Consonanti: C.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

C.

Stava trattenendo il fiato, ed era l’unico preoccupato dal doverlo fare. Chiedeva  – Ma non sarebbe il caso di tornare su? – ma gli altri non consideravano questa sua richiesta. Quindi continuava a trattenere il fiato. Si sentiva morire, e cominciò ad entrare nel panico. Poi lo stimolo di respirare passò, cosa utile quando ti trovi in fondo al mare. E intendo proprio in fondo nel mare!  Non in una stanza sotto il mare. Ma profondamente nel mare! C’era questa riunione, e Ci riconosceva solo un paio di volti. Tutti gli altri erano sconosciuti. Non aveva idea di cosa stessero parlando o del perché si trovasse lì. Era quasi una cosa normale in quel momento. Poi era distratto da questo fatto di poter fare a meno di respirare, insomma non è una cosa che ti capita tutti i giorni. Pensò – Ma allora non serve respirare, è solo un’abitudine, è solo nella mia testa -Provate ad immaginare di non dover più respirare. Subito vi entrerà un senso di pace e di silenzio. Ti sentirai immenso, senza più confini. Ti sentirai anche un po’ stupido perché fino a quel momento credevi che fosse necessario per vivere, e invece no.  Ed era così che si sentiva Ci. E in più l’acqua che aveva  intorno non aveva la consistenza tipica dell’acqua, ma era come aria. Però manteneva quei giochi di luce che si formano di solito sui fondali marini. Era stupito da tutto questo e non stava seguendo minimamente quella strana riunione in fondo al mare. Passò più o meno un’ora, e improvvisamente il desiderio di respirare si fece di nuovo presente. Allora Ci cominciò a manifestare segni di angoscia. Non era più così convinto che non fosse necessario respirare. E se si stava sbagliando? Sarebbe morto entro breve e non aveva voglia di rimanerci secco. Allora si diede uno slancio verso l’alto, raggiungendo in questo modo la superficie  in un secondo. Inspirò ferocemente, riempiendo ogni anfratto dei suoi polmoni. Trattenne dentro di sé una parte di tutta l’aria del mondo, e poi la lasciò andare restituendola all’infinito. Fu per lui il respiro più incredibile che ricordasse.. Poi Ci si fermò un attimo a pensare. Cosa ci faceva in fondo al mare? Come era possibile tutto quello? Sentì nuovamente passare lo stimolo di respirare, e allora realizzò di essere in un sogno. Era solo un sogno, pensò. Ma come lo disse, il sogno si sgretolò , e divenne buio, quasi come se il sogno non volesse essere scoperto.  E in quel nero fondale la sua coscienza si resettò, finendo scaraventata in un divario spazio temporale, senza un dove e senza un quando. Non era più in un sogno. Era in quell’ attimo che separa il prossimo sogno da quello che è appena finito, quello stesso istante che Ci aveva sentito tra l’inspirare e l’espirare.  In quel buio, in quell’istante, non si è ne di qua, né di la. Si è e basta. Poi, come  se non fosse mai esistito un prima, Ci si ritrovò in una caverna, dalle pareti cangianti a causa della luce di un grande fuoco che stava nel mezzo. Intorno c’erano altri cunicoli, dai quali uscivano e rientravano degli ominidi un po’ tozzi. C’erano anche sparsi qua e la  dei disegni, come quelli rupestri, neri, rossi e blu. Accanto al fuoco stavano in piedi una decina di uomini enormi, vestiti come fabbri, con lacci di cuoio e peli di animale. Dove sono? – Chiese Ci. Questo è il centro della terra! – Risposero gli uomini alti. Ma Ci non rimase sorpreso, era normale per lui in quel momento trovarsi al centro della terra.   Poi uno degli uomini alti disse – Devi stare attento, non bisogna scherzare con i sogni – I sogni, pensò Ci. Che c’entrano i sogni? Allora una voce gli parlò nella testa – Si, hai capito bene. Questo è un sogno, ma non significa che no sia reale. Che tu sia qui, o di là, non fa alcuna differenza. La realtà sei tu. Non quello che percepisci, ma ciò che percepisce – e detto questo scomparve nel nulla. Ci si sedette accanto al fuoco, e si accorse che quel fuoco non riscaldava, non emetteva calore. Provò allora ad infilarci un braccio dentro, ma uno degli uomini alti lo fermò gridando – Ti ho detto di non scherzare con i sogni, tu non conosci ancora le regole! – Impaurito Ci si bloccò, osservando gli occhi senza palpebre di quell’essere gigantesco che lo aveva sgridato. Quali regole? – Chiese Ci – Non devi interferire con i sogni degli altri – Risposero gli omoni in coro. Come degli altri? Non è il mio sogno questo? – Domandò perplesso Ci. No, questo è il sogno di tutti. Tu qui non sei il sognatore, ma il sognato. Questo fuoco è la luce dei sogni, la luce che nasce dalle tenebre e che dà vita a tutte le cose.  Non devi interferire – Riferì un po’ scocciato un altro di quei giganti. Ci non ci capiva più niente: Era in un sogno, ma non il suo. Sapeva di essere in un sogno, ma non poteva fare niente, era solo uno spettatore del sogno di qualcun altro che lo stava sognando! Gli salì di nuovo quel senso di angoscia che aveva sentito nel sogno precedente, e fu allora che si ricordò quella cosa del  respiro. E come si ricordò, la sua coscienza venne di nuovo scaraventata in un angolo buio, ad attendere. Ma questa volta si rese conto di essere nel suo letto, ad occhi chiusi, raggomitolato sotto le coperte. Tenne gli occhi chiusi ancora per un po’, tentando di fissare nella memoria quello da cui si era appena svegliato. Lottava con l’oblio, voleva strappargli a tutti costi quel ricordo, lo sentiva importante, e poi che se ne faceva l’oblio dei suoi ricordi? Cominciò a tirare più forte, sempre più forte, ma l’oblio non lasciava la presa. Ci si senti trascinare verso l’abisso e più che vi si avvicinava e più scordava il motivo di tutto quel tirare. Poi la sua identità cedette, di fronte alla paura di poter disfarsi come un castello di carte. Subito si riaggrappò allo spazio/tempo nel quale risiedevano il letto, le coperte e le sue sicurezze, lasciando all’oblio il suo prezioso bottino. Ci aprì gli occhi. Era giorno. Dalla finestra di sotto salivano le voci di due signore che parlavano dei loro figli. Rimase qualche secondo a fissare il soffitto, cercando tra le bolle di vernice un appiglio, qualcosa che lo potesse aiutare a ricordare. Non sapeva di cosa si doveva ricordare, solo che avesse qualcosa di importante da ricordare. Ma tra quelle bolle non c’era niente. L’oblio aveva inghiottito tutto, anche il ricordo di averci lottato. Ci si alzò dal letto e andò in bagno. Si sciacquò la faccia e poi si lavò le mani, e mentre le lavava si accorse di non avere addosso i suoi braccialetti e il suo anello. Allora uscì dal bagno per tornare in camera a vedere se li aveva lasciati lì, ma si girò un attimo indietro, verso la finestrella del bagno.. E li vide gli occhi gialli di un gatto, un gatto scuro, tutto nero, che lo fissava. Ci si sentì pervadere da una strana sensazione. Era sicuro che quel gatto fosse li per lui, per osservarlo. Infine una voce leggera riecheggiò nella sua testa – Io sono il guardiano dei sogni, controllo le porte, quelle porte che nessuno mai potrà dire se sono entrate oppure uscite – Ci si impaurì terribilmente. Trattenne nuovamente il fiato e chiuse gli occhi un attimo, per paura. Ma quando li riaprì il bagno non c’era più, e nemmeno i ricordi. Adesso era in fondo al mare, sempre trattenendo il fiato, ed era l’unico preoccupato dal fatto di non poter respirare.

 

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