarlo in caso dovessi perderlo, poi toccherà a noi, in parte esagero ma non troppo. Dice che ci proiettiamo verso il futuro, le telecamere sono già in piazza, guardano quello che fai, ed io, con il mio cane nero di fronte a quella tartaruga mi sono soffermato più di una volta per parecchio tempo. Neanche i suoi escrementi defecati lì di fronte raccolsi. Simbolico.

Le telecamere sono occhi, e se capissero molto più di quello che vedono?

Certo è che: non possono tenere tutti sotto controllo, siamo troppi. Ma solo un cane lì di fronte ha defecato, forse un altro cane da un’altra parte ha fatto lo stesso, e forse anche il suo padrone sta mettendo tutto nero su bianco. Forse. L’autocontrollo come controllo mentale, altro che telecamere.

Paranoie.

Sono uscito oggi, a passo veloce son passato accanto alla tartaruga, con tutti i pensieri scoordinati che possono rimandare a essa. Il mio cognome è composto da tre lettere, come UVA e può sembrare una sigla volendo, ma è il mio cognome. Ho fatto la solita strada che faccio quando porto fuori il cane. Quella ovvia strada che percorro quasi tutti i giorni da quando son tornato dopo il periodo cupo. Ho passato la tartaruga pensando che non ho paura, pensando che potrei davvero cancellarla con quel pesce o con dei cuori, pensando che sarebbe cosa buona e giusta, forse. Poi…, lo scrivo sul mio cane nero. Mi giro una sigaretta, è tardi.

Poi svolto l’angolo facendo la solita strada con il mio cane, mi fermo e leggo una grossa scritta come il mio cane: nera.

‘Siamo pronti a tutto. UVA’

Scritto enorme, così, sul muro del mio quartiere, pochi metri prima di arrivare dove da ragazzino feci le mie prime prove, insieme a un amico, sul come disegnare il mio pesce a bomboletta.

“Campo di Marte” ho pensato.

La paranoia è che fosse davvero il mio cognome, la realtà è che è solo una dannata sigla.

Non vorrei che si sovrapponessero all’incontrario ovvero che la realtà è che quella scritta sia per me e la paranoia che quelle tre lettere finali rappresentino solo una sigla.

‘Campo di Marte’.

Meglio respirare così che restare in apnea.

Il mio cane ringhia sono stanco. Vado a dormire e cerco di svegliarmi.

‘Chi va piano va sano e va lontano’ diceva la tartaruga senza canini.

Buio.

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