Consonanti: P.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

 

P.

Apro gli occhi. E non ho la più pallida idea di dove sono. Una stanza da letto con un armadio a muro enorme, un comodino bianco smaltato e una specie di cassettone. C’era un piccolo tappeto osceno ai piedi del letto, sul quale stavano tutti i miei vestiti gettati come un mucchio di stracci. Sembrava che qualcuno li avesse messi tutti insieme apposta, tutti li, tranne i guanti, che si intravedevano sul cassettone. Il soffitto era altissimo, con le finestre grandi, dalle quali entrava questa luce molto forte, il segnale che il mondo, fuori, era già tutto in movimento. Faceva freddissimo, e questa sensazione era amplificata dall’assenza di vita che si poteva respirare in tutta la stanza. Non un quadro, una foto, un vestito appeso. Vuota, come le strade quando c’è il lavaggio. Rimasi nudo, sotto delle coperte di lana a pensare, a ricordare qualcosa, o qualcuno, che avesse a che fare col perchè mi trovassi in quel posto. Ma niente, per il momento solo un gran cerchio alla testa. Mi infilai i calzini di corsa, e così i pantaloni, costatando di avere in tasca meno soldi di quelli che mi ero portato, o almeno così mi pareva. In quel momento mi apparve un flash, una sensazione. Non ero stato io l’ultimo a mettere le mani in quelle tasche. Un primo aggancio, è già qualcosa. Mi misi la felpa e mi accorsi che c’era uno specchio lungo e stretto accanto all’armadio. Mi guardai un attimo. Sembravo appena uscito da una sala di rianimazione. Lasciai li quell’immagine, preso dall’impellente necessità di un bagno. Sapevo di per certo che era in fondo al corridoio a destra e così mi ci diressi. Era il bagno più vuoto che avessi mai visto. Niente spazzolini, nemmeno un asciugamano, solo il verde chiaro delle piastrelle. Mi ricordai di aver già pisciato un paio di volte in quel cesso rettangolare, e anche che ero in mutande quando ci entrai. Ripresi la via del corridoio e notai un’altra stanza, anch’essa completamente vuota, c’era addirittura il cellofan intorno al materasso. Per curiosità aprii qualche cassetto. Vuoto il primo, vuoto il secondo, coperte nel terzo. Tornai dove mi ero svegliato, per dare un’occhiata in giro. Accarezzavo la coperta di lana mentre scavavo tra le immagini che mi scorrevano davanti. Immagini casuali, sconnesse, forse nemmeno mie. Mi sedetti sul letto, accorgendomi che accanto al cuscino c’era un orecchino, probabilmente d’argento, con dei filamenti intrecciati che finivano con delle palline. Lo presi in mano per guardarlo meglio.. Non l’avevo mai visto prima, ma improvvisamente mi apparvero due occhi azzurri, due occhi di ghiaccio che mi guardavano, freddi come quella stanza in cui mi trovavo. Rimisi l’orecchino dove l’avevo trovato e mi alzai, scostando le coperte per rifare il letto. E li, sul lenzuolo adesso scoperto, c’erano delle macchie che sembravano di sangue. Che ci faceva del sangue su quel letto? Dannazione, non è possibile non ricordarsi della propria vita! – Pensai. Osservai più da vicino. Si, sembrava proprio sangue. Andai vicino al cassettone, dove stavano i miei guanti con le dita tagliate, e al loro fianco, un altro orecchino, identico all’altro. Mi infilai i guanti e sentii subito di non essere stato io a riporli sul cassettone. Sentivo la sensazione dei miei guanti, ma non ero io a portarli, perchè erano loro a portare per mano me. Si, mi ricordavo, loro mi avevano portato qua! Occhi, mani, mancava un volto e un corpo. Finii di infilarmi i guanti, e mentre le dita uscivano dai ritagli, notai qualcosa sulla mia mano destra. Sul medio e sull’anulare c’erano delle incrostazioni rossastre. Mi ci soffermai in silenzio, aspettando che arrivasse qualche informazione. E questa volta iniziò a proiettarsi nella mia mente un breve filmato di un corpo di donna irrequieto, vestito solo di una sottile striscia di stoffa rosa e grigia intorno alla vita. Accidenti, un culo stupendo, scolpito dal più ispirato degli scultori. Due tette modellate come se avessero dovuto durare per sempre. Rimasi un secondo imbambolato verso questa nuova rivelazione. Poi presi il giubbotto, che faceva un freddo insostenibile, e andai in cucina. Avrei voluto mangiare qualcosa, ma ogni sportello era vuoto, così come il frigo e le mensole. Allora presi un sorso d’acqua dalla cannella, dato che pareva non ci fosse un bicchiere in tutta la cucina. C’era invece un orologio, in alto, di quelli digitali, che segnava le undici e undici. Merda, ero in ritardo, dovevo andare a pranzo, era Natale! Allora uscii, lasciando tutto come era, lasciando in quell’appartamento anche molti dei miei ricordi. Aprii il portone che dava sulla strada, scoprendo così in quale angolo di mondo mi trovassi. Per fortuna, non troppo lontano da dove dovevo andare. La città era in pieno movimento, così come la mia testa, e mi sentivo guardato dai passanti come se tutti quanti sapessero quello che avevo fatto. Tutti.. tranne me. Era una giornata stupenda, un sole mai visto in quei giorni e un’unica nuvola diradata su tutto il cielo gli girava intorno. Camminai veloce, sempre guardando in alto, verso quella strana nuvola intrecciatasi col vento. Stavo davvero facendo tardi.. Finalmente arrivai a casa, e per prima cosa misi la testa sotto l’acqua fredda per tentare di riprendermi, ma invano. Mi cambiai velocemente, mentre tentavo di raschiare via quelle incrostazioni dalle mia dita e andare poi a prendere il treno. Indossai degli improbabili occhiali da sole trovati in salotto, per coprire gli occhi pesti che avevo e uscii fuori. A quel punto suonò il cellulare. C’era un messaggio. Lo lessi al volo. E li, in quella breve sequenza di caratteri su sfondo luminoso, vi trovai il volto che mi mancava, che mi aveva angosciato tutta la mattinata. Capelli biondi e lunghi, le labbra imbronciate, l’espressione di chi ha visto molte cose e capita forse nessuna. Non sapevo esattamente chi fosse.. Il messaggio diceva solo: Scusa, sono dovuta scappare, che fai sogni? Un bacio, P.

 

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