Consonanti: S.

Racconto di Altrove preso dalla raccolta “Consonanti”

S.

Arrivai verso le due e mezza. Avevo fatto un pò di ritardo per via del mal di testa. Gettai via la sigaretta ed entrai. Mi tolsi con calma il cappotto e la sciarpa e li appoggiai su una sedia, l’unica non polverosa. Sicuramente c’era stato qualcosa sopra non troppo tempo prima. C’era un gran casino, e da questo si poteva dedurre che Esse fosse già a lavoro, col suo flessibile. Era un re con quell’aggeggio, lo usava come nessun altro avrebbe mai il coraggio di usarlo. Andai a salutarlo. Lui alzò il suo sguardo e lo posò su di me per pochi secondi, con quei due occhi un pò a pesce. Mi disse qualcosa che non capii e si rimise a lavoro, ma sapevo che in qualche modo mi aveva risalutato. Non so bene di quale parte del mondo fosse, ma di sicuro non era di qui. Mi infilai i guanti, incrostati e induriti dalla calce. Presi il martello, quello grosso, e mi diressi dritto davanti alla sezione di muro che dovevo tirare giù. Guardavo il muro.. Guardavo il martello.. E intimamente avevo la sensazione di star per fare qualcosa di male. Insomma, il muro e il martello stavano benissimo li dove stavano, ognuno aveva la sua pace e un’ esistenza dignitosa, e invece io dovevo cambiare questo loro stato di beatitudine facendoli incontrare violentemente senza nemmeno un pò di preliminari. Sarebbe stato carino almeno farli prima conoscere un pò. Ma non potevo mica portarli a cena fuori, sono pur sempre un muro e un martello! per ottenere cosa poi? Un matrimonio infelice? Hanno vite troppo diverse, non potrebbe funzionare.. E proprio per questo ognuno dei due se ne stava per i fatti suoi. Ma le vie del signore sono infinite e destino volle che toccasse a me far sì che i due cominciassero a frequentarsi. Mi sentivo quasi la mano di una volontà suprema! Guardai Esse, e la sua totale indifferenza mi rassicurò. Quindi, privo ormai di dubbi, cominciai a dare martellate al muro, provocando tonfi sordi per tutta la sala. E mentre martellavo con fatica, iniziai a pensare all’ assurdità di quello che stavo facendo. Stavo dando colpi secchi con un pezzo di legno, coronato da un blocco di metallo, a qualcosa fatto di argilla cotta, tenuta insieme da sabbia e cemento. Pensai all’uomo, nella sua caricatura contemporanea, e a quanto si sente evoluto.. Con le sue macchine, i suoi capi firmati e i cani al guinzaglio. Eppure io me ne stavo qui con questo martello in mano, a fianco di un muro mezzo distrutto in un posto pieno di polvere. E più polvere c’era e meno mi sentivo diverso da un ominide costretto a vivere in una caverna per paura delle tigri dai denti a sciabola. Anzi, me le sentivo addosso quelle cazzo di tigri. E più la polvere aumentava e più quelle caverne diventavano muri. Muri dove dentro si sarebbe venduto di tutto, dove avresti trovato ogni sorta di servizio per l’uomo contemporaneo, l’uomo evoluto attraverso l’intelletto, il grande dono, la virtù che ci porta sempre più lontani dalla materia in cui siamo immersi, dirigendoci nel vasto mondo della virtualità, lontano dai denti a sciabola.. Ma finche ci saranno muri, ci sarà Esse, o chi per lui, a buttarli giù col suo sudore. Un uomo evoluto, intelligente, col suo grosso martello in mano. Qui ha fallito la modernità! – Pensai – Perchè per buttare giù un muro non servono le parole, le teorie, la conoscenza o l’illuminazione, affatto! Si prende un martello e si comincia a tirarlo contro il muro. L’unica cosa che serve è l’esperienza, almeno per non farti del male.. Ed è assurdo realizzare che per non farti del male, devi essertene fatto in passato.. Il muro ormai giaceva a pezzi tutto intorno a me, a causa mia e del mio violento forzare un rapporto che in natura non potrebbe mai esistere. Ogni tanto mi fermavo per il dolore al braccio e alla mano, e osservavo Esse. La sua  testa era tutta impolverata, e non si capiva bene se fosse brizzolato davvero o fosse solo polvere. Ogni tanto mi lanciava qualche ittica occhiata, abbozzando una smorfia di fatica. Quello sguardo mi ricordò qualcosa, qualcosa di dolorosamente impresso nel passato dell’umanità. Mi venne in mente ciò che c’era scritto in quella foto di quel famoso campo di concentramento tedesco che ci facevano vedere alla elementari. Il lavoro rende liberi.. Risi dentro di me – Ci hanno fregato un’ altra volta – Pensai, guardando Esse e i suoi occhi da cernia.

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