Sognando camere d’albergo

Un volto amareggiato e sorpreso rispose: “Cesare”

“Cesare” gli sussurrò accarezzandolo lungo il muso “ma cosa ti hanno fatto?” – “Non trova indegno che tale nobiltà d’animo sia messa al servizio di uno scopo così poco meritevole?” rivolgendosi al signore.

“Ma no.. mangia regolarmente, non gli faccio mancare niente”

“D’accordo ma se lo immagini libero da qualche parte, invece che costretto a scarrozzare in giro, che ne so, due giovani americane.”

Da amareggiato e sorpreso, il ragazzino vide che l’uomo si stava facendo cupo e silenziosamente colpevole.

“Mi scusi, non stavo pensando che spesso anche noi perdiamo la nostra nobiltà d’animo per lo stesso motivo. Diciamo che è un operaio e in fondo non gli manca niente ed è in salute”

Cesare, un cavallo bellissimo.

E anche la ragazza accanto che diceva: ”Andiamo dai”.

“Arrivederci Cesare e buon lavoro signore”.

“Arrivederci ragazzi e state tranquilli che non gli faccio mancare niente”.

Così quei due si allontanarono sotto gli occhi degli animali, uno dei due smise per un momento di brucare forzatamente da quella specie di museruola attaccata al collo.

“Ora dimmi ma che bisogno c’era?”

“Il bisogno si trova”

Un sole sorridente, il Duomo imperioso, un gregge di cinesi che come in una gita delle elementari stavano al seguito di un ombrello rosso tenuto su da una mano guida, e loro lì, lì nel mezzo.

“Vieni entriamo nel Duomo” trascinandola per un polso.

“Cazzo è chiuso…”

“…ma proprio oggi?”

 

-“Ho perso tutto” pensava in un vicolo all’ombra quel giocatore di poker ”dovevo uscire da quella mano” –

 

Il sole continuava a riscaldare chi lo voleva, il Duomo era chiuso, Cesare brucava fieno nell’attesa di essere disturbato da due tipe americane piene di soldi, ma in fondo non gli mancava niente.

“Non era proprio il Duomo di Firenze così maestoso e pieno di storia” pensò il ragazzo “ma quest’altra Chiesa è comunque qui, e si è presentata, come dire, presente”

“Vieni entriamo qui” continuò strattonandola senza forza.

Era aperta.

 

‘Cesare’ si stacco un attimo dalla bellissima ragazza seguendo il flusso.

 

“Mi scusi, lei è credente?”  all’altra tipa vicino la porta d’uscita.

“Beh sì”,

 

Tornò accanto alla bellissima ragazza, le labbra si sfiorarono.

Il prete attaccò il sermone.

Quell’istante passò veloce per lui: la catechesi da giovane, studiare la Bibbia, l’esistenza di Dio.

“Ricordo ai fedeli che qui sulle scale troverete un’associazione che combatte bla bla bla… soffermatevi per fare un’offerta”.

Niente, rovinato tutto, niente sermoni su come le acque si aprirono o su come la vergine concepì il tutto insomma. O non era lei? Comunque.

 

“Quanto vuole per un giro?”

“50 euro, venti minuti”

Povero Cesare nel frattempo.

Ma è così che va la prassi.

 

L’istante passò.

 

La bellissima ragazza c’era ancora.

Voltò lo sguardo verso l’uscita.

Quell’altra non c’era più.

 

“Andiamo via ti prego” disse lei, era più giovane.

Non era sua intenzione fargliela prendere male.

Mano nella mano. Cesare fuori non c’era più. Il sole continuava a riscaldare chiunque tranne che quell’uomo seduto sopra un gradino, all’ombra di quel vicolo.  “Dovevo foldare, … , non dovevo giocarmi tutto”.

Il sole, nel momento in cui le nonne buttano la pasta, aspettando beautiful in tv, era alto. Penetrò in quel vicolo.

”Mi rifarò” pensò il tipo che nel frattempo tolse le mani dalla testa.

 

Cesare sbuffando non lo sapeva, ma in Brasile, un cavallo libero stava morendo di fame.

 

La messa era finita, qualche sfigato comprava il paradiso con delle donazioni e la ragazza credente camminava per la via di casa, in un vicolo all’ombra.

E loro sempre lì, in mezzo al gregge di cinesi, anche se si vedevano spuntare dietro obiettivi più grandi dei loro figli.

Le nonne memorizzavano l’ora, anche se non ce n’era più bisogno. Al dente o scotta oramai era questione d’istinto. Il tempo era relativo.

Comunque.

E pensare che era cominciato tutto per gioco.

“Andiamo a fare colazione fuori?”

“Andiamo” rispose strattonandola.

Non era proprio l’ora per una colazione, di lì a poco le nonne.. avrebbero.. ma loro erano giovani, e perlopiù spensierati.

Con la scusa di un caffè, diceva qualcuno per alzarsi la mattina dal letto. Che tempi. Era il giorno dopo natale o quello prima, ma non era quello l’importante. Anche trovare un bar aperto. Non era più quello l’importante, casomai una chiesa, anche senza maiuscola.

L’intesa era segreta.

Un cavallo come operaio. Una chiesa senza Dio. Un giocatore di poker che ci crede ancora.  E l’acqua che bolliva tenuemente.

Lei era bellissima, lui un intruso con il suo stile.

Ripercorsero i passi mossi soltanto per fare una colazione fuori.

Con la scusa di un caffè.

L’albergo era lì dietro. Zona centrale. Vista Duomo, mica merda. Voglio dire: non era un Motel per camionisti. Mano nella mano rientrarono in quel cazzo di albergo. Al terzo piano, senza freddi ascensori. Con calma, mano nella mano.

Attaccato sopra il portone, per fortuna ancora aperto, videro un cartellino scritto male: “Sei un coglione ti avevo detto di chiudere se uscivi”.

L’albergo era di un amico, di un fratello. Una roba di famiglia.

Il sole splendeva, era natale su per giù, i genitori in vacanza, pure l’attività quindi, e quel cazzo di albergo era ospitale per i fratelli.

“Può essere accaduto tutto questo solamente in un’ora, solo un’oretta scarsa è passata?” si chiedeva il ragazzo mentre strappava il cartellino. L’ombrello a tenere aperta la porta non c’era più.

Anche la cucina era aperta, e disponibile.

Il cavolo con la besciamella era finito, anche le lasagne, e anche i carciofi ripieni, ma la caffettiera era lì, pulita, accanto allo zucchero e ad un barattolo pieno di caffè: proprio lì, vicino ai fornelli sul ripiano sopra il cassetto con le posate.

“Sono schifata”

“Ma no..”

Lui era felicissimo, esteticamente perfetto.

Uno dei caffè più buoni della sua vita, un caffè col profumo di riscossa; o doveva foldare quella mano?

Rientrarono nella stanza, seguendo i soliti passi di prima.

Colazione alla fine l’avevano fatta.

 

La pasta era a metà cottura, il sole invece continuava a brillare alto, giusto il momento prima di riniziare a tramontare. Tragico.

 

Il giocatore di poker si era alzato, camminava in mezzo ad una mandria di macchine fotografiche e a qualche cinese, ma era lì che ci credeva.

 

Aprì la porta con la maniglia. Uno scenario perfetto per il risveglio dentro un sogno senza luogo: una camera d’albergo.

La numero 102.

Lei era sempre più bella non si sa come mai, lui sempre più perfetto nella sua nobile estetica.

Il sapore del caffè completato da una sigaretta.

La camera 102 chiusa di nuovo, con una finestra vista Duomo.

“Sono felice di essere rimasta qui con te, anche se ci conosciamo poco”

“Ti voglio bene” proseguì

Quello era importante, non scopare, nemmeno che la pasta fosse al dente o scotta mentre partiva la solita sigla di beautiful tarattataratattaraaa, neanche la futura coppia d’Assi che mise di forza il sorriso sulle labbra di quel giocatore di poker, neanche Cesare lontano, a correre libero in Brasile, bianco, lontano da occhi indiscreti, su petali di rose rosse lasciate lì, per lui, dal sole, nel momento di massimo splendore.

“Ti voglio bene”

Quello era importante.

Per lui.

A volte esteticamente perfetto.

 

Buio.

 

Si svegliò che faceva molto freddo.. tipo la morte dell’anima o la fine della volontà di scoprire.

Molto freddo.

Si alzò: scostò la tendina della finestra e lanciò un’occhiata fuori.

Tirò un sospiro allietante: fuori nevicava.

Era per quello.  Voglio dire: era per quello che faceva freddo.

Iniziò a strofinarsi le mani come se fosse una stufa.

Qualche inceppo.

 

– “Certo, e se sei buono ti darò pure una corda per legare la pecora durante il giorno. E un paletto.”

La mia proposta scandalizzò il piccolo principe.

“Legarla? Che buffa idea.” –

 

Riaccostò la tendina.

Faceva freddo.

Faceva molto freddo nella camera 102.

 

Si svegliò di soprassalto.

Era soltanto un brutto incubo.

“Ma come un attimo fa sembrava… eppure ero in un incantevole sogno”

Caffè?

Che sogno assurdo: i cellulari avevano la sveglia.

 

E infatti si svegliò:

“Check”

Giocava contro una coppia d’Assi, ma questo lui non lo sapeva. Una ricontrollatina alle carte, uno sguardo buttato sopra il tavolo verde.

Fante e due di cuori. Le sue carte preferite.

Fante e due, Fante e due, non ci credevano nemmeno le carte mentre lui sperava che il fondo liquoroso di quel bicchiere non finisse mai. Un classico. Fante e due, Fante e due.

La coppia d’Assi rilanciò, non aveva mai buttato tanti soldi nel piatto, e infatti si intuì subito che aveva un ottima mano, nemmeno troppo marginale. Sgamato. E se anche bleffasse… “non posso perdere quello che non gioco” si disse. Contro una mano forte solitamente si esce se non si ha buone carte. E’ logico. Per questo motivo, più tranquillo che mai, senza riguardare le carte, buttò i soldi sul tavolo verde.  Si giustificò a se stesso deliziandosi del fatto che la logica non gli era mai piaciuta. Aveva le sue carte preferite, quindi fortunate, quindi… superstizione o speranza? Inoltre i più esperti insegnavano:”Ho già perso anche quello che non gioco”. Comunque.

 

Intanto, lontanissimo, un treno pieno di gente sfrecciava nello spazio, seguendo le rotaie che ne annunciavano l’arrivo, e quel ragazzino sorrideva ammirando le nuvole passare. Nuvole barocche per fortuna.

Ancora più tranquillo girò quelle dannate carte.

 

“Mafia”

 

Una serie di cinque lettere in fila che danno vita ad un concetto relativamente stabile. “Non vuol dire un cazzo” pensava guardando le sue carte preferite.  Gli piaceva decidere come giocare le sue mani preferite con in testa pensieri più pesi. Ridimensionava la faccenda.

Aveva un po’ di paura. Un bel po’.

Si giocò tutto.

Le prime tre carte oramai erano scoperte. Ne mancavano ancora due. Non era messo male, buone carte, tante combinazioni possibili. Il succo era che giocava contro una coppia d’Assi.

Tutto e subito.

I consigli ordinavano di rinunciare. “Aspetta: è logico”.

“Che schifo”

Fra le prime tre carte c’era un potente Asso e altre due potenti carte a cuori.

“Colore” mancava solo un altro cuori.

 

Il ragazzino a migliaia di miliardi di kilometri continuava a osservare l’evolversi delle rotaie. Una mandria di cavalli a testa bassa brucava erba lungo il paesaggio. In costruzione, un traliccio, annunciava la fine della natura. Un traliccio in mezzo al niente. O meglio: un niente in mezzo al paesaggio. Quattro secondi la vita di quel traliccio nel finestrino che mostrava nuvole e cavalli. Il sorriso rimase, le nuvole barocche continuavano a scorrere.

 

“Avanti dritta, direzione colore” bello pensare che tutto andrà bene.

Sapeva dall’iniziale rilancio che l’avversario aveva almeno una coppia di base. Sapeva… ma non pensò mai a una coppia d’Assi che palesava un tris dopo le prime tre carte.

Rilanciò con la speranza che uscisse un altra carta a cuori.

La coppia d’Assi, divenuta tris, chiaramente vide.

Altra carta. Un quattro, un niente.

Rilanciò di nuovo col progetto del colore.

Il potentissimo tris di Assi vide.

Altra carta, un altro quattro. A cuori. Colore. “Dovevo foldare?” pensò

Colore è una mano ottima. Di rado capita che ti colori di cuori. Ma ancora più di rado capita che fai un full. Pieno. Tre carte uguali più altre due uguali… tipo tre assi e due quattro, una mano quasi invincibile: perde solo contro il poker.

Ma colore è colore: zero rosso e nero. Colore: animo.

Allungò la mano destra verso l’orecchio per toccarselo ma pensò di dare nell’occhio, l’altra mano si avvicino con l’indice e il pollice verso l’estremità centrale degli occhi che finirono a toccarsi.

Puntò la metà di quello che aveva. Poi un bel respiro

 

E così,  si era conclusa anche questa avventura. Se si fosse esaurita nel migliore o nel peggiore dei modi, era alquanto difficile riuscire a dirlo. Punti di vista. Sicuramente il modello lineare della normalità non era stato rispettato. Ma poi cosa vuol dire? Comunque. Tra psicomagia, underground, paranoie cosmiche, qualche goccia d’amore e l’isolamento, avrebbe detto che quella storia aveva tutto tranne che del normale. Adesso era in treno e stava lasciando quella storia, via via che il paesaggio scorreva, kilometri dietro di se. Fuori dal finestrino era presente una fitta nebbia adesso, ma almeno una bella ragazza con l’espressione un po’ crucciata gli aveva chiesto se il posto davanti a lui era libero.

Gli rispose che non era occupato. Avrebbe voluto intavolare una discussione sui posti liberi, sulla libertà, ma la ragazza con l’espressione crucciata indossava due cuffie enormi e non gli era sembrato il caso.

Gli avrebbe detto che era lei libera di scegliere, non il posto, ma si rifugiò nella nebbia fuori, che intanto aveva nascosto le nuvole e i cavalli, pensando alle ultime vicissitudini,  pensando che solo due giorni fa era chiuso in una cella, illuminata solo da una piccola luce al neon, senza orologio, chiuso dentro con la compagnia, solamente, di una miriade di scritte e graffi sul muro fatte chissà da quale delinquente o presunto tale.

La più grossa ondeggiava serena in mezzo a nomi di persone infami: Torino.

In isolamento con quella scritta. Comunque.

 

La coppia d’Assi contro-rilanciò e il Colore mise tutti i suoi soldi sul quel Dannato tavolo verde. Meno dannato di quelle Dannate carte. O forse di più.

Ci aveva sperato fino allora che andasse esattamente così, o quasi. La coppia d’Assi vide. Si giocò tutto. Sapeva che avrebbe perso solo contro un’altra coppia di quattro. Maledetta, potente, coppia d’Assi. Che vita.

Un ultimo sguardo alle carte. Il pollice, con un piccolo gesto, diede vita alla morte di una sigaretta, che iniziò con un sublime gusto di vittoria, come il caffè della riscossa, ma che finì nel baratro della dipendenza. Il liquore nel bicchiere, scolato prima del primo tiro della fine, scompariva portandosi dietro roba più grossa di sé.

“Mafia”

La speranza è l’ultima a morire. Una leggenda.

Come aveva fatto a scordarsi di quel Pasolini o Carmelo Bene lì che dicevano che la speranza è una parola inventata…  o era un suo amico barbone?

Era come sperare che il sole sorgesse ad est.

 

– “Dovevo foldare, … , non dovevo giocarmi tutto” disse quell’uomo seduto su un gradino accendendosi l’ennesima sigaretta. –

 

Così si svegliava George Friderich I. Tutti i giorni della sua inutile esistenza si svegliava così. Pieno di soldi e senza casa si permetteva il lusso di poter scegliere la camera che più gli aggradava. Falsi rapporti, tanti soldi, e la possibilità di una camera di albergo quando voleva fare quel sogno. Aveva finito tutte… chiamiamole… provviste del frigobar. Si accingeva a radersi per bene appena sveglio, ad aprire il portafoglio e ad assicurarsi che prima di uscire le possibilità di  spendere e spandere fossero reali. Ok erano reali anche oggi. Un ultima annusatina alle mutandine lasciate sporche per spregio dalla puttana che aveva “pagato” la sera prima, un ultima, profonda, annusatina, pensando che le avesse lasciate sporche per fargli un favore. Povero George Friderich Ultimo. Il solito inutile confronto allo specchio. Non si guardò negli occhi. Cercò di elevare la propria bellezza in particolari come la velocità di agganciarsi i bottoni della manica destra della camicetta o lo svegliarsi con i capelli abbastanza pettinati.

Inutile dire che lontano un tipo, lo specchio neanche ce l’aveva, nemmeno la camicetta, e può darsi che era lui che si era rotto di fare la puttana, a gratis perlopiù. Ma sono altre camere queste. O era una tenda questa?

L’unica cosa buona che riusciva a fare per l’umanità era non buttare le sue caccole per terra. Un grande uomo comunque. Organizzava delle feste dove rubava soldi agli amici facendogli pensare che gli faceva un favore. Grandi feste. Appena sveglio. Non gli rimanevano che i sogni. Ma nella sua casetta organizzata non riusciva a farli tranquilli. Spersonalizzazione. E pensare che i suoi sogni potevano essere storie vissute da altre persone, e non nel mondo dei sogni.

Sul comodino erano avanzate un paio di righe di coca. Come non elevarsi così?

 

Incubi.

Incubato in storie di spiriti imprenditoriali.

Invidia? Puttane, coca, rubare soldi agli amici. Invidia? Capelli svegli già pettinati da camicie già abbottonate. No, incubi. O invidia? No, incubi. O invidia?

No.

Incubi.

Quando partivano così, non si fermavano subito, cominciava una telenovela d’incubi. A puntate.

 

Era partito per il Brasile in cerca di un po’ di relax. Giusto due mesi. Le brasiliane sono contente se in spiaggia gli guardi il culo, si mettono quei sottili costumi apposta, mangi aragoste per pochi danari e quando cammini per le strade emani un fascio di luce verde. Non c’è nemmeno il bisogno di fumare sigarette.

Aveva vinto il biglietto da un estrazione del cazzo, ma il punto non era assolutamente questo, il punto era un altro. Nel biglietto di viaggio vinto, la prima settimana era compresa di albergo sedici stelle in un grattacielo costruito in mezzo alle bettole chiamate favelas. Ogni grattacielo erano una tre-centina di case non rimesse a posto. Processo inverso, ogni trecento case non rimesse nasceva un grattacielo. Un cancro.

Comunque. Sedici stelle, non cinque.

Camera 395.

Era andato lì per rilassarsi, e di base,ogni notte, in quel cazzo di grattacielo, costruito a scapito di bambini che scraccavano nei cassonetti delle strade, gli toccava fare questi sogni dove camere di albergo si susseguivano tra sogni e incubi. Sedici stelle.

Era passata tutta una notte, era stato in una Chiesa con una ragazza bellissima, aveva giocato a poker contro se stesso, perché alla fine giocava da solo, era stato in treno in mezzo alla nebbia, aveva incarnato George Friedrich Ultimo e George Fiedrich I, aveva bevuto un caffè dal sapore di riscossa ed era stato anche il piccolo principe.

L’ultimo incubo non era stato carino, infatti, era ancora notte quando lo svegliò ricordandogli di cercare il famoso relax.

 

‘In un grattacielo, un cavallo non cavalca su petali bianchi’

 

E infatti…

Era tanto che non gli capitava. Tipo dieci anni.

Una paralisi notturna: roba seria.

In qualunque comunità simboleggiava la paura del futuro, di ciò che sarebbe potuto accadere. E quella notte la rivisse sulla sua pelle.

Era nel letto con sua madre e sognava di essere lì.

Di fronte alla sua porta d’uscita, una grossa televisione faceva scorrere un migliaio di foto. In alcune sorrideva, senza spirito imprenditoriale, in altre, sorrideva per fare contente persone che gli ricordavano lavori ingrati.

Poi sua madre cambiò canale e lui gli rispose scocciato: ”Ma scusa, usa la tua di televisione”. Ricordo che albeggiava fuori, un tenue sole sorgeva, degli aerei lasciavano scie dietro di sé, delle scie che non scomparivano come quando eri bambino: erano le sei e mezzo. Ricordi o ricordò? Non si ricordava bene…

Ricordi.

Non sa in che frangente si infilò una mano nel taschino del jeans per controllare se la chiave del suo primo motorino fosse lì. Solo lui conosceva quella chiave. L’aveva visto fare in un film.

Si svegliò.

Sua madre comparì seduta alla sua sinistra anche se in teoria e in pratica dormiva alla sua destra. Insomma si svegliò preoccupato e glielo disse. Lei, a sedere accanto a lui, le rispose che in realtà, quella preoccupata era lei: perché nel sonno si parlavano e lui diceva “Ciao Mad”. A quel puntò realizzò che stava sognando davvero e finalmente si svegliò, ma paralizzato.

Gli venne addosso un terrore infinito, le corde vocali immobilizzate in un mugugno ansioso: l’urlo di uomo a cui avevano tagliato la lingua.

Paralizzato.

Con grande sforzo si svegliò. Di nuovo. E uscì per fumarsi una sigaretta e scrivere questa roba: sono le ore 3 e 49.

 

Brutta storia.

 

E così si era incastrato in camere di albergo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amore

Pagina

Bianca

 

 

Come se nulla fosse successo.

Mille inutili paranoie.

La parola del nuovo millennio.

 

Mentre i figli dei figli per le strade urlavano: ”Paranoia!”

”Paranoia!”

 

E mentre i figli dei figli per le strade urlavano: ” Amore!”

“Amore!”

 

Una guerra tra guerrieri della luce contro cyborg del nuovo millennio.

L’informazione dilagava non più per un incontro straordinario in un paesino di periferia.

Infernet.

I sogni si mescolavano alla realtà: la realtà diveniva ordinaria per gli sfigati: mistica o mitica per gli illuminati: controllabile per chi masticava pane e potere: piacevole per quella cerchia di massoni: straordinariamente normale per chi, ancora, riusciva semplicemente ad amare.

Il cellulare si svegliò alle 11 in punto portandolo via da quella serie sconcatenate di sogni in camere di albergo.

 

 

Una minuscola tenda da campeggio. Qualche vestito. Una penna e un bastone da giocoleria per passare manualmente il tempo.

Un soldo, tutte le mattine di quel torrido Agosto, per fare colazione in quel bar. Un soldo, tutte le mattine di quel meraviglioso Agosto, per giustificare la presenza in quel bar del campeggio a quella splendida creatura.

“Ciuchina ti amo!”

 

Non gli mancavano per niente quelle camere d’albergo.

Non gli mancava niente in realtà.

Un po’ d’ansia. Molta ansia.

Che bisogno c’era di rifugiarsi in delle camere?

“Il bisogno si trova”

 

Scrisse e bruciò quello che scrisse.

 

“Questo è il tappo del mare.”

 

Buio.

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One thought on “Sognando camere d’albergo

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