Senza titolo

Che sole spento c’è fuori, preferivo quando faceva freddo.
Apatia nell’aria, tutti che sanno dove andare e io che proprio non me lo ricordo.

Vorrei ballare il tango con una bella ragazza sobria, andrebbe bene anche non al centro della pista. Poggiargli una mano sul fianco, in abiti eleganti,  con l’altra sorreggerla e accennare giusto un sorriso.

E invece c’è un caldo afoso, il sole tornerà domani spero, per oggi è già dietro la collina, ha giusto lasciato una torrida luce dietro di sé.

Vorrei lasciare andare i piedi in un duetto a ritmo di musica con i sobri piedi di quella bella ragazza e invece, poggiati ignoranti sul tavolo, si lasciano andare, l’uno grattando l’altro, fino a scorticarsi. Poi si fermano, immobili.

Prima che svanisca. Prima che venga riscritto. Prima di tornare sui miei passi. Scrivo. Non so se tenere la testa alta con lo sguardo fiero o togliere i piedi dal tavolo e guardare come sono riusciti a scorticarsi da soli. Ancora ricordo. Vorrei disancorarlo e salpare, solcare la prateria, abbandonare questo marcio porto sicuro, con l’aiuto del funk.

Tanto prima o poi deve entrare nella storia questa emblematica figura. Ancora ricordo. Vorrei che entrasse strisciando, come decise di fare, nella storia di quel bambino lasciato da solo nel suo nido materno.

Comunque.

Fuori da quella cameretta c’era una bella luce di fine autunno, dentro iniziava a farsi buio.
C’era da fare i compiti. A scuola danno i compiti per casa e vanno fatti, altrimenti gli insegnanti si arrabbiano. C’è un programma da rispettare durante l’anno, con tanto di punti scritti. Gli insegnanti danno i compiti e tu li devi fare. E’ così che va la prassi. A loro d’altronde, che li hanno fatti i compiti, viene insegnato proprio questo, sono pagati per questo: dare i compiti seguendo un programma e, poi, correggerli. Non voglio chiamarli maestri, no, ma insegnanti. Non nego che anche nelle varie scuole ci siano Maestri degni di tale nomea ma il più delle volte ho incrociato individui che erano li per insegnare qualcosa di prestabilito, senza cuore: per soldi. Gli insegnanti. Mentre in viaggio, in qualche grande piazza, sul bordo di un marciapiede o nel vagone di un treno, ho spesso incrociato individui che mi hanno fatto imparare qualcosa, i Maestri, che non si presentavano come tali. Certo è che entrambi i tipi di persona a volte mi hanno parlato delle stesse cose ma la differenza era sostanziale. Mentre ai primi, gli insegnanti, premeva unicamente che ottenessi un bel voto, numero o giudizio che sia, ai secondi…. Che noia parlare di questo. In ogni caso i compiti erano da fare.

‘ Dlin dlon.

“Chi è?” rispose la nonna. ‘

Ci fosse stato un cane avrebbe iniziato a abbaiare. Ma un cane non c’era. Uno di quei feroci cani neri che strappano pezzi di carne purtroppo non c’era.

Riappoggio i piedi sul tavolo. Mi fermo a pensare.
Il cielo fuori è arancione, è notte, gli alberi sono agitati, molto agitati, un cavallo libero credo correrebbe al riparo. C’è un suono nell’aria che fa tremare la luce. Pare quasi che la natura si stia ribellando. Forti tuoni, altre persone del palazzo sento che stanno chiudendo le finestre, io rimetto i piedi scorticati per terra, mi avvicino alla finestra e la spalanco.

“Bene”, comincia a piovere forte, indietreggio accecato da un lampo,”Bene”.

Mi spunta quasi un sorriso mentre mi passa veloce in testa che questo fenomeno lo abbia creato io. Mi riguardo i piedi scorticati: sono per terra. Spengo e riaccendo la luce, funziona, non sono in un sogno, credo.

‘ La nonna aprì la porta e mi presentò a loro come il suo nipotino. Tutta orgogliosa. Un classico. Della signora che entrò ricordo bene persino i tratti del volto, ma non mi interessa. Erano venuti a fissare i dettagli del capodanno che io e mia nonna avremmo passato con loro nella villa di quella simil parente.

“Allora noi andiamo a comperar da mangiare, mi raccomando fate i bravi che torniamo tra poco” dissero in coro uscendo di casa quelle due signore. ’

Smetto di guardarmi i piedi scorticati poggiati saldamente al suolo. Il cielo è meno arancione adesso, è viola, un viola artificiale. Piove con molta meno violenza, “Bene”, un forte boato mi fa indietreggiare, sento due anatre in coro che si allontanano per mettersi al riparo, il mio cucciolo di cane nero dorme sul mio letto, altre finestre si chiudono, io spalanco la mia, stavolta per bene, del tutto. Torno a sedere e mi giro una sigaretta, un suono, strisciante, fa tremare la luce. Si fa vicino. Non ho paura. Faccio un bel tiro e lentamente lascio uscire il fumo tra i denti stretti. Vorrei urlare.

Non ricordo nitidamente quella figura, ricordo che era alta il doppio di me e portava i capelli a mezza lunghezza. Non credo di aver incrociato i suoi occhi mai durante il breve periodo che passammo insieme. Guardavo i miei giocattoli, io ero pieno di giocattoli, mi piaceva giocare. Ci passerò il capodanno con lui, con la nonna e con quella simil-parente.

“Scegliamo tra i miei giocattoli quelli che porterò a casa tua a capodanno, va bene?”

Non oso pensare con quali occhi mi osservò mentre mi rispondeva: “D’accordo ma prima voglio insegnarti io un bel gioco.”

“Che gioco è?”

“E’ un gioco nuovo, vedrai che ti piacerà” rispose sganciandosi il bottone dei pantaloni e tirandosi giù la cerniera.

Effettivamente fu un gioco nuovo quello che mi insegnò, non mi piacque, mi lasciò sporco, dentro, per sempre. Non ho capito ancora quello che imparai quel giorno. Dicono che il passato lo devi lasciare dietro le spalle e non davanti agli occhi. Spero solo che non fosse un insegnante pagato da qualcuno, piuttosto che un Maestro delle insane e cattive abitudini, sì, un Maestro con la maiuscola, a malincuore, aldilà del bene e del male. Non mi lasciò compiti da fare, almeno a livello conscio, ma qualcosa lasciò: un seme che prontamente mi occupai di murare.

Spero solo che non fosse tra i suoi, di compiti, quello di insegnarmi qualcosa. Di quegli insegnamenti che seguivano un programma, certo non accademico, o almeno, non ufficialmente accademico. Un programma per quegli esperimenti segreti sui bambini per testare come si mette in atto il controllo mentale sulla popolazione, sulle nuove generazioni.
Credo, che se ci fosse un programma, il primo punto sarebbe proprio questo: una violenza nella giovanissima età. Questo evento, o shock, che dir si voglia, fa si che il cervello crei uno scomparto, remoto, lontano, poco sondabile e poco accessibile dal malcapitato, dove vengano riposte informazioni di un certo tipo. Ora, io non credo che una violenza nella giovanissima età sia una cosa così comune, ma non credo nemmeno che sia una cosa così fuori dal normale. Non so nemmeno se esista un programma di tale asprezza per il controllo mentale sulle persone che parta dalla giovane età. Ma adesso che fuori albeggia e fa fresco, e adesso che quei fiori rossi sono sempre là, sopravvissuti alla tempesta, e un coro massiccio cinguetta sotto la pioggia e io sono sempre qui con i miei piedi scorticati, adesso, mi viene in mente che come ho creato l’evento della tempesta in città stanotte, possa aver creato tutto il resto.

Mi spiego. Mi fermo un attimo per girare un’altra sigaretta, farei quasi un caffè.

Certo è che la violatio infantile l’ho subita, l’ho scritta e non la riscrivo diversa, ma è anche vero che il resto della storia, quella del cervello che in seguito a una violatio crea uno scompartimento per immagazzinare un certo tipo di informazioni mi è stata insegnata dopo. Infernet.

E’ come se do un pugno in testa a un bambino e poi qualcuno gli insegna che tutti i bambini che hanno preso un pugno sono stupidi. Si sentiva uno stupido.
Qui sta il bivio.
Si sentirà uno stupido perché gli è stato insegnato così o avrà imparato che i cazzotti in testa fanno male e che è semplicemente possibile prenderli? In altre parole, quel giovane coi capelli scuri di mezza lunghezza era un insegnante o un Maestro? Cosa mi ha insegnato o cosa ho imparato? Qual è la domanda giusta?.

”Siamo tornate. Vi siete annoiati? Avete scelto i giocattoli? Vedrete che bel cenone di capodanno sarà.”

Quel bambino non guardò nessuno negli occhi, nemmeno i giorni a seguire, non disse niente a nessuno. Sporco, guardava i suoi giocattoli sparsi ovunque ma quello nuovo non si vedeva da punte parti. Sorrideva, in fondo gli sembrava un gioco normale, si sentiva un po’ sporco, ma la nonna era tornata, avrebbe mangiato il pollo fritto e, in fondo quel gioco gli sembrava normale. Il giorno dopo ci sarebbe stato da andare a scuola, l’insegnante si arrabbiò con lui perché non aveva fatto i compiti, successe altre volte, ma questa volta gli avrebbe voluto dire, o dovuto, che i compiti forse gli aveva fatti.

Molti anni dopo, forse ne parlò, forse no, fatto sta che si rese conto che l’abominio che aveva subito non era affatto normale e si decise a farsi vendetta.

“Nonna ti ricordi quel capodanno?”
“Quale?”
-“Il più cattivo della mia vita, quello che mi lasciasti da solo con quel tizio che mi violentò.”- Non rispose così.
“Dai quello che passammo in quella villa, con i ciliegi e quella signora e quel tipo con i capelli scuri a mezza lunghezza?”
“Sì, certo”
“Ecco, chi era quel tipo nonna?”
“Ti debbo dare una brutta notizia nipotino” oramai anche più nipote che nipotino “Quel tipo è morto. Ha fatto un incidente l’anno scorso in moto.”

‘La vendetta del karma’ pensò in quel momento, la liberazione di un peso, da una vendetta, pensò li per lì.

Adesso invece, mentre lancio la sigaretta fuori dalla finestra e la storia si è fatta molto più complessa e nodosa, mi si ripresenta il bivio, da una parte c’è un Maestro dell’orrore aldilà del bene e del male giustiziato dalla polizia del karma e dall’altro c’è un insegnante, a cui il programma per sperimentare il controllo mentale sulle nuove generazioni aveva dato un ordine, scomparso nel nulla, adesso qui, mentre il mio cane nero dorme sul letto, il bivio mi si ripresenta. Adesso provo a accendere e a spengere la luce e non funziona, adesso i miei piedi non sono più per terra ma poggiati sul tavolo, non sembrano più nemmeno scorticati, adesso che fuori l’alba è arrivata e la pioggia sembra pulire la merda e adesso che gli alberi sono tranquilli, mi ricordo che posso creare quello che voglio e che sto solo sognando tutto.

In isolamento con quella scritta.

Buio.

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