Il ciclo della fondazione

Al solito bar di sempre mi guardo per bene la tavolata davanti a me, sulla sinistra. Rumeni o forse slavi, non so dire. Sono la prima generazione, la fondazione, sono venuti qui dall’Est. Gli uomini forse fanno i muratori o gli elettricisti, riparano frigoriferi e caldaie, ma qui non ci sono le caldaie. Le donne forse non lavorano nemmeno perché la vita costa poco e i mariti guadagnano bene
e solo far crescere dei figli in un paese straniero. O forse al contrario queste donne sono arrivate per prime, cavalli di troia per i mariti, a fare le badanti dei vecchissimi proprietari terrieri e di appartamenti che ci sono qui. Di fronte a me una prima generazione, seduta a due, tre tavoli uniti, bevendo birre e mangiando da piatti comuni che tengono nel mezzo. Hanno in braccio bambini piccoli che cresceranno qui, la seconda generazione, e studieranno con altri bambini figli di genitori che parlano un’altra lingua e con questi bambini si dovranno integrare, si vorranno integrare, a questo ambiente con cui pure i loro padri si devono oggi confrontare, ma come si confronta chi si tiene ben stretto alla sua origine, a una lingua incomprensibile, alle sue birre, al suo lavoro duro tutta la settimana e alla sue domeniche al giardino Indipendent, a questo bar che accoglie chiunque, anche me, e a quel suo tavolo, anzi a quelle tavole unite dove siedono tutti insieme. Le cose per questi bambini saranno forse più semplici: impareranno una lingua diversa da quella che si parla con i genitori e troveranno in questo giardino e davanti a questo mare la loro vera casa. Le cose saranno per loro anche più difficili rispetto ai loro padri: non ci saranno tavolate così per loro, ma ci saranno tavoli singoli a cui sederanno persone per cui loro saranno sempre un po’ diversi, sempre degli stranieri, per quelle loro usanze e quei loro capelli così biondi e la loro pelle così chiara. Non ci saranno queste tavolate, ma tavoli singoli dove cercheranno di essere accolti da questo mondo che pure sarà il loro mondo e che tuttavia non hanno scelto. Si integreranno, questi bambini, ma non ci saranno queste domeniche, o se ci saranno, saranno segnate dalla nostalgia per qualcosa che fondamentalmente nemmeno gli appartiene, nostalgia per queste tavolate che non hanno scelto ma che hanno scelto per loro i pionieri, la prima generazione. C’è una speranza e un ottimismo nelle facce di queste persone di fronte a me, sulla sinistra, che nelle seconde e terze generazioni non ci sarà. Gente che lavora tutta la settimana e la Domenica col sole e coi vestiti buoni viene a questo mio stesso bar sul mare, dove vengo io a scrivere una tesi in filosofia, io che sono terza generazione. Penso a mia madre, alle sue sorelle, seconda generazione di meridionali e di riflesso a questi bambini biondi e con la pelle chiarissima qui di fronte a me, sulla sinistra. In casa di mia madre si parlava un’altra lingua e forse c’erano tavolate come queste dove a metà Febbraio si respirava già che la primavera era vicina. Allora i figli di questi bambini che ho di fronte, i figli dei figli, questa ipotetica e futura terza generazione che ancora non esiste, partiranno tra sessant’anni come sono partito io. Con le tasche piene di soldi delle due generazioni precedenti, frutto di un lavorio ininterrotto che è durato e dura da sessant’anni almeno  e nessuna prospettiva nel futuro, partiranno dal paese in cui una prima fondazione sedeva alle tavolate, come questi di fronte a me. Vorranno fare gli scrittori, le terze generazioni, o solo essere nobili di cuore o delle persone per bene, che poi è lo stesso. Forse non sapranno proprio cosa fare di loro, come non lo sapevano quelli prima di loro e ripenseranno ad una prima generazione sanguinante che partiva senza soldi in tasca e solo vaghe prospettive e speranze riposte in una domenica dopo un inverno, con un po’ di sole.

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